giovedì, 8 dicembre 2016
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Al Romaeuropa Festival Music for Solaris, concerto per musica e immagini
Pubblicato il 14-11-2016


ben_frostUn cult della fantascienza, tre giganti della sperimentazione elettronica: è Music for Solaris, concerto per musica e immagini nato dalla collaborazione di Ben Frost e Daníel Bjarnason con Brian Eno, presentato dal Romaeuropa Festival con l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia in data unica domenica 20 novembre all’Auditorium Parco della Musica.

Tutto nasce dal celebre film di Andrej Tarkovskij Solaris a sua volta basato sull’omonimo romanzo di uno scrittore visionario come Stanisław Lem. È da qui che sono partiti l’australiano Ben Frost, uno dei più incredibili talenti e degli indiscussi protagonisti della scena elettronica contemporanea, capace di spaziare dal minimalismo classico al punk rock e al post-industrial; Brian Eno, padre indiscusso della musica ambientale e uno degli esponenti più autorevoli del minimalismo americano; Daníel Bjarnason, compositore versatile che può vantare collaborazioni con le orchestre più prestigiose e con artisti del calibro di Sigur Rós.

Il viaggio dello psicologo Kris Kelvin, protagonista di Solaris, diviene nelle loro mani un affondo nei contrasti della psiche umana, quasi a porre l’accento su quella volontà di Tarkovskij di eliminare il più possibile dal suo film gli elementi caratteristici del genere fantascientifico, e creare un paesaggio familiare, immediatamente riconoscibile dallo spettatore.

L’esecuzione musicale di Frost (chitarra elettronica e laptop), Bjarnason (direzione orchestrale e piano preparato) e, per l’occasione, dell’Orchestra di Santa Cecilia, procede in parallelo alle elaborazioni video di Brian Eno e Nick Robertson che utilizzano immagini tratte dal film ritagliandone i volti degli attori o distorcendole in colori astratti. Un invito a porci all’ascolto del nostro stesso io perché, come titola il primo brano di Music for Solaris: We don’t need other worlds, we need mirrors.

Programma di sala a cura di Federico Capitoni

La musica d’ambiente ne ha fatta di strada da quando la sua era una mera funzione: stare sullo sfondo e accompagnare altre attività. Oggi è un genere musicale autonomo. Il complice maggiore di tale emancipazione è Brian Eno, che adesso può vedere in che modo i suoi successori siano stati capaci di portare l’idea di ambient music a interessanti conseguenze. Uno di questi è proprio Ben Frost, artefice di un personale stile che ingloba negli insegnamenti di Eno l’impiego del noise (il rumore è stato recuperato di recente come importante fonte sonora) e un minimalismo rarefatto di matrice nordica (discendente direttamente dalle esperienze di Björk e dei Sigur Rós). Questa impronta acustica si adatta benissimo a sostenere l’immaginario pensato da Andrej Tarkovskij in Solaris (1972), capolavoro del cinema di fantascienza russo ben all’altezza del romanzo di Stanisław Lem – che rappresenta dal canto suo una delle vette di tutta la letteratura polacca – dal quale è tratto.

In un film che più che il futuro indaga gli aspetti psicologici del rapporto con sé stessi, la tecnologia è assodata, non vengono esibiti battaglie spaziali, raggi laser o computer parlanti. Anzi, sembra che tutto il sapere scientifico accumulato e messo in campo sia assolutamente insufficiente a spiegare esattamente cosa stia accadendo: l’ipotesi è che l’oceano gelatinoso che avvolge Solaris sia una sostanza pensante in grado di restituire in forma plastica e vivente i pensieri archiviati nella memoria di chi gli si avvicina. Sicché l’accento è spostato sull’inquietante interrogativo riguardante le capacità della mente e la virtualità quale termine medio tra realtà e illusione. La traduzione audiovisiva di questo incubo («miracolo crudele») è pensata da Ben Frost, Daníel Bjarnason, Brian Eno e Nick Robertson, come un unicum. La musica si muove in modo analogico rispetto alla deformazione dei fotogrammi presi dal film: i volti in primo piano dei protagonisti con gli occhi quasi sempre sbarrati vengono stravolti e disintegrati attraverso un generatore di distorsione che lascia poi solo un vivo colore. Lo stesso avviene anche per il quadro di Bruegel, Cacciatori nella neve, presente sulla base spaziale come testimonianza della civiltà terrestre e sui cui dettagli – emblematici del nostro pianeta e particolarmente rimembranti la Russia, visto il paesaggio bianco – la camera di Tarkovskij indugia molto durante la scena della levitazione. La scrittura orchestrale, che rappresenta l’aspetto musicale “terrestre” (così come quel Bach infuso di elementi sintetizzati da Artém’ev, il compositore della musica originale del film), si mescola così all’elettronica, che fin dalla sua apparizione è stato l’espediente sonoro preferito per evocare lo spazio, il mezzo principale per caratterizzare il suono della fantascienza. Nell’elettronica c’è idea del progresso tecnologico, ci sono i suoni inauditi e c’è la possibilità tecnica di lente mutazioni, quasi a figurare le distanze cosmiche misurate in anni luce, ossia un’eternità per un terrestre.

Allora nello spazio siderale – che è messo in relazione con il nostro spazio interiore – raccontato da Music for Sólaris, tutto avviene con estrema lentezza: i tempi delle trasformazioni sono dilatati; i suoni sono lunghi, tenuti, procurati non solo dagli archi o dagli innesti elettronici, ma anche dalla chitarra di Frost, che usa il suo strumento come un più ampio dispositivo di ricerca degli effetti acustici, rendendola ponte – o specchio? – tra i due mondi.

bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Grillo Inps ISIS ISTAT italia italicum lavoro Lega M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato socialisti Spagna UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento