venerdì, 9 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Elezioni Usa. Clinton in testa, minacce da WikiLeaks
Pubblicato il 07-11-2016


clinton-trumpAll’ultimo secondo utile ieri l’FBI ha escluso che anche l’ultimo blocco di mail sotto indagine contenga qualcosa di penalmente rilevante, ma Julian Assange, il fondatore di WikiLeaks, promette nuove rivelazioni, così pesanti da portare all’arresto, esattamente quello che continua a dire Trump nei suoi comizi, un incubo insomma che minaccia di oscurare anche la possibile vittoria.

Alla vigilia del voto è stata così di nuovo una lettera del numero uno dell’Fbi, James Comey, al Congresso, a imprimere la spinta forse decisiva alla corsa di Hillary Clinton. Nella lettera Comey certifica che pure l’ultima indagine sulle email della Clinton è chiusa perché non sono state trovate tracce di illeciti e dunque non ci sarà nessuna richiesta di incriminazione per l’ex Segretario di Stato. I dati delle ultime rilevazioni danno Hillary Clinton sopra Trump di 5 punti per Abc/Washington Post (48% a 43%), di 4 punti per Nbc/Wall Street Journal (44% a 40%) e di 3 punti per Politico/Morning (45% a 42%).

I sondaggi dicono insomma che la Clinton è in ripresa e che ce la farà a battere Donald Trump, ma sono solo sondaggi perché la gran massa di indecisi costituisce a oggi un elemento assolutamente imperscrutabile in grado di capovolgere qualunque previsione.
Sono ancora una decina gli Stati in bilico, quelli dove tra i due candidati ci sono meno di 5 punti di differenza fino al testa a testa. In Florida, North Carolina, Ohio, Pennsylvania vincere vuol dire acquisire un blocco di ‘grandi elettori’ che può rivelarsi determinante per raggiungere il mumero magico che farà scattare l’elezione: 270.

Comunque sia è arrivato il martedì dopo il primo lunedì di novembre, il giorno in cui ogni quattro anni negli stati Uniti si svolgono le elezioni presidenziali, ma questa volta, tra stanotte e domani, il risultato sembra destinato qualunque esso sia a segnare un punto di svolta per gli americani e per il resto del mondo.
A pesare come non mai sul risultato ci sono diversi fattori che costituiscono una novità nella politica statunitense. Il primo, e il più banale, è che sono ambedue decisamente impopolari.

Donald Trump

Trump, finto miliardario che deve la sua ricchezza alle speculazioni edilizie e all’aver eluso le tasse per almeno due lustri, è un repubblicano inviso al suo stesso partito. Politicamente schierato su posizioni nettamente conservatrici, ha fin dall’inizio della sua campagna scelto una linea di rottura con le convenzioni. Personaggio unpolitically correct per scelta, che dell’insulto ha fatto uno strumento per cavalcare abilmente la cresta dell’onda mediatica, prendendosela di volta in volta con i messicani, i musulmani, i negri, le donne, i gay o qualunque gruppo, etnia o razza rappresentasse un buon bersaglio per le sue grossolane battute. Nello stesso tempo, ha sposato apertamente la causa degli americani impoveriti da una economia completamente finanziarizzata, governata dalla speculazione e dalle lobby, promettendo il ‘miracolo’ a suon di protezionismo, tagli di tasse e sussidi. Il tutto condito da una linea di politica estera che prevede apertamente l’appeseament con l’orso russo e l’alleggerimento del peso della difesa dell’Europa sulla strada di un neoisolazionismo per il XXI secolo, ma sempre in nome di un’America più grande e più forte. Insomma tutto e il contrario di tutto pur di piacere e di parlare alla pancia del Paese, quella della provincia più gretta e conservatrice che in questo momento sente soprattutto frustrazione e rancore contro i politici e il potere economico. Insomma una specie di leghista all’americana, con venature grilline.
Il risultato di queste scelte è stato di aver mobilitato i suoi supporter e di aver sicuramente perso il voto dei moderati. Male che gli vada, si dice, fonderà una Tv col suo nome, insomma trasformerà la sconfitta in un affare.

E se Trump riesce a parlare solo a una parte del Paese e il suo programma èhillary-clinton-thumbs-up un’accozzaglia di promesse non credibili, Hillary Clinton non se la cava molto meglio pur avendo dalla sua una preparazione e un’esperienza di governo che non teme rivali, tantomeno può essere impensierita da un ‘palazzinaro’ dai dubbi trascorsi. Il fatto è che è sempre apparsa ai suoi concittadini come un perfetto prodotto dell’establishment economico-finanziario, avviluppata in una rete di interessi giganteschi con diramazioni in Paesi stranieri, arricchitasi in mille modi e non sempre con eleganza come nel caso delle conferenze strapagate ai banchieri in un Paese che ha pagato duramente proprio la loro ingordigia. Cionondimeno ha un alto profilo politico, con un impegno pluridecennale a favore delle minoranze, a sostegno delle riforme – come quella per l’allargamento della sanità pubblica – e una linea di politica estera che prevede che gli Usa mantengano il loro ruolo di superpotenza anche a costo di esacerbare i già tesi rapporti con la Russia di Putin. Non sa parlare alla gente, nemmeno alla pancia del Paese come fa invece Trump, ma solo alle élite, che – soprattutto per paura che vinca l’altro – sono schierate compattamente, media soprattutto, al suo fianco.
La maggior parte dei pronostici la danno vittoriosa forse anche perché alla fine, come diceva Indro Montanelli a proposito del voto che avrebbe dato alla Dc, la voteranno turandosi il naso pur di non far vincere Trump.

Comunque sia il futuro si presenta piuttosto complicato, soprattutto se Trump terrà fede alla sua minaccia di non riconoscere il risultato e se i Democratici non riuscissero a riconquistare almeno la Camera dei rappresentanti. Ma c’è ancora una mina vagante che potrebbe rendere esplosiva la situazione per Hillary Clinton alla casa Bianca.julian-assangeIl sito israeliano ‘Debka files’, ben introdotto negli ambienti dello spionaggio internazionale, riferiva ieri di una minaccia che arriva da Julian Assange, il fondatore di WikiLeaks. Assange che vive da cinque anni nell’ambasciata ecuadoregna a Londra per evitare di essere estradato verso gli Stati Uniti che lo accusano di aver pubblicato informazioni classificate, ha fatto sapere di essere in procinto di diffondere un nuovo blocco di email della candidata democratica che per il loro contenuto porterebbero all’arresto della Clinton. Il giornalista ha pubblicato 21 mail della Clinton a ottobre e promette di pubblicarne altre 50 mila e questo nonostante la decisione presa dal Governo ecuadoregna, su pressione del segretario di Stato John Kerry, di ‘tagliargli’ la connessione a internet.

Probabilmente forse solo un’operazione di disturbo per vendicarsi dell’Amministrazione che lo vuole carcerare a vita, ma le rivelazioni del passato consigliano anche di non prendere le minacce di Assange alla leggera.

Carlo Correr

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