giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Sandro Pertini, una mostra racconta la sua storia per immagini
Pubblicato il 20-10-2016


pertiniSu iniziativa della Fondazione di studi storici «Filippo Turati» sarà inaugurata il 21 ottobre a Roma una mostra su «Sandro Pertini e la bandiera italiana». Organizzata e curata da Stefano Caretti e Maurizio Degl’Innocenti, entrambi profondi conoscitori della figura del socialista ligure, essa presenterà «una storia per immagini» della sua intensa attività politica. L’iniziativa è rivolta a ricordare alle nuove generazioni la coerenza del grande Personaggio, che da perseguitato politico durante il regime fascista riuscì a diventare il «presidente più amato degli Italiani», legando il suo nome alle vicende più difficili della storia italiana del Novecento.
Originario di Stella nel Savonese, Sandro Pertini (25 settembre 1896 – 24 febbraio 1990) trascorse un’infanzia normale e tranquilla e frequentò il liceo Chiabrera a Savona, dove subì l’influsso culturale Adelchi Baratono. Tra il giovane allievo e il valente docente si stabilì un fecondo sodalizio culturale e umano. Lo stesso Pertini ricordò più volte d’aver ricevuto dal filosofo fiorentino un’influenza determinante sulla sua scelta politica e un invito a frequentare i portuali e i lavoratori dell’Ilva.
Dopo la laurea in giurisprudenza, Pertini conseguì nel 1924 una seconda laurea all’Istituto «Cesare Alfieri» di Firenze con una tesi sulla cooperazione. Dalla tesi, pubblicata dalle edizioni Ames e dalla Legacoop ligure, emerge nitida la concezione di Pertini sulla cooperazione, via necessaria all’emancipazione dei lavoratori attraverso la «lotta di lavoro e non lotta di classe». Un’idea che sembra conforme all’insegnamento di Baratono, socialista kantiano e collaboratore di «Critica Sociale». Pertini frequentò infatti i corsi di storia dell’arte e di critica letteraria che Baratono tenne all’università popolare, ricevendo un grande stimolo alla lettura di Dante Alighieri e di Giacomo Leopardi.
Durante il primo conflitto mondiale Baratono e Pertini si impegnarono nella campagna che il Partito socialista condusse contro l’intervento in guerra. Il primo, già consigliere comunale di Savona, collaborò dal 1914 all’«Avanti!» con articoli contro la guerra; il secondo, costretto a partire militare, considerò la «guerra una follia, e la corsa agli armamenti un suicidio». Quando il conflitto finì, Pertini (ha poco più di ventidue anni) ritornò a Stella, dove svolse con solerzia l’incarico di consigliere comunale, mentre Baratono diventò un docente famoso e autore di diverse opere. Ma entrambi si riconobbero nel socialismo riformista di Filippo Turati e di Claudio Treves tenaci assertori di una politica diretta a coniugare riforme, libertà e giustizia sociale.

