domenica, 22 gennaio 2017
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

99 anni fa la presa del Palazzo D’Inverno
Pubblicato il 07-11-2016


palazzo-dinverno-2Il 7 novembre di novantanove ani fa, Vladimir Il’ic Ul’janov Lenin conquistava il Palazzo d’Inverno aprendo la strada a un sistema di potere (bolscevico) che con la stessa irrimediabile rapidità con cui era stato prodotto, settantaquattro anni dopo, nel 1991, tramontò facendo calare il sipario su quel corollario chiamato Guerra Fredda, confronto fra due Blocchi, tra due culture politiche, tra due visioni del mondo. Oggi, il Mausoleo sulla Piazza Rossa più che un luogo di culto, è una meta di turistica curiosità; la Rivoluzione di Ottobre è oggi una pagina di storia che non contiene più la promessa di una rivoluzione antropologica, un cambiamento che avrebbe dovuto portare alla sconfitta del capitalismo e al trionfo del socialismo; non è più l’annuncio di un contagio che, nei piani di Lenin, avrebbe dovuto coinvolgere se non tutto il mondo, almeno buona parte dell’Europa tanto da indurlo, nei giorni caldi del Biennio Rosso, a invitare gli italiani a fare piazza pulita dei riformisti perché in quel clima di forte contrapposizione sociale a suo parere erano visibili i segni di una condizione rivoluzionaria, dunque era più che mai necessario rompere gli indugi.
In realtà il capitalismo ha mostrato una straordinaria capacità di resistenza (e anche di adattamento) a quelle crisi che, secondo Marx, avrebbero dovuto mettere la parola fine a quel sistema economico favorendo l’inesorabile vittoria del proletariato. Da quelle crisi, il capitalismo non solo non si è fatto piegare, ma le ha anche utilizzate per rinnovarsi, per replicarsi, a volte migliorandosi, altre volte peggiorandosi (da qualche tempo siamo in quest’ultima fase e il problema più grave è dato dalla mancanza di risposte credibili e dall’assenza di una classe dirigente in grado di fornirle dopo averle elaborate in una coerente teoria). Un grande storico come Eric Hobsbawm ha sottolineato come da un punto di vista pratico, la Rivoluzione di Ottobre abbia provocato conseguenze ben più ampie di quelle che nel 1789 riuscì a produrre la rivoluzione francese, sottolineando come appena trenta, quaranta anni dopo la presa del Palazzo d’Inverno un terzo dell’umanità si trovò a vivere sotto sistemi che a quella vicenda iniziale si ispiravano, in molti casi adottando in toto il modello sovietico. Ma se le ripercussioni immediate sono state ampie, non altrettanto si può dire dell’eredità ideale che è stata ripudiata in maniera netta in primo luogo da coloro che più direttamente hanno vissuto o subito quell’esperienza e le varie fasi del suo degrado.
Quella Rivoluzione ha “ispirato” la costruzione di sistemi di potere, quella francese, invece, ha prodotto una contaminazione culturale che attraversando i secoli è giunta sino ai giorni nostri irrobustendo principi che sono ancora oggi alla base del nostro vivere in comunità. La prima ha retto settantaquattro anni senza lasciare eredi, la seconda molto meno ma è rinata puntualmente in tutti quegli stati che si sono organizzati seguendo principi di libertà. L’inno russo è uguale nella musica a quello sovietico ma è stato cambiato nel testo; la dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino nello stesso testo del 1789 apre la Costituzione Francese. Ciò non toglie che in qualche misura nella società (politica) russa attuale si ritrovino gli stessi collanti che consentirono a Lenin di conquistare il potere venendo accompagnato da un consenso ampio. Ad esempio, il patriottismo o, se vogliamo, il nazionalismo. Vladimir Il’ic lo utilizzò per tenere unita una società in disfacimento dopo la crisi e il crollo dello zarismo; Vladimir Putin fa più o meno la stessa cosa muovendo le leve dell’orgoglio e delle nostalgie di un Paese che stava scivolando verso l’irrilevanza dopo essere stato il protagonista, in veste di potenza concorrente, del confronto tra i due Blocchi. Ma a volte l’uso delle parole racconta, in maniera elementare, forse superficiale ma immediata, l’imbarazzo che si prova nei confronti di certi lasciti. Per fare riferimento all’ampiezza e alla graniticità assolutistica del potere dell’attuale padrone della Russia, si fa precedere il suo nome con la definizione di “zar”; certamente non con quella di “segretario del Pcus”.
