sabato, 3 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Scrive Luigi Mainolfi:
Bisogni nuovi, ricetta vecchia
Pubblicato il 26-10-2016


Ogni tanto vado a sfogliare MondOperaio e Critica sociale degli anni passati. L’ultima consultazione di MondOperaio (Dicembre 1977) mi ha regalato  un concetto importante, che assieme a quello espresso da Ricardo Lagos, Presidente del Cile dal 2000 al 2006, mi ha dato  argomenti per capire ciò che bisognerebbe fare oggi.

Su MondOperaio, Giorgio Ruffolo parlava della necessità di una pianificazione policentrica, e  richiamava la recensione che Bobbio aveva fatto  al libro di Popper “Società aperta e società chiusa”, nel quale si evidenziava l’inadeguatezza del marxismo dottrinario ad affrontare i difficili problemi delle società  in movimento. I fatti socio-politici, avvenuti negli anni successivi, hanno dimostrato l’esattezza del pensiero di Popper.

Mentre riflettevo e cercavo di approfondire la problematica, il 23 settembre scorso, sul Corriere della Sera, fui bloccato dal titolo  “Bisogni nuovi, ricetta vecchia. Così le sinistre hanno fallito”, che  sintetizzava il contenuto di un’intervista all’ex Presidente del Cile. Lagos parla del Cile e del Sud America, ma i concetti, secondo me, sono adattabili alla situazione italiana. Infatti, tocchiamo con mano la crescente delegittimazione delle istituzioni, che vengono guardate con sospetto o indifferenza. Inoltre,  il tasso di approvazione dei partiti politici e del Parlamento è inferiore al 10% e la Chiesa Cattolica viene accusata di comportamenti non etici.

Con la seconda Repubblica, è iniziata la separazione tra società e mondo della politica. Le cause sono diverse.  La sinistra, nata per difendere gli umili,  aveva trovato , fino agli anni 80 del secolo scorso, facile attrarre le masse.  I predicatori erano affascinanti e parlavano a quelli, a cui bastava intravedere la speranza per considerarli capaci di creare le condizioni per l’affrancamento dai padroni. E venne la classe media, che non è docile come quella che applaudiva indifferentemente Mussolini e i rivoluzionari a parole. Ricordo, avevo diciotto anni, nella piazza del mio  comune, “comiziava” un comunista. Ogni tanto, fragorosi applausi coprivano le parole dell’oratore. Terminato il comizio, il balcone fu occupato dal Preside Gerardo Brevetti, esponente del MSI. Le stesse persone, che avevano applaudito il comunista, applaudivano il fascista. Restai sbalordito. Il ricordo, spesso, mi ha aiutato ad intuire ciò che esisteva dietro l’apparenza. Negli ultimi decenni, le mutate condizioni dei lavoratori, l’istruzione, le caratteristiche delle nuove esigenze, alimentate dal “modernismo” e il fallimento delle società comunista hanno dirottato l’attenzione verso la religione liberista, che nel primo novecento veniva considerata deleteria. L’esplosione della globalizzazione, non accompagnata, per ignoranza, dalle opportune conquiste concettuali, ha fatto nascere la “buona novella  del mercato”. Come gli islamici gridano Allah lo vuole, così i poteri forti e gli aspiranti a diventare amici dei poteri forti gridano “ il mercato lo vuole”.

Purtroppo all’esplosione della potenza del mercato, si è accompagnata la perdita di credibilità della politica. Questa non riesce a prevalere sulla post modernità, che, come dice Maffesoli, è “sinergia tra arcaismo e sviluppo tecnologico. Le tribù e internet”. In questo periodo di confusione, ritengo  che sia più importante il comportamento dei politici che le loro parole, specie se vengono utilizzate nella  logica delle comodità e non in quella dello sviluppo. Per far tornare la credibilità, bisogna che la ricerca del consenso stia dentro la cultura dei valori. Questi sono alla base di ogni ipotesi (religiosa o sociale) di crescita armoniosa delle società e, se non vengono innaffiati, si essiccano. Bauman sostiene che un’economia “essiccata” ci consuma. Ci vuole una triade: onestà e capacità intellettuale, volere il bene comune, lotta alle diseguaglianze.  Non sarebbe sbagliato se innalzassimo la  bandiera dei diritti inalienabili, di cui parlò Thomas Jefferson, fatti propri dalla  Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti:  la vita, la libertà e la ricerca della felicità.

Luigi Mainolfi

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Commenti all'articolo
  1. Terrei da parte Jefferson e l’America.
    La caduta degli stati comunisti ha dato via libera al “mercato”. Che non è un fenomeno nuovo, c’era già ai tempi del primo capitalismo: “Laissez faire, laissez passer”. Ebbene, gli effetti distorsivi del mercato, lasciato a sé stesso, furono corretti dalla lotta politica e sindacale. Dopo l’89 tutto è ripartito alla grande. Non è un caso che i partiti tradizionali siano spariti. Da noi, poi, ci si mise anche tangentopoli (che aveva formidabili sponsor d’oltre oceano); ma il seguito è stato sapientemente preparato con gli “scandali” televisivi della casta. E la politica è stata ridotta a scopi di promozione personale, non scevra, spesso, da comportamenti malavitosi.
    La guida per riprendere una via di umanesimo è essenzialmente quella socialista, critica verso il mercato e di difesa di chi lavora. Va aggiunta una decisiva lotta per decidere chi deve fruire delle innovazioni tecnologiche (ed oggi informatiche): il solo capitalista o la società tutta intera?

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