giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

In democrazia il popolo non sempre è sovrano
Pubblicato il 11-11-2016


gentileLo storico Emilio Gentile, in un recente libro della collana “Idola”, edita da Laterza (“In democrazia il popolo è sempre sovrano”. Falso!), svolge alcune riflessioni sulla democrazia e il popolo sovrano, contribuendo a chiarire le idee, rese molto confuse dal recente dibattito massmediatico sulla natura della democrazia rappresentativa. Gentile sottolinea, in particolare, il “malessere che sta mutando la democrazia rappresentativa in democrazia recitativa, dove al popolo sovrano è assegnata solo la parte di comparsa nel momento delle elezioni”.
Democrazia – afferma Gentile – significa “potere del popolo”; in quanto titolare della democrazia, il popolo è anche titolare della sovranità, ovvero della somma dei poteri di governo di una data comunità, statualmente organizzata; di conseguenza, se in uno Stato democratico è sovrano il popolo, “nessun governante può essere al di sopra del popolo o al di fuori del popolo. Dalla volontà dei governati deriva ogni autorità dei governanti”.
Ci sono però molte definizioni di democrazia; al fine di sgombrare il campo da tutti i “se” e da tutti i “ma” che potrebbero essere avanzati per “precisare” e “integrare” l’articolazione del suo discorso, sino a renderlo poco comprensibile e “nebuloso”, Gentile dichiara di riferirsi alla definizione di democrazia rappresentativa avanzata da Raymond Aron; secondo il sociologo francese, quando nel mondo contemporaneo, si parla “di democrazia moderna, e non di quella ateniese, i caratteri fondamentali dei regimi democratici sono appunto le elezioni, il regime rappresentativo, la lotta fra i partiti e la possibilità del cambiamento pacifico del governo”.
Nel mondo attuale, la democrazia rappresentativa appare trionfante – sottolinea Gentile – e “quasi tutti i governi affermano di essere democratici, e quasi tutte le costituzioni degli Stati esistenti dichiarano che la fonte di ogni potere è il popolo sovrano”; si dà il caso che si debbano nutrire seri dubbi sulle veridicità di queste affermazioni, perché, com’è nell’esperienza di tutti, la “democrazia è molto malata, e molte sono le insidie che mirano a privare il popolo della sua sovranità”.
L’affermazione che la democrazia appaia trionfante nel mondo moderno, ma nello stesso tempo sia afflitta da una “malattia che potrebbe essere mortale”, può sembrare una contraddizione; questa, però, è nella realtà della vita politica moderna e, per avvertirla, basta considerare se la democrazia, nonostante sia trionfante, sia anche realmente operante.
Tutta la storia della democrazia moderna negli ultimi due secoli, “dalle rivoluzioni democratiche del Settecento ai giorni nostri – afferma Gentile – è stata una storia di lotte, di sconfitte e di conquiste, un avvicendarsi di successi e insuccessi, fra moti, sommosse, manifestazioni di massa, rivolte, rivoluzioni, guerre civili, guerre fra Stati, e persino due guerre mondiali: tutte combattute per riconoscere al popolo sovrano, a tutti i popoli del mondo, il diritto di vivere in libertà e dignità”.
Le lotte hanno realmente contribuito a migliorare le condizioni dell’esistenza di buona parte dell’umanità. Vi sono stati, e continuano ad esservi, dei realisti critici della democrazia rappresentativa, come ad esempio Vilfredo Pareto, Gaetano Mosca e Joseph Alois Schumpeter, secondo i quali il popolo non ha mai governato, nel senso che il potere è sempre stato detenuto ed esercitato da una minoranza variamente denominata classe politica, élite, oligarchia; d’altronde, anche Gentile pensa che il popolo sovrano sia “uno dei grandi idoli della modernità”. Tuttavia, non può essere negato che in nome del popolo sovrano è stata compiuta la grande impresa, consistita nella “traslazione della sovranità da Dio all’uomo” e nella “proclamazione degli esseri umani padroni del proprio destino”. Oggi, sottolinea Gentile, tranne le monarchie assolute di alcuni paesi, tutti gli Stati hanno costituzioni nelle quali è affermato che la sovranità è esercitata dal popolo.
Ciò nondimeno, negli ultimi tempi, la democrazia rappresentativa è passata dal “trionfo alla ritirata”. Ciò è particolarmente vero soprattutto se si considera quanto accade, o sta accadendo, al popolo sovrano nelle democrazie rappresentative di più consolidata tradizione liberale. Secondo alcuni critici attuali, a determinare l’arretramento della democrazia è il dilagare della corruzione (intesa questa non solamente ed esclusivamente in termini di reati comuni) come aspetto ormai pervasivo della vita politica. Tuttavia, la corruzione, a parere di Gentile, non è l’unico fattore a determinare la “ritirata” della democrazia; un altro fattore è il degrado della comunicazione politica di massa, a causa della personalizzazione della politica; accanto a questa vi è anche la decadenza della “discussione politica seria”, dovuta al ricorso all’industria dello spettacolo per indirizzare il comportamento di voto del popolo; fatti, questi, che impediscono al popolo stesso di dare forma autonoma alla valutazione dei propri interessi.