Novantanove anni fa nessuno avrebbe immaginato che una società profondamente arretrata avrebbe potuto produrre la prima rivoluzione proletaria. Nemmeno Marx, sebbene negli ultimi anni della sua vita se lo sia augurato ma soprattutto per l’effetto contagio che avrebbe potuto scatenare negli stati confinanti con quell’immenso paese, la Germania in particolare. Non lo credeva nemmeno Lenin che solo pochi mesi prima della presa del Palazzo d’Inverno si chiedeva se avrebbe vissuto abbastanza per assistere al trionfo della sua rivoluzione. Né credeva che quella sua eredità sarebbe stata dispersa tanto lentamente attraversando trequarti di secolo tanto è vero che un paio di mesi dopo la vittoria si esaltava per il fatto che quel sistema era durato già molto di più della Comune di Parigi.
Ma se l’esito finale era in ampia misura inimmaginabile, l’esplosione di una rivoluzione sociale non era certo un evento imprevedibile. Lo zarismo era in crisi profonda e dopo essersi un po’ risollevato già nel 1905 sarebbe crollato se non avesse potuto contare sulla lealtà dell’esercito. Crollò dopo, quando gli entusiasmi iniziali per l’esplosione della prima Guerra Mondiale cominciarono a scemare un po’ in tutta Europa. A quel punto fu sufficiente che a una manifestazione di operaie l’8 marzo coincidesse con la serrata delle fabbriche metallurgiche Putilov per scatenare lo sciopero generale, con i cosacchi, fedelissimi dello zar, che si rifiutarono di sparare sulla folla finendo così per dare l’ultima picconata a un potere già moribondo.
Non era ancora la rivoluzione di Ottobre ma se nelle teorizzazioni di Marx in Russia mancavano le condizioni per una rivoluzione proletaria (una forte e robusta classe operaia), allo stesso modo erano assenti i “fondamentali” per una vera rivoluzione borghese. La conseguenza fu un governo transitorio estremamente debole e una miriade di consigli (soviet). Lenin in sostanza trasformò un sommovimento dai caratteri quasi anarchici, nella base per la trasformazione del potere in chiave bolscevica. Ci riuscì perché si dotò di uno strumento fondamentale (intorno al quale l’Urss ha continuato a ruotare sino alla sua dissoluzione): il partito (poche migliaia di militanti nella primavera del 1917, oltre 250 mila già in estate). E perché più di altri riusciva a cogliere quel che voleva la gente (ad esempio, in una società profondamente contadina la distribuzione della terra per favorire la nascita di aziende familiari).
La rapidità dell’ascesa fu pari alla rapidità della discesa; all’interno dei due fenomeni, una parentesi di settantaquattro anni. Gorbaciov avrebbe voluto cambiare il volto dell’Urss impugnando due armi: la perestrojka, cioè la riforma, e la glasnost, cioè la trasparenza. La prima presupponeva il superamento dell’economia di stato con il conseguente traghettamento verso un sistema misto che nessuno era in grado di definire, delineare nei contorni; il secondo il passaggio dal dominio del partito unico, fonte di tutto, a un quadro multipartitico. La conseguenza è stata quella illustrata da Hobsbawm nel suo libro “Il Secolo breve” (pag. 567): “Ciò che condusse l’Urss a gran velocità verso il precipizio fu la combinazione della glasnost, che equivaleva alla disintegrazione dell’autorità, con la perestrojka, che equivaleva alla distruzione dei vecchi meccanismi che facevano funzionare l’economia, senza la predisposizione di una alternativa; di conseguenza la perestrojka provocò il crollo del tenore di vita”. Finiva così la rivoluzione che si proponeva di regalare agli uomini una speranza e di proporre al mondo un’alternativa al capitalismo e che invece ha prodotto numerose tragedie. Ma questo non significa che si debba far finta che nulla sia avvenuto. Ecco perché vogliamo ricordare questa data, comunque storica, con la prefazione di un libro famosissimo: “I dieci giorni che sconvolsero il mondo” di John Reed.

Antonio Maglie

Fondazione Nenni


“Io, fedele cronista di una rivoluzione”

di John Reed*
Questo libro è un brano di storia, di storia come io l’ho vissuta. Pretende solo di essere un racconto particolareggiato della Rivoluzione d’Ottobre, cioè di quelle giornate in cui i bolscevichi, alla testa degli operai e dei soldati di Russia, si impadronirono del potere dello Stato, e lo dettero ai Soviet.
Nel libro si parla soprattutto di Pietrogrado, che fu il centro, il cuore stesso della insurrezione. Ma il lettore deve ben rendersi conto che tutto ciò che avvenne a Pietrogrado si ripeté, pressappoco egualmente, con una intensità più o meno grande, e ad intervalli più o meno lunghi, in tutta la Russia.
In questo volume, il primo di una serie alla quale lavoro, sono obbligato a limitarmi ad una cronaca degli avvenimenti di cui sono stato testimone, ai quali ho assistito personalmente o che conosco da fonte sicura. Il racconto propriamente detto è preceduto da due capitoli che tracciano brevemente le origini e le cause della Rivoluzione d’Ottobre. So bene che questi due capitoli saranno di difficile lettura, ma essi sono essenziali per comprendere ciò che segue. ll lettore si porrà certamente numerose domande. Che cos’è il bolscevismo? In cosa consiste la forma del governo fondato dai bolscevichi? I bolscevichi erano favorevoli all’Assemblea Costituente
prima della Rivoluzione d’Ottobre; perché dunque la disciolsero poi, essi stessi, con la forza? E perché la borghesia, ostile all’Assemblea Costituente fino alla comparsa del pericolo bolscevico, assunse poi la difesa di questa stessa Assemblea? Tutte queste questioni non potevano trovare qui una risposta. In un altro volume: Da Kornilov a Brest-Litovsk, dove proseguo il racconto degli avvenimenti fino alla pace con la Germania, descrivo l’origine e la funzione delle varie organizzazioni rivoluzionarie, l’evoluzione del sentimento popolare, lo scioglimento dell’Assemblea Costituente, la struttura dello Stato sovietico, lo sviluppo e la conclusione dei negoziati di Brest-Litovsk.
Iniziando lo studio della insurrezione bolscevica, è necessario rendersi ben conto che la disorganizzazione della vita economica e dell’esercito russo, fine logica di un processo che risale al 1905, non cominciò il 25 Ottobre (7 Novembre) 1917, ma parecchi mesi prima. I reazionari, privi di ogni scrupolo, che dominavano la corte dello zar, avevano deliberatamente deciso di provocare una catastrofe per poter concludere una pace separata con la Germania. La mancanza di armi al fronte, che ebbe per conseguenza
la grande ritirata dell’estate 1915, la scarsezza dei viveri negli eserciti e nelle grandi città, la crisi della produzione e dei trasporti del 1916, tutto ciò faceva parte di un gigantesco piano di sabotaggio, la cui esecuzione fu frenata a tempo dalla Rivoluzione di Marzo.
Durante i primi mesi del nuovo regime, malgrado la confusione seguente a un grande movimento rivoluzionario, che liberava un popolo di 160 milioni di uomini, il popolo più oppresso del mondo intero, la situazione interna e la capacità di combattimento degli eserciti migliorarono, infatti, di molto.
Ma tale «luna di miele» durò poco tempo. Le classi possidenti volevano una rivoluzione esclusivamente politica che, strappando il potere allo zar, lo trasmettesse a loro. Esse volevano fare della Russia una repubblica costituzionale sul modello della Francia o degli Stati Uniti, o una monarchia costituzionale, come quella inglese. Le masse popolari volevano invece una vera democrazia nella città e nelle campagne.
William English Walling, nel suo libro Il messaggio della Russia, consacrato alla rivoluzione del 1905, descrive esattamente lo stato d’animo dei lavoratori russi che dovevano poi, quasi unanimemente, sostenere il bolscevismo:

