venerdì, 9 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Francia. Il crollo dell’illusione ulivista alla francese
Pubblicato il 29-11-2016


French member of Parliament and candidate for the right-wing primaries ahead of France's 2017 presidential elections, Francois Fillon gestures as he delivers a speech following the first results of the primary's second round on November 27, 2016, at his campaign headquarters in Paris. France's conservatives held final run-off round of a primary battle on November 27 to determine who will be the right wing nominee for next year's presidential election. / AFP / Eric FEFERBERG (Photo credit should read ERIC FEFERBERG/AFP/Getty Images)

Francois Fillon

A cinque mesi data dall’appuntamento delle presidenziali le caselle delle destra sono già riempite. Con due varianti della destra: quella fondamentalista e quella radicale.
Fondamentalista Fillon: che ha stravinto (70% contro30% e con una partecipazione elettorale ancora maggiore di quella, altissima, del primo turno) il suo confronto con Juppè – centrista, europeista, fautore della grande coalizione con i socialisti – in nome di tutti i valori tradizionali delle varie anime della destra francese: sovranismo gollista (ivi compreso il recupero dei rapporti con la Russia e con i regimi laici e protettori dei cristiani in M.O.), privatismo giscardiano e, infine, ordine morale conservatore.

Radicale, Marine Le Pen. E con un programma mutuato dalla sinistra radicale (ivi compreso “libertè, egalitè, fraternitè”) ma innestato in una logica antisistema e anti immigrati, con forte accentuazione antiislamica.

E la sinistra? Per ora, non pervenuta. Hollande abbandonato da tutti, e persino da un primo ministro scelto espressamente da lui, per portare a termine in bellezza il quinquennato e per garantire, quanto meno, la sua ricandidatura. Al suo posto due candidati della destra socialista: l’uno, lo stesso Valls, nella variante giacobina; l’altro, l’ex ministro dell’economia Macron, in quella liberal-liberista. Nessuno dei due, per inciso, in grado di accedere al secondo turno. Tanto per non farci mancare nulla, medita di correre alle primarie anche un rappresentante della sinistra; ma con il non piccolo problema di trovare la strada sbarrata da un altro socialista di sinistra (ma uscito da tempo dal Psf), Mèlènchon già candidato nel 2012 e che, per il semplice fatto di avere avviato da tempo la sua campagna, dovrebbe far coinvolgere sul suo nome la maggior parte dell’elettorato di opposizione.
Un campo di rovine, dunque. E una scena tanto più impressionante se paragonata a quella che era davanti ai nostri occhi appena cinque anni fa.

Cinque anni fa c’era un “uomo solo al comando”( Sarkozy) irrimediabilmente impiombato dai suoi errori e dai suoi comportamenti; ad un punto tale da potere essere battuto da qualsiasi candidato appena appena “normale”. E c’era un candidato (peraltro scelto attraverso le primarie) che era la quintessenza della normalità: segretario del partito che l’aveva designato, mediatore verbale di infinite dispute interne. E questo candidato appariva (e sarebbe stato) in grado di vincere per il semplice fatto di non chiamarsi Sarkozy e di ottenere, a costo zero (leggi senza prendere particolari impegni programmatici) l’appoggio della sinistra radicale (dai verdi ai socialisti di sinistra ai comunisti) per il semplice fatto di averlo richiesto, pagandolo (se così si vuol dire) con la concessione di alcuni collegi sicuri e con l’applicazione della disciplina repubblicana al ballottaggio.

Così facendo, i socialisti francesi, avrebbero coronato, la primavera successiva, con la conquista della presidenza della repubblica, un percorso netto che gli aveva assicurato: la conquista di ventun regioni su ventidue, del senato, della grande maggioranza dei comuni e dei consigli cantonali.
Per la, diciamo così, sinistra italiana una rivelazione. Era il vedersi tracciata davanti agli occhi la via verso una sorta di “vincere facile”. Al posto di Sarkozy, Berlusconi; al posto di Hollande, Bersani; al posto del “pas d’ennemisi à gauche” “Italia bene comune”; e, infine e soprattutto, al posto di una campagna elettorale dove Hollande si era impegnato a dire il minimo possibile una campagna in cui Bersani avrebbe seguito la stessa linea di condotta. Una linea che non portò fortuna al buon Bersani; un approccio che ha portato al disastro Hollande e, con lui, il partito socialista francese.
Sull’entità, sulle ragioni e sulle conseguenze di questo disastro si avrà modo di ragionare tutti nei prossimi mesi.

Ma una cosa, fin d’ora è assolutamente certa: che oggi si sta consumando il definitivo crollo dell’illusione ulivista nella versione francese. Leggi della pretesa di poter conciliare tutto e il suo contrario: proclami ideologici e pratiche compromissorie; difesa di un modello sociale e cessioni di sovranità, unità delle sinistre e politiche socialmente regressive, rapporti con la propria base tradizionale ed èlitismo liberal, internazionalismo e politiche di potenza, aperture all’immigrazione e crociate anti Islam; e, infine, per dirla tutta, passioni e mediocrità.

Alberto Benzoni

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