giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Grandezza e miseria del bipartitismo americano
Pubblicato il 03-11-2016


Masks of candidates to the White House Donald Trump (L9 and Hillary Clinton (R) are seen at a shop in Miami, United States, on 13 October 2016. Trump's controversial statements have made him an easy target for parodies, and sellers expect him to be one of the most popular characters for this year's Halloween. EFE/Giorgio Viera

EFE/Giorgio Viera

Non sappiamo ancora, a pochi giorni dal voto, chi sarà l’uomo – nel caso specifico, la persona – più potente del mondo. Ma diverse cose le sappiamo, comunque, già adesso. Primo, che questa persona sarà o totalmente irresponsabile o irrimediabilmente mediocre (o, più esattamente, del tipo “sa tutto ma non capisce nulla”); al punto di essere, rispettivamente odiata e disprezzata dagli elettori americani ( e questo, sia detto per inciso, dovrebbe favorire la Clinton; l’odio, in definitiva, mobilita più del disprezzo). Secondo, che la campagna stessa è stata la peggiore a memoria d’uomo, anche perché tutta centrata sulla delegittimazione che dico sulla criminalizzazione dell’avversario/nemico (e con dei metodi tali da far impallidire gli stessi autori del Watergate). Terzo, che questa campagna potrebbe essere vinta da chi, tra i due contendenti, sarà in grado di lanciare l’ultima manciata di fango senza che l’altro abbia il tempo di rilanciare la sua.
Sarà, allora, il caso di domandarsi cosa sia successo ad un sistema politico-elettorale che, a detta di chi ha tentato di introdurlo nel nostro paese, avrebbe garantito un elevato livello non solo di governabilità ma anche di rappresentanza.
A dire il vero i “padri fondatori” si erano preoccupati di garantire la seconda anche a, possibile, scapito della prima; nel senso di non favorire la tendenza del presidente a diventare una specie di re, magari illuminato, ma assoluto. Di qui, il ruolo di sempre possibile contrappeso di Camera e Senato, anche grazie alle elezioni “midterm”. Di qui, la “costituzionalizzazione” delle competenze degli stati e la valorizzazione della dimensione locale della classe politica; per tacere della Corte suprema. Di qui, infine, il divieto del terzo mandato.
Ma c’era un altro pericolo, rispetto al quale la Costituzione e le leggi erano impotenti. Ed era quello dell’implosione del sistema per eccesso di conflittualità. Evento che si è puntualmente verificato; e con esiti quasi sempre a somma zero e in molti casi , e non metaforicamente, estremamente sanguinosi. E che si sta verificando oggi.
E per due ragioni: perché lo scontro in atto è esistenziale, riguarda, insomma, la natura stessa dell’America; e perché i partiti, e in particolare quello repubblicano, sono incapaci di gestirlo in modo razionale. È riesplosa la lotta di classe: leggi il tentativo di eliminare totalmente l’eredità di Roosevelt e dei suoi successori, con il ritorno allo stato minimo e alla totale libertà d’impresa. Ed è esploso un conflitto etnico-razziale, con la reazione dei “poveri bianchi”di fronte ad un futuro in cui si vedono condannati all’emarginazione e all’abbandono dall’alleanza tra borghesia “liberal”, classe operaia organizzata, neri e ispanici.
Il vecchio partito repubblicano, quello dei Reagan, di Bush padre e di Kissinger avrebbe cavalcato il problema con prudenza: estrema attenzione ai problemi del business e della libertà d’impresa, un po’ di moralismo anti radical chic, politica estera muscolare ma attenta alla realpolitik, estrema prudenza sui temi etnico-razziali.
Ma questo partito non c’è; al punto che i suoi pochi esponenti rimasti in circolazione sono oggetto di una vera e propria caccia all’uomo.
E non c’è più perchè, in un contesto di bassa affluenza alle urne, di collegi blindati e di primarie che consentono al primo gruppo organizzato di passaggio una opa ostile nei confronti dell’establishment, il partito è oggi governato non da professionisti soddisfatti ma da fanatici frustrati. E perché questi fanatici frustrati accomunano nel loro odio lo stato, i nemici interni ma anche “Washington”, insomma l’èlite al potere, sia essa democratica o repubblicana. E questo spiega perché i “repubblicani responsabili”non siano riusciti a contrapporsi a Trump: come lui hanno cavalcato l’onda dell’odio anti democratico, anti Obama, anti immigrati; e allora l’unica loro differenza rispetto al magnate ( e che ci indurrebbe a tifare per lui, astrattamente s’intende) è che quest’ultimo considera anche loro come bersaglio nel lancio del fango.
A questo punto, in un confronto senza contenuti e senza regole, tutto diventa permesso. Utilizzare ogni mezzo per distruggere l’avversario; coinvolgere apertamente, mettendone in discussione l’obiettività, Fbi e Corte suprema, minacciare il carcere per il proprio avversario e, infine, roba che non usa più nemmeno in una sperduta repubblica africana, contestare preventivamente l’esito del voto.
Nessun lavacro è in grado di rendere Trump un inquilino presentabile della Casa bianca. E il suo partito avrà bisogno di una lunga cura di disintossicazione; e dai risultati incerti. Per la Clinton un semplice consiglio; se una campagna facile e a prova di bomba, basata sull’argomento incontrovertibile della personalità del suo avversario è stata fino all’ultimo in bilico, segno che qualcosa non funziona. E non funziona in America.

Alberto Benzoni

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