I lavoratori comprendevano bene che, anche sotto un governo liberale, essi avrebbero
rischiato di continuare a morire di fame se il potere fosse rimasto ancora nelle mani di altre classi sociali.
L’operaio russo è rivoluzionario, ma non è né violento, né dogmatico, né stupido. Egli è
pronto alla lotta sulle barricate, ma ne ha studiato le regole e, caso unico fra i lavoratori del mondo intero, le ha imparate dalla pratica. È risoluto a condurre fino alla fine la lotta contro il suo oppressore, la classe capitalista. Non ignora che esistono ancora altre classi, ma esige che esse prendano nettamente posizione nel conflitto accanito che si avvicina.
I lavoratori russi riconoscevano tutti che le nostre istituzioni politiche [americane] sono preferibili alle loro, ma non desideravano affatto di passare da un dispositivo all’altro, [quello della classe capitalista]…
Se gli operai russi si sono fatti uccidere e sono stati impiccati a centinaia a Mosca, a Riga, a Odessa, se essi sono stati, a migliaia, imprigionati nelle galere russe ed esiliati nei deserti e nelle regioni artiche, non è per conquistare i privilegi discutibili degli operai dei Goldfilds e di Cripple-Creek…

Si sviluppò così in Russia, nel corso stesso di una guerra esterna, in seguito alla rivoluzione politica, la rivoluzione sociale che si concluse con il trionfo del bolscevismo.
A.J. Sack, direttore dell’Ufficio di informazioni russe per gli Stati Uniti, ed avversario del governo sovietico, ha scritto nel suo libro La nascita della democrazia russa:

I bolscevichi si costituirono in Consiglio dei ministri con Lenin, presidente, e Lev Trockij,
ministro degli affari esteri. Quasi subito dopo la rivoluzione di Marzo, la loro andata al potere era apparsa inevitabile. La storia dei bolscevichi dopo la rivoluzione è la storia della loro ascesa costante…

Gli stranieri, gli americani in particolare, insistono frequentemente sulla ignoranza dei lavoratori russi. È esatto che questi non possedevano l’esperienza politica dei popoli occidentali, ma erano notevolmente preparati nella organizzazione delle masse. Nel 1917 le cooperative di consumo, contavano più di 12 milioni di aderenti. Lo stesso sistema dei Soviet è un ammirabile esempio del loro genio organizzatore. Inoltre non vi è probabilmente sulla terra un altro popolo che conosca così bene la teoria del
socialismo e le sue applicazioni pratiche.
William English Walling scrive a questo proposito:

I lavoratori russi sanno, nella loro maggioranza, leggere e scrivere. La situazione
estremamente turbata nella quale si trovava il paese da molti anni, ha fatto sì che essi hanno avuto il vantaggio di avere per guide non solo i più intelligenti tra di loro, ma una grande parte degli intellettuali, egualmente rivoluzionari, che comunicarono loro il proprio ideale di rigenerazione politica e sociale della Russia…

