sabato, 3 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Cosa c’è dietro la Brexit, Trump e il no al referendum
Pubblicato il 14-11-2016


Una sottile e coerente continuità lega insieme, e ci potremmo inserire anche l’esito scioccante del referendum in Colombia sfavorevole alla pace, la decisione dei britannici di uscire dall’Europa politica, giacché di quella monetaria non facevano parte, l’esito imprevisto, ma non imprevedibile, delle elezioni americane, la possibile, non voglio dire probabile, vittoria del no al referendum costituzionale in Italia. Bisognerebbe avere il coraggio di evitare facili interpretazioni e scomuniche superficiali e tentare di andare alle radici di un fenomeno che segna quasi ovunque una crisi del sistema democratico e genera nuovi miti salvifici in nome del cambiamento. E soprattutto provoca il ribaltamento della vecchia massima andreottiana, giacché il potere oggi logora, e anche velocemente, chi ce l’ha.

Walter Veltroni compie oggi su L’Unità una riflessione condivisibile alla quale manca però un’autocritica. Vediamo cos’è condivisibile. Innanzitutto il considerare la nostra epoca come figlia dell’ottantanove, della fine degli scontri ideologici e bipolari, dell’inizio di una nuova fase che avrebbe dovuto esaltare la democrazia e le forze riformiste che avevano saputo costruire il loro progetto nell’occidente liberale. Il nuovo mondo ha aperto invece la porta a un periodo di forti tensioni internazionali, a molti focolai di guerra, allo sviluppo di un nuovo terrorismo di stampo religioso incontrollato e non più governato dalle vecchie divisioni. A questo ha fatto da contraltare una globalizzazione economica che ha visto l’entrata sul mercato internazionale di un intero continente, l’Asia, che ne era parzialmente escluso.

Su questo l’analisi di Veltroni glissa. Ma è proprio la globalizzazione, che è figlia della fine del comunismo e delle ideologie (la Cina resta formalmente comunista, ma si è trasformata più di tutti gli altri paesi post comunisti in potenza capitalistica moderna, per di più senza troppi vincoli e controlli), che ha generato problemi alle economie europee e anche americana. Quando il prezzo dei prodotti varia così tanto, perchè diverso è il costo delle materie prime, delle tecnologie e del lavoro, allora la crisi si sviluppa e non la si può affrontare con vecchie ricette, come i dazi e l’autarchia, soprattutto quando il debito di questi paesi è tutt’altro che nelle mani loro, ma in buona parte risulta comprato, come in America, proprio da paesi, come la Cina, che si vorrebbero penalizzare.

Il terzo elemento di crisi è datato 2008, quando le banche americane sono entrate in default per via dei cosiddetti derivati. Solo in quel momento si è compresa la perfida natura del governo della finanza, che si basa sulla capacità di governo di pochissimi e sulla suggestione generale. Non c’è nulla di più lontano dalla democrazia della finanza, con le borse che spostano miliardi di dollari in pochi secondi, che generano la spropositata ricchezza di alcuni e la povertà dei più. Dal 2008 anche l’Europa è entrata in una fase di riflusso, che poi è stato solo parzialmente recuperato, meno in Italia che altrove. In tutto questo si agitano paure, si mostrano spettri, si inventano originali e mirabolanti ricette. E’ l’epoca dei Dulcamara che vendono con successo i loro elisir. Ovunque fanno presa sui più poveri e soprattutto su un ceto medio che è stato penalizzato dalla crisi. La richiesta è che provengano dal nulla, che siano personalità che hanno in odio la politica democratica, che sappiano convincere con suggestioni, emozioni, illusioni, in un mondo della comunicazione che ha cambiato il nostro linguaggio e che ha sostituito l’istinto alla razionalità.

In tutto questo sinistra e destra non esistono più. Sono luoghi geografici, non politici. L’America che ha premiato il superdestro Trump avrebbe potuto lo stesso giorno affidarsi al supersinistro Sanders. Il cemento è l’anti establishment, con la conseguenza che anche i premiati saranno presto disarcionati perché nuovo establishment. D’altronde tutto si brucia e si consuma. Molti neri hanno votato Trump perchè delusi da Obama, così come molti conservatori hanno votato exit in Gran Bretagna perchè delusi da Cameron, mentre in Italia molti voteranno no perché delusi da Renzi. Perfino la Merkel non è stata premiata e molti suoi elettori la contestano per la sua politica attorno ai migranti. Delusi anche loro.

I riformisti di tutto il mondo devono comprendere che oggi in gioco c’è la nostra democrazia, colpita dal terrorismo, dalla crisi economica, da una finanza selvaggia, da una globalizzazione svantaggiosa. Se si pensa ad un impossibile ritorno al passato si compie l’errore più grande, con spinte nazionalistiche controproducenti e illusorie, con muri anti storici, con criminalizzazioni assurde. Ma se i riformisti non si accorgono di quel che si sta preparando è forse anche peggio. Troppe volte negli appuntamenti con la storia anche i settori più avanzati della politica hanno clamorosamente sbagliato analisi e proposta. Io non penso che bisogna tornare a Marx solo perché oggi è più vera la sua profezia di una progressiva e inevitabile proletarizzazione del ceto medio. Marx nulla poteva sapere della globalizzazione, del ruolo preponderante della finanza, del nuovo mondo delle tecnologie e della comunicazione. Tuttavia una nuova forma della politica che sappia schierarsi dalla parte dei deboli e governare ed equilibrare le pulsioni economiche e finanziarie è oggi necessaria. Oggi come non mai serve un mercato regolato, uno stato attivo, leggi e norme che sappiano assicurare anche all’Europa una crescita soddisfacente. Per non aprire le porte ai nuovi cavalieri dell’Apocalisse, anche in Italia, serve intelligenza. Non solo giovinezza. E Veltroni che del mito americano e del suo sistema politico è stato alfiere, propagandista e propugnatore in Italia, non si sente anche un po’ in colpa?

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Commenti all'articolo
  1. Caro Direttore, al programma radiofonico “Zapping” si illustrava bene il modo attraverso il quale si alimenta il populismo che porta sempre più persone a sostenere personaggi inquietanti come Trump. Le notizie viaggiano sempre più sui “social networks”, sempre meno attraverso i giornali, e senza alcun controllo. Questo induce molti a crearsi delle idee,autoconvincersene, diffonderle,spacciandole per notizie, e convincendo altre persone le quali in seguito rifiutano di leggere fatti che contraddicano gli edifici mentali che si sono costruiti. Una specie di contagio di bugie che internet diffonde senza che esista una cura o un vaccino. Il vaccino, o l’anticorpo, dovrebbe essere la memoria storica collettiva, ma essa dura, secondo gli studiosi, due al massimo tre generazioni. Il che spiega perchè ogni 80-100 anni l’umanità entra in crisi.A me sembra che ci stiamo avvicinando a una di queste crisi violente che sfociano in cataclismi bellici. Spero di sbagliarmi.
    Cordiali saluti, Mario,

  2. La disanima o riflessione del Direttore può essere ineccepibile, sul piano sociologico e politologico, così come il dire che “i riformisti di tutto il mondo devono comprendere….”, ma forse ci troviamo in uno di quei momenti storici in cui, sempre prendendo a prestito le parole del Direttore, “anche i settori più avanzati della politica hanno clamorosamente sbagliato analisi e proposta”, nonostante i ripetuti segnali via via arrivati, e che sono rimasti sostanzialmente inascoltati, o quasi, generando così un progressivo clima di sfiducia, non so quanto recuperabile, almeno nell’immediato, anche a fronte dei tanti problemi ancora aperti, e apparentemente lontani dall’essere risolti.

    I ritardi nell’accorgersi “di quel che si sta preparando” possono adesso pesare, e non poco, sulla credibilità della politica, la quale dovrebbe a questo punto domandarsi se non sia stata troppo autoreferenziale, da un po’ di tempo a questa parte, indipendentemente dall’età dei suoi esponenti, e chiedersi altresì se il “populismo” non possa essere visto da molti come qualcosa che guarda al “popolo” più di quanto sia successo fino ad ora, né andrebbe dimenticato che i “politicamente corretti” criticavano un tempo, ed aspramente, il leaderismo degli altri, salvo poi cambiare idea quando si è trattato di casa propria, almeno così sembra da come stanno andando le cose, .e anche queste contraddizioni non rimangono alla lunga senza effetti e conseguenze.

    Paolo B. 15.11.2016

  3. Marx sapeva tutto della globalizzazione. Il mondo era già globale allora. Il fatto che i paesi imperialisti avessero sotto di sé un’enorme fetta del mondo, non significa che essi fossero fuori dal sistema. Ne erano talmente dentro che le ricchezze prodotte sui loro territori affluivano nei forzieri delle classi dominanti dei paesi imperialisti. La globalizzazione terminò con la rivoluzione bolscevica e si riaprì con la fine dell’URSS. Certo il capitalismo al tempo di Marx era di natura produttiva. E Marx parlava di “sussistenza” per le classi salariate. Del capitalismo finanziario si occupò Hilferding, pubblicando il libro omonimo nel 1910.
    Ora il capitalismo finanziario si lega allo sviluppo tecnologico, che fa quasi del tutto a meno della componente umana nel processo produttivo sviluppato, riducendo gli umani al rango di quasi schiavi.
    Qualcuno si spinge a dire che ora il confronto, nella società, è tra l’alto e il basso. Che io traduco tra ricchissimi e poveri e miserabili (bel ritorno a Hugo!).
    Quanto spazio c’è per i riformisti di tutto il mondo?

  4. Interessante il riferimento a Marx, direttore.
    Non credi che ancor di più sia da ricordare Marx in relazione alla sua definizione della politica come sovrastruttura che nulla poteva incidere sulle reali forze in lotta?

  5. Nell’ultimo commento ci si chiede “come restituire potere alla politica rispetto al governo della finanza?”, e la risposta a questa domanda chiama verosimilmente in causa la globalizzazione, cioè un fattore in qualche “esterno” alla politica – e il ragionarne allargherebbe molto il discorso, anche se può valerne sicuramente la pena – ma vi è comunque un fattore tutto interno alla politica, che merita a mio avviso un accenno per la sua contraddizione.

    Mi riferisco al caso in cui una parte politica utilizza i dati finanziari “internazionali” per far cadere i Governi sgraditi, quasi a delegare ad altri “poteri” un compito essenzialmente politico, salvo poi lamentarsi dell’eccessivo “potere della finanza” quando ad essere “sotto tiro” sono i propri Esecutivi, ma la storia insegna che talora i delegati tendono a conservare le funzioni, anziché restituirle ai deleganti.

    Paolo B. 17.11.2016

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