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Così troviamo Baratono nella riunione del Consiglio nazionale (aprile 1920) che attribuì un grande significato politico alla conquista di comuni e province, come momento iniziale per una riorganizzazione sociale. Pertini, che si era formato alla sua scuola, ribadì con continuità il valore di questi organismi nella difesa dei lavoratori e dei ceti meno abbienti. Nel 1921 Baratono e Pertini parteciparono al congresso socialista di Livorno, dove si consumò la scissione che darà vita al Partito comunista. Il primo, dopo una prima fase di sbandamento, si ritrovò con Serrati a capeggiare la frazione comunista unitaria, senza escludere mai la possibilità d’una collaborazione al governo dei socialisti. Il secondo rimase fedele al socialismo riformista, personificato da Turati, verso cui nutrì una grande ammirazione. Il discorso, pronunciato dal socialista milanese al congresso di Livorno e incentrato sul rifiuto della violenza, convinse Pertini sulla validità della sua scelta riformista. Il socialismo è la negazione della presa del potere attraverso «l’azione di un’ora», dunque non può che essere il risultato di lente e graduali conquiste.
L’amore per la libertà spinse Pertini a condannare ogni forma di violenza e di «massimalismo parolaio» e a respingere la marea avanzante del fascismo. Egli aderì infatti al Partito Socialista Unitario, svolgendo un’attiva militanza politica, come dimostra l’arresto che subì nel maggio 1925 per la diffusione di un manifesto stampato alla macchia, dal titolo Sotto il barbaro dominio fascista. L’adesione al nuovo partito riformista assunse un particolare significato etico-politico e culturale in seguito al delitto Matteotti (10 giugno 1924) e servì da stimolo a una ripresa della battaglia socialista contro la dittatura mussoliniana.
Nel manifesto Pertini denunciò le responsabilità del governo Missolini nel delitto Matteotti, attaccando con vigore la monarchia per le responsabilità nel consolidamento del regime. Della sua dirittura morale darà un raro esempio negli anni bui del fascismo, durante i quali subirà carcere e confino. Tuttavia non reciderà di fronte alla dittatura, fermo nelle sue convinzioni etiche, che certe volte lo spinsero all’intransigenza, ma sempre dirette alla lotta contro ogni potere occulto e al rifiuto d’ogni anticlericalismo di maniera.
Segretario del Partito socialista e membro del Comitato centrale nel luglio 1945 (si dimetterà nel dicembre successivo), deputato nel 1946 alla Costituente, Pertini – come affermano i curatori della mostra – denunciò nel Pci la permanenza di una mentalità autoritaria e la sua incapacità di sganciarsi dall’Urss, assegnando al Partito socialista il compito di alimentare il processo democratico, come ribadì più volte sull’organo «Il Lavoro nuovo» (27 dicembre 1946). Dal discorso commemorativo di Matteotti a Fratta Polesine nel 1945 e di Adelchi Baratono alla Camera fino al discorso celebrativo dell’ottantesimo anniversario della nascita del Partito socialista fu un susseguirsi di iniziative che Pertini assunse nella valorizzazione della tradizione riformista e democratica. Il suo ruolo sembra essere quello di custode del riformismo, che egli identificò nell’esaltazione della democrazia e della libertà, coniugate con la giustizia sociale.
Come giornalista, Pertini diresse dal 1947 al 1968 «Il Lavoro» di Genova, dimostrando una dote particolare nella scelta dei temi e delle rubriche, senza tralasciare la «cronaca della città» e del dibattito culturale sui conflitti politici e sociali. Come dirigente del Partito socialista, egli promosse con tenacia gli ideali della Resistenza, cercando di mantenere vivi i valori dell’antifascismo, a cui attribuì una valenza patriottico-democratica. Come presidente della Camera dei deputati (1968-76) e come presidente della Repubblica (1978-1985) tenne fede sempre ai valori della Costituzione repubblicana.
Forte di queste cariche istituzionali Pertini difese i diritti civili e umani a livello internazionale, denunciando – come sostiene il curatore della mostra – l’apartheid nell’Africa australe, le dittature sudamericane e l’invasione degli interventi sovietici in Afghanistan. Nel suo pieno orgoglio di essere italiano, egli tenne alto il valore della bandiera, considerata il simbolo dell’unità italiana, infondendo nelle nuove generazioni sentimenti di fiducia verso l’avvenire, senza falsi moralismi e atteggiamenti di distacco con il popolo.

Nunzio Dell’Erba

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Commenti all'articolo
  1. Dopo la bella notizia della Mostra su Nenni al Senato accogliamo con altrettanta gioia questa iniziativa della Fondazione Turati nell’impegno di tenere viva la Memoria del Socialismo e dei suoi Protagonisti di cui Pertini è annoverato anche come un Padre della Patria.
    Fraternamente da Nicola Olanda

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