sabato, 3 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

UN ALTRO NO
Pubblicato il 28-11-2016


cassazioneArriva un altro ‘NO’ ai ricorsi presentati per il Referendum costituzionale. Le Sezioni unite della Cassazione hanno respinto come inammissibile il ricorso del Codacons contro il quesito referendario e l’ordinanza dell’Ufficio centrale per il referendum. Tale ordinanza – hanno stabilito le Sezioni unite – non ha natura di atto giurisdizionale e quindi non può essere impugnata per via giurisdizionale, “men che mai dinanzi alla corte di Cassazione” di cui l’Ufficio per il referendum “costituisce un’articolazione interna”, si legge nella sentenza. No al Codacons anche dalla Corte Costituzionale che aveva convocato una camera di consiglio straordinaria per esaminare un’istanza dell’associazione di difesa dei consumatori che chiedeva di sollevare un conflitto d’attribuzione tra l’Ufficio centrale per il referendum presso la Cassazione e i cittadini elettori rappresentati dallo stesso Codacons. La Consulta ha dichiarato inammissibile il ricorso ritenendo che i ricorrenti non avessero i requisiti per esercitare l’azione, non essendo “poteri dello Stato” come richiede l’art. 134 della Costituzione.
In sostanza, secondo l’associazione dei consumatori l’Ufficio centrale, nel dichiarare la conformità del quesito, avrebbe superato i limiti interni della propria giurisdizione invadendo la sfera del governo. Ma nella sentenza redatta dal giudice Angelina Maria Perrino, depositata oggi, le Sezioni unite hanno stabilito da una parte che l’Ufficio centrale per il referendum ha natura giurisdizionale, essendo formato da giudici e incardinato presso la Cassazione, e che esso “svolge la propria attività in condizioni di neutralità”.
Dall’altra, però, le sue decisioni “hanno natura soltanto formale di atti giurisdizionali”. In realtà, infatti, il suo compito non è quello di “accertare l’avvenuta violazione di doveri e obblighi” ne’ di “comporre un contrasto” tra parti contrapposte; e neppure quello di “dare certezza definitiva a una situazione giuridica autonoma che la richieda” o di “gestire specifici e distinti interessi”. In particolare l’ordinanza che ammette il referendum “è immediatamente funzionale al decreto del Presidente della Repubblica” di indizione del referendum e si qualifica come “definitiva”. Per questo la stessa Corte Costituzionale ricorda la sentenza ritiene che nei confronti dell’Ufficio centrale sia ammissibile solo il conflitto d’attribuzione di fronte alla Consulta.
A meno di una settimana dalla data del Referendum continua la battaglia di entrambi gli schieramenti (favorevoli e contrari) alla Riforma Costituzionale. Ieri in Piazza del Popolo a Roma, circa 50mila persone arrivate da tutta Italia per dire No al referendum del 4 dicembre. Studenti e cassintegrati, anziani e famiglie con bambini in passeggino, movimenti per la casa e contro le grandi opere, italiani e immigrati, tutti sotto l’insegna di una manifestazione ‘C’è chi dice No’ per denunciare anche l’occupazione di governo e sostenitori del Sì delle reti Rai (con annesso bavaglio al No).
Sempre per quanto riguarda la ‘questione’ del Servizio Pubblico televisivo è intervenuto il senatore Enrico Buemi che ha lamentato la mancanza della ‘voce’ socialista in Rai, annunciando un’interrogazione parlamentare in proposito.
“Con un’unica eccezione, non c’è rete televisiva pubblica che in oltre due mesi abbia invitato i socialisti a dire la loro in una trasmissione dedicata al referendum. Quando non eravamo in parlamento ci rispondevano che l’assenza da Camera e Senato pregiudicava la possibilità di essere invitati. Ora che ci siamo, devono aver cambiato i criteri”. Sono le parole del senatore Enrico Buemi, membro della Segreteria nazionale del PSI, riguardo la mancanza di una quota di spazio per i socialisti sulle reti pubbliche durante la campagna elettorale.
“Ha un peso la rappresentanza parlamentare? – aggiunge – Bene, e allora perché si accolgono a braccia aperte esponenti solitari di partiti assenti dalle Camere? Perché sono amici di qualcuno? È un quesito che porrò alla Commissione di Vigilanza Rai. Un’interrogazione a risposta immediata”.
E mentre si avvicina la data del voto che sta spaccando l’opinione pubblica e infervorendo la propaganda politica di entrambi gli schieramenti, arriva un avvertimento dal mondo finanziario. Dal Financial Times arriva un nuovo affondo a favore del Sì al referendum italiano, stavolta analizzando i rischi per la tenuta del sistema bancario italiano.
Se il prossimo 4 dicembre “il premier Matteo Renzi perderà il referendum costituzionale fino a 8 banche italiane, quelle con più problemi, rischiano di fallire”, scrive il quotidiano britannico, secondo il quale, citando funzionari e banchieri di alto livello, l’eventuale vittoria del No tratterrebbe “gli investitori dal ricapitalizzare” gli istituti in difficoltà.
“Renzi – continua Ft – ha promosso una soluzione di mercato per risolvere i problemi da 4.000 miliardi di euro del sistema bancario italiano”. E nel caso di dimissioni di Renzi i banchiere temono “la protratta incertezza durante la creazione di un governo tecnico”. Secondo il Financial Times gli otto istituti a rischio sono Monte dei Paschi di Siena, la Popolare di Vicenza, Veneto Banca, Carige, Banca Etruria, CariChieti, Banca delle Marche e CariFerrara.
Ma l’avvertimento del famoso quotidiano invece di rincuorare il Governo preoccupa per le dichiarazioni attinenti alle banche. “Le banche citate sono casi ben noti, non c’è notizia. Sono casi diversi da trattare con prospettive diverse”. Lo dice il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan rispondendo a chi gli chiede di commentare l’articolo del Financial Times sui rischi post referendum per le banche italiane. Padoan sottolinea come non ci sia “nulla di strano in quello che viene scritto”.
Secondo Padoan, i “problemi sono diversi e le strategie specifiche sono già a diversi stadi implementazioni. In taluni casi, sono in fase conclusione. Ciascun fase si gestisce da sola e in alcuni casi i management hanno già deciso e deliberato”.

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