sabato, 18 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Alessandro Pietracci
Meglio una riforma ora
che il declino futuro
Pubblicato il 27-11-2016


La discesa agli inferi del linguaggio politico italiano si accelera con l’avvicinarsi della scadenza elettorale del 4 dicembre. Stigmatizzare questo fenomeno è doveroso. Non ci stancheremo mai di farlo, anche se sembra essere inutile: l’imbarbarimento dello scambio verbale è il prodromo di una volgarizzazione dell’intera società, preda di pulsioni irrazionali fomentate ad arte da troppi “cattivi maestri”.

Un buon maestro invece, il maestro Kong, cioè Confucio, più di 25 secoli fa connetteva la capacità di governo all’utilizzo di un linguaggio appropriato. Interrogato su argomenti politici, Confucio rispose: “Quando non sa di cosa sta parlando, un uomo di valore preferisce tacere. Se i nomi non sono corretti, non si possono fare discorsi coerenti. Se il linguaggio è incoerente, gli affari di governo non si possono gestire”. Molti leader politici, e non solo, dovrebbe imparare a memoria queste parole.

Nel caso del referendum costituzionale avviene l’opposto: chi non sa nulla della materia, sproloquia e riempie notiziari e talk show (nonché la Rete); i discorsi coerenti – anche di chi in passato o fino a ieri auspicava le necessarie riforme – lasciano il posto alla più bieca propaganda; “la buona gestione degli affari di governo” viene trascurata, travolta anch’essa da fattori esterni che non la dovrebbero condizionare. Gli esempi concreti si sprecano. Lasciando perdere la trivialità da trogolo di Beppe Grillo, stupisce l’atteggiamento del costituzionalista Pace che minaccia impugnazioni del risultato elettorale “se la vittoria del Sì dovesse essere determinata dai voti degli italiani all’estero”. Ma come? E se vincesse il No grazie a quei voti, tutto sarebbe regolare?

L’Italia sta perdendo la testa. Non possiamo permettercelo viste l’incandescenza del contesto internazionale, l’ondata demagogica che travolge l’Europa e una  nuova crisi economica dietro l’angolo. Questo dovrebbe essere il tempo del ragionamento, dell’equilibrio, magari di qualche “forse”. Certamente la logica referendaria non prevede zone di grigio. Le posizioni per forza si devono divaricare. O Sì o No. Le sfumature non esistono.

Varrebbe allora la pena di entrare nel merito, di stemperare le tensioni. E appunto di “rettificare i nomi” come diceva Confucio. Non ci troviamo di fronte a un golpe istituzionale, a uno stravolgimento della Costituzione. Essa ci ha garantito un indubitabile progresso democratico. Non si può però rimanere ancorati alle nostalgie. Neppure evocare complotti inesistenti. La riforma incide su tre ambiti specifici: il Senato, il rapporto tra Stato e Regioni, altre questioni, che sembrano divenute minori o non appassionanti (disciplina del referendum, abolizione del Cnel, modifiche nell’iter dei decreti legge, innalzamento del quorum per l’elezione del Presidente della Repubblica, cancellazione delle Province…).

Si modifica il bicameralismo paritario. Era ora, perché l’Italia è uno degli ultimi Paesi del mondo ad avere due Camere che fanno l’identico lavoro, che ricoprono le stesse funzioni. Il Senato poteva essere abolito completamente? La normativa poteva essere scritta meglio? Forse, ma bisognerebbe dirlo a chi, dal 1979 in poi, auspica la grande riforma. Troppi smemorati si aggirano in Italia. Personaggi illusi (o in perfetta malafede) dicono che, una volta bocciata la riforma Renzi, in poco tempo si possa attuare “la migliore delle riforme possibili”, dimenticando che “il meglio è nemico del bene”. Qualcuno non si rende conto della fragilità del nostro sistema. Il realismo impone di fare qualcosa. Questa riforma è un primo passo. Non è un traguardo, ma è il massimo ottenibile in questo momento.

Come ovvio tuttavia questo referendum si è colorato di altre tinte più sanguigne. Troppo ambita è la preda Renzi. Una scrofa, dice Grillo. Qualcuno rimpiange la caccia al “cinghialone”, al socialista Craxi, autore del primo tentativo di grande riforma costituzionale, finita nel nulla per la sorda opposizione di chi è sempre pronto alle riforme predicate e mai portate a compimento. L’errore di Renzi è stato quello di personalizzare troppo la consultazione. Il plebiscito sul giovane premier non farà bene all’Italia, a prescindere dall’esito.

I socialisti non possono essere che per il Sì al referendum, consci come sono che soltanto riforme positive, anche se parziali (o”spicciole”), possono garantire altri anni di benessere. Stare a guardare non serve a nulla. Qualcuno dice: “Meglio nessuna riforma che una cattiva riforma”. Ma il motto ora dovrebbe essere questo: “Meglio una riforma ora che il declino futuro”.

Alessandro Pietracci
Segretario Provinciale PSI Trento

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Commenti all'articolo
  1. Verso la fine del testo troviamo scritto “L’errore di Renzi è stato quello di personalizzare troppo la consultazione”, e subito di seguito “Il plebiscito sul giovane premier non farà bene all’Italia, a prescindere dall’esito”.

    Parto di qui perché sono due passaggi di indubbio rilievo, riguardo al primo dei quali viene da dire che chi semina vento raccoglie tempesta, secondo il vecchio adagio, ben noto a tutti, e la personalizzazione ha poi innescato un susseguirsi di reazioni, surriscaldando il clima del confronto, e spostandone per certi versi i termini, dal momento che per molti sostenitori del NO l’esito del Referendum non doveva affatto riguardare le sorti del Governo in carica.

    Dopo di che, se “Il realismo impone di fare qualcosa”, come dice l’Autore, andava approvata nel 2006 la Riforma proposta allora dal centro-destra, che invece non passò la prova referendaria, probabilmente perché venne ritenuta insufficiente, pur se era piuttosto incisiva, oppure non era condivisa nelle sue direttrici, e andrebbe pertanto accettato, se non altro per simmetria, che possa accadere altrettanto in ordine a quella attuale, senza per questo ritenere che “non sa nulla della materia” chi alla stessa si professa contrario.

    Andrebbe altresì accettato, per entrare più nel merito del provvedimento, che vi sia chi guarda ancora con favore al bicameralismo paritario, e non vede con entusiasmo la cancellazione delle Province, per fare un esempio, come pure andrebbero tenuti presente quanti non concepiscono Riforme costituzionali “parziali o spicciole”.

    Se si voleva fare una Riforma parziale, che avrebbe potuto verosimilmente incontrare un ampio consenso, la si poteva circoscrivere alla abolizione del CNEL e a riscrivere i rapporti tra Stato e Regioni (rispetto alle modifiche del Titolo V della Costituzione apportate nel 2001 dal centro-sinistra).

    Paolo B. 27.11.2016

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