sabato, 3 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

I diktat e il dramma
di Bruxelles, la versione
di Étienne Balibar
Pubblicato il 08-11-2016


etienne-balibarIl dramma dell’Europa è dovuto sostanzialmente al fatto che essa non ha ancora trovato il suo “momento costituente e federatore”, attraverso una spinta democratica dal basso che fosse valsa a definire una cittadinanza europea legittimata e protetta da istituzioni condivise. Étienne Balibar, autorevole filosofo della politica, in “Crisi e fine dell’Europa?”, spiega il motivo dell’impasse che affligge al presente il processo di unificazione europea; per il pensatore francese, ciò accade perché, mentre il “vecchio muore”, il “nuovo non può nascere”, per via del fatto che quanto sta accadendo dalla fine degli anni Settanta, a livello europeo ed a livello internazionale, determina il continuo cambiamento delle condizioni che dovrebbero giustificare il raggiungimento dell’obiettivo dei “padri fondatori” del progetto di un’Europa unita e solidale.
Soprattutto in questi ultimi anni, dall’inizio della Grande Recessione, le incertezze della “costruzione comunitaria” sono all’ordine del giorno. Da un lato, le Cassandre annunciano di continuo la paralisi e la dissoluzione dell’Unione, perché nessuna delle “ricette” applicate per lenire gli effetti negativi della recessione ha risolto la “contraddizione interna di una costruzione politica il cui principio ispiratore […] implica l’antagonismo permanente degli interessi dei diversi attori”. Quelle ricette, a parere di Balibar, hanno solo perpetuato “la recessione, accentuato le disuguaglianze tra nazioni, generazioni e classi sociali, bloccato i sistemi politici, prodotto una diffidenza esacerbata dei popoli nei confronti delle istituzioni e della costruzione europea in quanto tale”. Da un altro lato, i paladini del “metodo Coué” (o metodo per la conservazione della padronanza su se stessi per mezzo dell’autosuggestione cosciente) “colgono al volo ogni segnale ‘non negativo’ per annunciare che, ancora una volta, il progetto europeo approfitta delle sue crisi per rilanciarsi, facendo prevalere l’interesse comune sulle divergenze”.
Tuttavia – afferma Balibar – ciò che impedisce di “mettere in ridicolo” sia le Cassandre che i seguaci del metodo Coué è l’“argomento cogente” che le economie dei Paesi europei sono divenute ormai tanto interconnesse tra loro e le singole società che le compongono così tanto dipendenti dai “meccanismi europei”, da fare risultare evidente per tutti la natura catastrofica dello smantellamento dell’Unione. Questa evidenza, però, osserva il filosofo francese, si basa sul presupposto che nella storia, come in politica, la continuità debba sempre prevalere sul contingente, per cui la crisi attuale non possa che essere di natura congiunturale. Non è però così.
Riguardo al dramma dell’Europa, ciò che manca è, secondo Balibar, non solo la comprensione del “tipo di svolta” che segna la crisi attuale, un processo iniziato oltre cinquant’anni fa; manca anche, da un lato, un’analisi delle contraddizioni che gli effetti della Grande Recessione hanno fatto pesare sull’”intreccio tra strategie politiche e logiche economiche” che avrebbero dovuto supportare la costruzione istituzionale dell’Unione e, dall’altro lato, una valutazione, sia dei cambiamenti nella distribuzione del “potere” tra i vari attori europei, sia del terreno di scontro tra i progetti alternativi di unificazione politico-economica del Vecchio Continente.
La mancata conoscenza degli eventi esterni ed interni all’Europa, che hanno influenzato la sua trasformazione post-nazionale, impedisce di capire perché “questa trasformazione e la sua forma stessa rimangono ancora incerte”. Al fine di superare l’handicap conoscitivo, sottolinea Balibar, occorre approfondire, in particolare, la conoscenza storica su due punti: il primo, riguardante le “fasi differenti, strettamente legate alle trasformazione del ‘sistema mnondo’”; il secondo, concernente il “quadro dell’architettura giuridica”.
La conoscenza delle diverse fasi della trasformazione del “sistema mondo” che hanno influenzato il processo europeo riveste una particolare importanza perché, per un verso, consente di evidenziare la corrispondenza tra i mutamenti del sistema mondo e di quello europeo e la crescente complessità dei problemi con cui le istituzioni che dovevano gestire l’integrazione hanno dovuto confrontarsi; per un altro verso, la conoscenza storica dei mutamenti internazionali ed europei consente di capire le difficoltà che le stesse istituzioni europee devono di continuo fronteggiare nella gestione degli “equilibri instabili tra sovranità nazionale e governance comunitaria”.
La storia degli eventi che hanno influenzato il processo d’integrazione europea può dividersi in tre fasi: la prima, relativa al periodo compreso tra la costituzione, nel 1951, della “Comunità europea del carbone e dell’acciaio” e le crisi petrolifere dell’inizio degli anni Settanta; la seconda, compresa tra l’inizio degli anni settanta e la disgregazione dell’URSS e la riunificazione della Germania nel 1990; la terza fase, infine, è quella compresa tra l’allargamento dell’Unione ai Paesi dell’Est europeo e lo scoppio della Grande Recessione del 2007/2008.
La fase iniziale è stata caratterizzata inizialmente dalla ricostruzione, nel Paesi del “blocco occidentale”, del mercato e dei sistemi industriali distrutti dalla guerra e, successivamente, dall’introduzione dei regimi di sicurezza sociale universale nei Paesi europei. La fase intermedia è stata invece caratterizzata, a livello internazionale, dal lento affermasi dell’ideologia neoliberta e, in Europa, dal “condominio franco-tedesco” nella gestione dei problemi europei e dall’attivismo della Commissione presieduta da Jacques Delors; è, questo, il periodo di mezzo dell’intero processo di integrazione dei Paesi europei, durante il quale è stato “lanciato il progetto di una duplice avanzata sopranazionale”, con la creazione della moneta unica e la realizzazione dell’Europa come economia sociale di mercato. Col prevalere anche in Europa dell’ideologia neoliberista, la moneta unica è divenuta l’istituzione centrale della Comunità, mentre la creazione dell’economia sociale di mercato si è per lo più arenata – afferma Balibar – nella formulazione di direttive formali che hanno accompagnato le società europee verso la crisi della terza fase, quella culminata con la Grande Recessione, i cui effetti sono ancora oggi persistenti.
L’ideologia neoliberista, penetrata in Europa nella fase di mezzo – sostiene Balibar – ha minato il “profilo storico e morale” del Vecchio Continente. In conseguenza di ciò, è stata vanificata “la possibilità di superare gli antagonismi storici all’interno di un insieme postnazionale”, in cui la sovranità fosse condivisa e presupposta una convergenza tendenziale degli Stati dal punto di vita “della complementarietà delle loro capacità, dell’equilibrio del livello delle loro risorse e del riconoscimento reciproco dei diritti”; si è avuto invece il “trionfo del principio di concorrenza”, che ha prodotto un aumento delle disparità. In luogo di uno sviluppo armonico di tutte le regioni europee, si è affermata una crescente polarizzazione, che il sopraggiungere delle crisi della terza fase ha continuato ad accentuare. Nel sistema delle disparita dell’Unione, un ruolo di rilievo è stato acquisito e svolto dalla Germania.
A parere di Balibar, era prevedibile che la riunificazione tedesca facesse risorgere il nazionalismo, ma non era inevitabile che ciò si trasformasse in egemonia politica, peraltro rafforzata dall’”inesistenza di meccanismi di decisione e di elaborazione collettiva delle politiche economiche comunitarie” e dalla “stupidità degli atteggiamenti difensivi degli altri governi: in particolare dei francesi”, che non hanno pensato di impegnarsi per definire forme alternative di sviluppo delle istituzioni sopranazionali. Tutto ciò, oggi, secondo Balibar, è entrato a fare parte degli ostacoli strutturali con cui si scontrerà la futura, se mai ci sarà, costruzione europea.
Balibar ritiene che la conoscenza dei problemi sollevati dal “quadro dell’architettura giuridica”, debba servire a fare uscire il dibattito sull’Europa dalla mera “contrapposizione tra il discorso sovranista e il discorso federalista”; il motivo del contendere, a parere del filosofo francese, si basa sull’”opposizione di due situazioni altrettanto immaginarie”: da una parte, l’idea di conservare comunità nazionali alle quali ritornare per far valere l’espressione della volontà popolare; dall’altra parte, l’idea di un popolo europeo inesistente, chiamato a esprimere la sua volontà solo per l’esistenza di una struttura sopranazionale rappresentativa.
La prima idea – afferma Balibar – non solo fa astrazione dalle condizioni che consentono realmente di tradurre la volontà del popolo nel potere di influenzare le scelte politiche, ma ripropone anche la continuità dello Stato-nazione come unico ambito in cui i cittadini possono fare valere i loro diritti; la seconda idea si sostanzia in una concezione solo “procedurale delle legittimità”, sorvolando sui reali processi politici che hanno “conferito alla rappresentanza democratica una funzione costituente nella storia degli Stati-nazione”. La condivisione di queste idee contraddittorie impedisce che si prenda “atto del fatto che il sistema politico europeo, per quanto incoerente possa sembrare, è già un sistema misto in cui esistono diversi livelli di responsabilità e di autorità: è molto più federale di quanto percepisca la maggioranza dei cittadini, ma meno democratico di quanto pretenda, perché la divisione dei poteri tra le istanze comunitarie e nazionali permette a ciascuna parte di affermare la propria irresponsabilità”, bloccando il processo di integrazione dell’Unione.
Per superare l’ostacolo della persistenza del valore dello Stato-nazione, secondo Balibar, occorre tener presenti le cause che hanno fondato l’attaccamento dei cittadini al proprio contenitore nazionale; ciò, al fine di tener conto della possibilità che tale attaccamento, consolidatosi con la realizzazione dello stato di sicurezza sociale, possa essere superato nel momento attuale, in cui lo Stato nazione, a seguito della Grande Recessione, ha cessato di funzionare come “contenitore della cittadinanza sociale”, per ridursi a “spettatore impotente del suo degrado o come strumento zelante della sua decostruzione”. Oggi, infatti, gli Stati nazionali non hanno più né i mezzi né la volontà di difendere lo stato di sicurezza sociale realizzato; ma l’indebolimento dell’ideologia dello Stato-nazione non viene colta dall’Unione Europea, per la mancata predisposizione delle sue istituzioni “a cercare le forme e i contenuti di una cittadinanza sociale superiore”, salvo esservi costrette dalla “presa di coscienza dei rischi a cui espone l’Europa la congiunzione di una dittatura dall’alto dei mercati finanziari e di un malcontento politico nutrito dal basso dalla precarizzazione delle condizioni di vita, dal disprezzo per il lavoro e dall’assenza di futuro”. In ogni caso, conclude Balibar, l’impasse che tiene fermo il processo d’integrazione dell’Europa non è assoluta.
La democratizzazione delle istituzioni comunitarie potrebbe costituire un elemento dirompente dell’immobilismo attuale; ma le condizioni politiche che si richiedono perché ciò avvenga possono essere solo l’esito di una spinta dal basso dell’opinione pubblica europea, sorretta dai movimenti sociali e dall’indignazione morale delle società civili dei singoli Stati membri dell’Europa comunitaria. A parere di Balibar, la via d’uscita dall’impasse deve condurre l’opinione pubblica europea, i movimenti sociali e l’indignazione morale a proporre un’”altra Europa, diversa da quella dei banchieri, dei tecnocrati e dei rentiers della politica. Un’Europa del conflitto tra modelli di società antitetici, e non tra nazioni alla ricerca della loro identità perduta”.
Strana la conclusione di Balibar; come molti altri critici delle difficoltà che si oppongono alla realizzazione del progetto europeo, il filosofo francese sembra vittima del metodo di Coué che egli rimprovera a tutti coloro i quali, per i più svariati motivi, si autosuggestionano coscientemente per conservare il loro pensiero filoeuropeo, nella speranza che, a furia di parlare di Europa, il progetto si autoavveri. La verità è che le difficoltà nelle quali è “impastoiata” ora l’Europa, oltre che dipendere dalle molte cause ricordate da Balibar, dipendono soprattutto dal fatto che tutte le forze socialdemocratiche tradizionali sono state “catturate” dall’ideologia neoliberista; sin tanto che tali forze non ricupereranno alcuni dei motivi che in passato hanno caratterizzato la loro esistenza, è molto improbabile che i soli movimenti acefali dal basso possano avere un qualche effetto sui rentiers della politica degli establischment attuali.

Gianfranco Sabattini

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