L’insieme dei fattori corruttivi della democrazia ha determinato, o sta determinando, la concentrazione nelle mani di una minoranza di governanti, i quali, legati e proni agli interessi dei poteri forti, contribuiscono alla “ritirata” delle democrazia, con la sua trasformazione “in postdemocrazia o democrazia recitativa”: dove il “popolo rimane sovrano nella retorica costituzionale ma nella realtà è desovranizzato”. La difettività della democrazia non è però solo un fenomeno recente; dacché è nata, a partire della rivoluzione americana e da quella francese, la democrazia è sempre stata accompagnata dall’”alone dell’ideale e dall’ombra dell’ipocrisia”, due fattori inevitabilmente conflittuali: in America la dichiarazione dell’uguaglianza di tutti gli esseri umani non ha impedito le discriminazioni razziali e le guerre di sterminio contro i nativi, mentre in Francia la stessa dichiarazione di uguaglianza non ha impedito che si negassero, ad esempio, alle donne gli stessi diritti riconosciuti agli uomini.
Il conflitto è evidente soprattutto nel mondo attuale, “dove per la prima volta nella storia umana quasi tutti i popoli organizzati in Stati indipendenti e sovrani sono membri di un’unica organizzazione internazionale, l’ONU, che professa i principi, i valori, gli ideali e gli scopi della sovranità popolare”: la realtà, però, è molto distante dall’immagine che danno di sé, non solo le Nazioni Unite, ma anche gli Stati democratici, nei quali alla democrazia rappresentativa si è sostituita una democrazia recitativa, con i governanti che hanno espropriato il popolo della sua sovranità, nonostante continuino a proclamare d’”essere i suoi più genuini e devoti rappresentanti”.
A parere di Gentile, non è possibile prevedere come evolverà la democrazia recitativa. La complessità del fenomeno rende difficile ogni previsione; ma, in ultima istanza, afferma lo storico, finché i governanti saranno eletti dai governati, dipenderà da questi la loro elezione, nel senso che dipenderà dai governati se vorranno tornare ad essere sovrani e “protagonisti di una democrazia rappresentativa”, oppure continuare ad essere ridotti a semplici comparse in una democrazia recitativa.
Ciò non significa eliminare del tutto dalla democrazia rappresentativa l’ombra dell’”ipocrisia”; al di là però della “gag” di Winston Churchill, secondo il quale la democrazia è la peggior forma di governo, eccetto le altre forme sperimentate sinora, non sarà sufficiente una riforma della costituzione e delle istituzioni parlamentari per porre rimedio all’espropriazione della sovranità della quale è stato “vittima” il popolo.
Occorrerà, invece, eliminare la cause che hanno condotto alla postdemocrazia, rimuovendo in particolare ciò che, secondo John Rawls, ha originato una “zoppia genetica” della democrazia moderna, ovvero il fatto che essa, nel suo costituirsi, ha garantito in “ex ante” i valori di libertà, uguaglianza e solidarietà solo in termini formali e non anche in termini sostanziali; in tal modo, non è stato salvaguardato il principio cardine della democrazia, ovvero la paritaria partecipazione politica al governo della comunità, sia pure attraverso l’istituto della rappresentanza, su cui è fondata la sovranità del popolo. IL principio è stato disatteso dal modo di operare proprio delle istituzioni dello Stato democratico; questo, infatti, non ha saputo garantire nel tempo una parificazione delle posizioni individuali, evitando che queste fossero spesso determinate dal caso, oppure da condizionamenti esterni. In tal modo, si sono creare le premesse perché la democrazia rappresentativa fosse minata intrinsecamente dalla diffusione della corruzione, intesa come aspetto pervasivo della vita politica, che ha condotto il popolo ad essere espropriato della propria sovranità.
In conclusione, per affrancare la democrazia da molte delle sue criticità occorre riformare le costituzioni e le istituzioni degli Stati democratici, perché diventi possibile la realizzazione di una reale parificazione delle posizioni dei singoli componenti della società; se ciò non significa eliminare del tutto l’alone dell’”ipocrisia”, del quale la democrazia ha sinora sofferto, significa però, come afferma Gentile, di continuare a sentirsi “amico” della democrazia e non un suo “amante”; ciò perché chi ama una cosa, vede acriticamente in essa solo qualità per cui vale la pena di amarla, ignorandone i difetti e, cantandone le lodi anche quando non le merita.
L’essere amico e non amante delle democrazia, è infatti il solo modo per essere costantemente vigili e pronti a mobilitarsi, ogni volta che la “cosa amica” presenti un qualche difetto di funzionamento o sia esposta al pericoli di qualche insidia esterna. Le riforme costituzionali, o quelle delle istituzioni democratiche, che non rinforzino l’”amicizia con la democrazia” si collocano, perciò, solo nel segno della continuità del processo di espropriazione della sovranità del popolo.

Gianfranco Sabattini

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