domenica, 4 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Scrive Massimo Sagramola:
Polanski e la relatività
della giustizia
Pubblicato il 17-10-2016


Roman Polanski è un uomo braccato dalla giustizia degli Stati Uniti d’America da 38 anni.

Il 6 Dicembre 2016 la Corte di Cassazione della Polonia dovrà decidere se estradarlo dopo il ricorso presentato dal procuratore  Zibgnev Ziobro.

Il 10 Marzo 1977, il quarantatreenne regista la cui moglie Sharon Tate fu massacrata all’ottavo mese di gravidanza insieme a tre amici nella sua casa di Cielo Drive sulle colline di Bel-Air a Los Angeles dalla setta Manson nel 1969, porta una ragazza di tredici anni a casa di Jack Nicholson ed Anjelica Huston per un servizio fotografico destinato alla rivista Vogue al quale seguono una Magnum di Champagne, Quaalude, strip nella Jacuzzi ed il  sesso con la conseguente denuncia di abusi.

L’11 Marzo l’arresto al Beverly Wilshire Hotel e sei capi d’imputazione, segue il patteggiamento e l’accusa viene ridotta ad uno solo: rapporto sessuale extra matrimoniale con persona minorenne.

Dopo essere stato condannato a novanta giorni ed averne scontati quarantadue in un carcere di massima sicurezza, viene rilasciato. Si valutò un seguito di condanna con la condizionale ma il giudice cambiò idea dichiarando che tutto sommato quella incarcerazione non costituiva la totalità della pena, minacciando di farlo incarcerare di nuovo per altri quarantotto giorni od addirittura per un periodo indeterminato se avesse insistito a fare sentire la sua voce e se non si fosse comportato come voleva. Per questo Roman fugge il primo Febbraio 1978 (il giorno che si doveva presentare nuovamente alla sbarra) dapprima a Londra per poi raggiungere Parigi sua città natale.

L’arresto in Svizzera (dove si reca regolarmente da oltre trenta anni) il 26 Settembre 2009, due mesi di prigione, la cauzione di 4,5 milioni di franchi svizzeri (coperti con la ipoteca della sua casa), i domiciliari nel suo chalet di Gstaad dal Dicembre 2009 a Luglio 2010 (con braccialetto elettronico), la negazione d’estradizione il 12 Luglio  2010 da parte delle autorità elvetiche ed il suo ritorno in Francia.

Il fermo a Cracovia il 30 Ottobre 2014 in seguito alla sua presenza due giorni prima a Varsavia per l’inaugurazione del museo di storia degli ebrei polacchi. Lui che ancora bambino, è fuggito dal ghetto dopo aver visto suo padre implotonato dai tedeschi ed aver perso la madre ed i familiari nelle camere a gas. Dunque l’interrogatorio ed il rilascio a piede libero e la prima udienza il 25 Febbraio 2015 dove è ascoltato per nove ore nel corso di un’audizione a porte chiuse.

Il 22 Settembre, la presentazione da parte dei suoi legali di documenti, analisi e testimonianze dei procedimenti americani e svizzeri (sempre con lui presente a marcare la differenza della sua fuga del 1978 ). Il 30 Ottobre la irricevibilità della richiesta U.S.A. da parte del tribunale polacco ed a fine Novembre la rinuncia della procura di Cracovia all’appello sembrava aver chiuso definitivamente la questione fino a quando a Maggio del 2016 il ministro della Giustizia di Varsavia anziché comunicare la decisione agli americani, presenta lui stesso appello alla Corte suprema al fine di consegnare il regista nelle mani delle autorità statunitensi.

La vittima Samantha Geimer con la quale Polanski ha pattuito un risarcimento civile di mezzo milione di dollari nel 1998, aveva dichiarato di sentirsi addirittura sollevata dal rifiuto della richiesta di estradizione dalla Polonia: “Sono sicura che Polanski è un brav’uomo e che lui e la sua famiglia meritano di lasciarsi tutto alle spalle, lui si è dichiarato colpevole ed è andato in galera, non capisco cos’altro vogliano da lui”.

In una intervista del 21 Aprile 2016, rispondendo ad una domanda posta dal suo stesso legale che gli chiedeva se credesse ancora nella giustizia risponde: “la giustizia è relativa, secondo il paese, secondo i costumi del paese e secondo l’epoca”.

A proposito della ristampa della sua autobiografia Roman by Polanski, legge lui stesso l’incipit : “vorrei che il lettore si ricordasse che questo libro è stato scritto da più di trenta anni e che a rileggerlo, oggi, si direbbe che viviamo in un’altro pianeta, ci siamo dimenticati di come la nostra società era tollerante e libera”.

Personalmente ho lavorato con Roman 12 settimane come assistente alla regia nel film Una pura formalità ed ho trovato in lui una persona affettuosa. Mi domando se non siano gli Stati Uniti d’America e la Germania ad avere un enorme debito verso di lui.

Massimo Sagramola

A.I.R.F. tessera n° 739

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