Molti scrittori hanno giustificato la loro ostilità contro il governo sovietico con il pretesto che l’ultima fase della rivoluzione fu solamente una lotta di difesa degli elementi civili della società contro gli attacchi brutali dei bolscevichi. Furono invece proprio tali elementi, le classi possidenti, che, di fronte al potere crescente delle organizzazioni rivoluzionarie di massa, tentarono di distruggerle ad ogni costo e di sbarrare la strada alla rivoluzione. Per rovesciare il ministero Kerenskij e per annientare i Soviet esse disorganizzarono i trasporti, provocarono dei torbidi interni; per vincere i Consigli di fabbrica, chiusero le officine, fecero sparire combustibile e materie prime; per schiacciare i Comitati dell’esercito, ristabilirono la pena di morte e cercarono di provocare la disfatta militare.
Evidentemente esse gettavano così benzina, e della migliore, sul fuoco bolscevico. I bolscevichi risposero predicando la guerra di classe e proclamando la supremazia dei Soviet.
Tra questi due estremi, più o meno caldamente appoggiati da gruppi diversi, si trovavano i socialisti detti «moderati», che comprendevano i menscevichi, i socialisti-rivoluzionari ed alcune frazioni di minore importanza. Tutti questi partiti erano ugualmente attaccati dalle classi possidenti, ma la loro forza di resistenza era spezzata dalle loro teorie stesse.
I menscevichi ed i socialisti-rivoluzionari proclamavano che la Russia non
era matura per la rivoluzione sociale e che solo una rivoluzione politica era
possibile. Secondo loro le masse russe mancavano dell’educazione
necessaria per la presa del potere; ogni tentativo in tale senso non avrebbe
che provocato una reazione, la quale avrebbe facilitato ad un qualsiasi
avventuriero senza scrupoli la restaurazione del vecchio regime. Perciò
quando i socialisti «moderati» furono obbligati dalle circostanze a prendere
il potere, non osarono servirsene.
Essi credevano che la Russia dovesse passare, a sua volta, per le stesse
tappe politiche ed economiche dell’Europa Occidentale, per arrivare, infine,
contemporaneamente al resto del mondo, al paradiso socialista. Si
trovavano quindi d’accordo con le classi possidenti per fare della Russia
soprattutto uno Stato parlamentare – alquanto più perfezionato, tuttavia,
delle democrazie occidentali – ed insistettero, perciò, per la partecipazione
delle classi possidenti al potere. Di là ad una politica di sostegno, non vi era
che un passo. I socialisti «moderati» avevano bisogno della borghesia; ma
la borghesia non aveva bisogno dei socialisti «moderati». I ministri socialisti
furono obbligati a cedere, a poco a poco, sulla totalità del loro programma,
via via che la pressione delle classi possidenti aumentava.
E finalmente, quando i bolscevichi ebbero abbattuto tutto quel castello di
compromessi senza base, menscevichi e socialisti rivoluzionari si trovarono
nella lotta a fianco delle classi possidenti. Questo stesso fenomeno noi lo
vediamo oggi riprodursi, presso a poco, in tutti i paesi del mondo.
È ancora di moda, dopo un anno di esistenza del regime sovietico, parlare
della rivoluzione bolscevica come di una «avventura». Ebbene, se si deve
parlare di avventura, fu veramente tra le più meravigliose in cui si sia
impegnata l’umanità, l’avventura che aprì alle masse lavoratrici il terreno
della storia e che fece tutto dipendere ormai dalle loro vaste e naturali
aspirazioni. Ma aggiungiamo che era pronto, prima di novembre, l’apparato
per mezzo del quale le terre degli agrari potevano essere distribuite ai
contadini; che i Consigli di fabbrica ed i sindacati erano costituiti, per
realizzare il controllo operaio dell’industria, e che ogni città, ed ogni
villaggio, ogni distretto, ogni provincia, aveva i suoi Soviet di deputati
operai, soldati e contadini pronti ad assumere l’amministrazione locale.
Qualunque giudizio si dia del bolscevismo, è certo che la rivoluzione russa
è uno dei grandi avvenimenti della storia dell’umanità e che la conquista del
potere da parte dei bolscevichi è un fatto d’importanza mondiale. Come gli
storici si sforzano di ricostruire nei suoi più piccoli particolari la storia della
Comune di Parigi, così essi desiderano sapere ciò che è accaduto a
Pietrogrado nel novembre 1917, lo stato d’animo del popolo, la fisionomia
dei suoi capi, le loro parole, i loro atti. Ho scritto questo libro pensando ad
essi.
Durante la lotta le mie simpatie non erano neutre. Ma tracciando la storia
di quelle grandi giornate ho voluto considerare gli avvenimenti come un
cronista coscienzioso che si sforza di fissare la verità.

J.R.
New York, 1 gennaio 1919

bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Grillo Inps ISIS ISTAT italia italicum lavoro Lega M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato socialisti Spagna UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento