sabato, 3 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Elaborare il lutto
Pubblicato il 11-11-2016


Elaborare il lutto. È quello che dobbiamo fare e continuare a fare. Perché si tratta di un’operazione assolutamente necessaria. E perchè la cosa richiede tempo. L’operazione è necessaria. Perché, giratela come vi pare, l’elezione di Donald Trump è stata una catastrofe e di grande magnitudo. E non per l’originalità del personaggio e per la sua permanente torsione trasgressiva, come pensano i cultori del politicamente corretto, tra l’altro anch’essi responsabili del disastro. Ma piuttosto per la sua visione dell’America e del mondo, per le idee e per le soluzioni che professa; ambedue oggettivamente inaccettabili anzi pericolose; quando, a professarle, non è un’opinionista qualsiasi ma il presidente degli Stati Uniti.
L’operazione  è necessaria perché le due alternative psicologicamente più facili – il pianto, lamentoso o indignato o, per altro verso la speranza nella normalizzazione – sono ambedue completamente sterili. Dire che “hanno vinto i brutti, gli sporchi e i cattivi” può alimentare il nostro senso di naturale superiorità, ma non ci porta da nessuna parte; a meno di sostenere apertamente quello che molti di noi auspicano in segreto, leggi l’abolizione del suffragio universale, riservando, cosa impossibile, l’esercizio del voto a coloro che sono meritevoli di esercitarlo, oppure, soluzione già praticata, limitando la possibilità di farvi ricorso.

In quanto alla “normalizzazione”, questa ha e avrà luogo sempre: dopo tutto, neanche la presidenza degli Stati Uniti  è immune dalla legge di gravità; e il tycoon, abituato, da sempre, a fare di testa tua, dovrà tener conto del mondo che lo circonda. Ma, in questo mondo, gli impulsi di chi gli starà più vicino (quel partito repubblicano che, grazie a lui, ha riconquistato il controllo del Congresso e avrà quello della Corte suprema) saranno quelli cui sarà più sensibile; e questi impulsi varranno, forse, ad evitare l’applicazione puntuale delle sue idee più folli (tipo muro messicano) ma magari bloccheranno sul nascere quella delle sue intuizioni positive (rinuncia definitiva al ruolo di guardiano del mondo, costruzione di un rapporto razionale con la Russia di Putin). Mentre il coro (leggi il mondo esterno) si manifesta, oggi come oggi, attraverso una cacofonia di voci discordanti.

Detto questo e aggiunto che ognuno, individuo o collettività, elabora il lutto come vuole questo invito va rivolto in particolare a tre specifici indirizzi: la Clinton e l’establishment democratico che l’ha sostenuta; la galassia del “politicamente corretto”; e, infine, la conduzione complessiva della campagna elettorale. Temi che, per comodità espositiva, vengono qui affrontati separatamente, ma che si possono anche considerare come facce diverse di un’unica realtà. Formulando, in conclusione, alcune ipotesi di lavoro che, a nostro avviso, potrebbero trovare più di un riferimento nella attuale situazione della “sinistra di governo” in Europa

Cominciamo, allora, con la Clinton e con il mondo che l’ha circondata e sostenuta. E cominciamo con i dati elettorali. Questi ci dicono: che la candidata democratica ha avuto sì la maggioranza dei consensi su scala nazionale (anche se di pochissimo) ma grazie al voto di alcuni stati geograficamente circoscritti mentre è andata sotto in tutto il resto del paese  e, cosa assai più importante; che Trump ha mantenuto gli stessi voti e la stessa base elettorale di Romney nel 2012 e che la Clinton ne ha persi diversi milioni e nei luoghi deputati della tradizione democratica, il Midwest e la regione dei grandi laghi (con il risultato di vedere nettamente scendere la partecipazione al voto: dal 60% di quattro anni fa a poco più del 55% di oggi).

Se, dunque, l’improbabile immobiliarista ha vinto le elezioni è semplicemente perché il suo erratico populismo ha offerto l’unica base su cui compattare le diverse anime di un partito totalmente diviso e decerebrato così da raccogliere tutto l’elettorato di Romney ma senza incidere sull’elettorato democratico. E se Hillary le ha perse (in sintesi, le elezioni non le ha vinte Trump ma le ha perse la Clinton) è semplicemente perché era, per il partito democratico, il peggiore dei candidati possibili; rappresentando, con il suo elitismo arrogante il bersaglio ideale per la propaganda del suo avversario.
Qualunque altro candidato e in particolare Sanders, le elezioni le avrebbe probabilmente vinte e sicuramente affrontate come si deve. Ma nessun altro candidato era pensabile. Perché sulla scena c’era un personaggio che rivendicava la candidatura come suo naturale diritto: per titoli dinastici; per usucapione (leggi per aver occupato la scena per decenni e praticamente senza soluzioni di continuità); e, infine, per riparazione dei torti ricevuti (prima dal marito e poi dallo stesso Obama che, proprio per averle soffiato la candidatura, aveva il dovere di sostenerla ora e a fondo). Un elitismo arrogante che avrebbe contagiato l’intero gruppo dirigente del partito, sino ad indurlo a contrastare, con ogni possibile mezzo, la candidatura di Sanders; e, insieme a questo il mondo dell’alta finanza (che avrebbe garantito contributi elettorali più che doppi rispetto a quelli ottenuti da Trump) e della grande stampa, che avrebbe appoggiato Hillary ad un punto tale da non farci nutrire alcun dubbio sulla sua vittoria.

E qui entra in campo il nostro secondo personaggio; il “politicamente corretto”. Una formula nata in qualche sventurato paese del terzo mondo, come freno e rimedio al linguaggio politicamente in un fronte secondarioncendiario e a garanzia quindi, di un minimo di convivenza civile; ma che ha trovato, proprio negli Stati Uniti la sua consacrazione e la sua nemesi.
Qui si tratta inizialmente di tutelare i gruppi ritenuti “sfavoriti”- perché disabili, perché minoranze discriminate – disabili, neri, gay e così via – o perché donne. E di tutelarli evitando di individuarli e/o bollarli con il loro nome. Ma poi questa funzioni di guardiani si estende e cambia natura: fino a diventare una specie di seconda pelle. Da guardiani del linguaggio si diventa, così, titolari e interpreti del giusto pensiero e del giusto comportamento; rimuovendo completamente chiunque non vi si adegui e, per la proprietà transitiva, il mondo che rappresenta.
Ora, è in nome del politicamente corretto, che la Clinton ha condotto la campagna elettorale, concentrandosi sulla scorrettezza dei comportamenti e delle parole del suo avversario e pensando, con ciò, di avere la vittoria in tasca (” Donald insulta le donne, i neri e gli ispanici, perciò posso contare su di loro, perciò…”); mentre sarebbe stato, forse, più opportuno misurarsi sino in fondo con le sue idee e magari contrapporvi le proprie. Ed è, ancora, in nome del politicamente corretto diventato seconda natura che la stampa ha seguito, in questa chiave, la campagna presidenziale con l’unanime convinzione che il  corretto dovesse, comunque, sconfiggere lo scorretto così come il competente e lo sperimentato avrebbe necessariamente avuto partita vinta contro il suo ignorante e sconclusionato oppositore. Convinzione rimasta inalterata sino al voto.
In realtà, condurre la campagna su questo terreno è stato, per Hillary un errore politico monumentale; e un errore che non solo Sanders ma qualsiasi altro candidato democratico non avrebbe mai compiuto. Usando una metafora bellica (ma dopo tutto la politica ne è disgustosamente ma forse realisticamente piena) è come se il comandante in capo dell’esercito democratico avesse deciso di impegnare quasi tutte le sue forze in una battaglia, vincente ma tutt’altro che decisiva, contro un avversario visibile, lasciando così del tutto scoperto il fronte dove era concentrato il grosso delle forze nemiche. Quello in cui si poteva vincere la battaglia decisiva che invece non è stata nemmeno combattuta. In chiaro Hillary, concentrandosi su Trump si è totalmente dimenticata del partito repubblicano, sino al punto di fare appello, neanche troppo velato, alle sue forze più responsabili ( ? ) perché ritirassero il loro appoggio all’intruso. E si è dimenticata che il magnate newyorchese contestava si  la leadership del Gop ma perché riteneva (giustamente) di essere l’unica persona in grado di veicolarne il programma. Un programma basato sulla contestazione radicale della presidenza Obama e di tutto ciò che i democratici avevano faticosamente costruito nel corso di decenni: dall’internazionalismo delle regole condivise allo stato sociale, dalla difesa dell’ambiente alla riforma sanitaria, dal contenimento del capitalismo selvaggio e del giustizialismo fai date alla promozione della coesistenza civile e della tolleranza.
La Clinton aveva il dovere, morale e politico, di difendere e sviluppare ulteriormente questa eredità. Ma non l’ha fatto, o lo ha fatto poco e male. E, così non facendo ha regalato alla destra il più imprevedibile e decisivo degli assist: consentendogli di far passare, in nome delle sofferenze del popolo, un disegno complessivo destinato ad accrescerle a dismisura.
Il candidato democratico ha dunque totalmente sbagliato la sua campagna elettorale. Nonostante l’impegno totale di Obama al suo fianco (quando, di regola, il presidente uscente sceglie, di comune accordo, di mantenersi ad una certa distanza dal suo possibile successore. E nonostante l’accordo programmatico raggiunto con Sanders, che non è riuscito, tra l’altro, a convincere i sostenitori di quest’ultimo.

E dunque, ancora una volta, a mancare all’appello è stato il candidato. Perché convinta di “vincere facile”, semplicemente contrapponendo i suoi valori, la sua personalità e la sua esperienza rispetto a quelle incrinate dal suo avversario. Perché partecipe delle ansie dell’elettorato con le parole ma non con i visceri, così da rendere le parole non credibili. E, infine e soprattutto perché la sua narrazione è risultata parziale e incompleta, soprattutto agli occhi dell’elettorato popolare del partito democratico. E, a dire il vero, non poteva essere altrimenti.
Intendiamoci:  nessuno poteva chiedere alla candidata denunce stridenti delle banche e, in generale, del “big business” affamatore del popolo. Anche perché, se le avesse fatte, non sarebbe stata minimamente creduta. Quella che, però, sarebbe stata opportuna era una rivisitazione critica del passato; insomma del fatto che l’impoverimento dei ceti medi e di larghissima aree della società americana era il frutto di quel capitalismo finanziario e globalizzatore, alla cui nascita e al cui incontrollato sviluppo la deregulation e le politiche economiche di Bill Clinton avevano contribuito in modo decisivo. Rivisitazione critica,che, invece, è mancata completamente.

Ciò renderà assai difficile, per lei, l’elaborazione del lutto. Né sarebbe giusto pretenderla. Più probabile, e comunque importante, vederla impegnata a fondo nelle battaglie in cui crede: quella per le donne e per le minoranze etniche, per i diritti sociali e contro la lobby delle armi. Battaglie tanto più importanti quanto più la presidenza Trump darà corso e spazio agli istinti belluini propri del candidato.
Elaborazione del lutto ci sarà, invece, e come, all’interno del partito democratico. Con il movimento di Sanders nel ruolo che fu del Tea party e delle organizzazioni evangeliche, come elaboratore di nuove idee e come potenziale protagonista di un’Opa ostile nei confronti del vecchio gruppo dirigente del partito; presumibilmente impegnato nella costruzione di uno spazio centrale di mediazione e di dialogo, che ponga il necessario argine all’avventurismo trumpiano e prepari l’avvenire.

E allora sarebbe bene che l'”elaborazione” assumesse le forme dell’aggiornamento politico-ideologico; e che questo aggiornamento portasse ad un’analisi critica del capitalismo americano e, quindi, alla rimessa in discussione della stategia clintoniana: “al capitalismo il diritto/dovere di crescere, senza lacci e laccioli, e di produrre ricchezza, a noi quello di redistribuirne i benefici negli interessi di tutti”.
Allora – si era negli anni novanta, dopo la caduta del muro e con essa della possibilità di poter costruite un mondo diverso – la formula clintoniana sembrò alle sinistre europee convinte di essere diventate naturali forze di governo la formula vincente, la base di una nuova ed eterna alleanza tra socialismo e capitalismo all’insegna della centralità dell’economia e del mercato.
Poi, però, le cose sono andate in tutt’altro modo. Sino al punto di vedere, oggi, le socialdemocrazie europee in una posizione assai peggiore dei loro cugini americani. Perché non solo irrimediabilmente minoritarie rispetto ad uno schieramento moderato tutt’altro che impazzito. Ma anche, e soprattutto, perché incapaci di ritrovare il loro spazio tradizionale nel contempo saldamente occupate da grandi formazioni populiste di varia natura.
Ritrovare un futuro sarà perciò un compito difficile e di lunga lena. Per l’intanto, però, bisognerebbe cominciare con l’elaborare quel lutto che è anche il nostro. E a partire da due passaggi ineliminabili: il recupero di un’analisi critica dell’esistente bloccato prima dal sonno ideologico e poi da un pentitismo senza limiti; e magar anche il recupero di un rapporto con un elettorato tradizionale per il quale le nostre parole e i nostri simboli hanno perso peso e significato.
Una missione impossibile, si dirà. Ma anche un compito che potremo affrontare in un contesto europeo e mondiale divenuto improvvisamente aperto ad ogni possibile evoluzione; e dove la nostra attuale impotenza non troverà più alcuna giustificazione.

Alberto Benzoni

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