lunedì, 18 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Hillary ha giocato a fare
la statista
Pubblicato il 09-11-2016


Hillary Clinton ha perso. Si batteva contro un uomo grossolano, ignorante, sessista, xenofobo, reputato dal resto del mondo una sciagura. Eppure è stata capace di perdere. Perché?
I nomi non sono la sostanza delle cose, diceva Agostino di Ippona. Fare politica perché si è una Clinton e credere che basti il proprio cognome e la protezione paterna dell’ex presidente Obama per vincere è, evidentemente, un peccato di superbia. Non è emerso un progetto politico coerente. Hillary ha giocato a fare la statista, guardando il mondo dall’alto della sua posizione, ma non è stata capace di entusiasmare parte del suo stesso elettorato. E’ mancata la classe media, le famiglie con una posizione sociale ed una certa solidità economica, ma perennemente esposte alle fluttuazioni dell’economia. Sono mancati i ceti meno abbienti. Volevano risposte concrete che non sono arrivate. In pratica la Clinton perde perché non è stata abbastanza “socialista”: ha parlato molto dei diritti (cosa giusta) ma ben poco della giustizia sociale. Avesse avuto un solo alluce di Bernie Sanders le cose sarebbero andate diversamente. Ma la Clinton, donna antipatica ed arrogante, non è socialista, è una liberale. Come tale guarda tutti dall’alto in basso.

Donald Trump, quest’oggetto oscuro, dipinto dai più come un orco assetato di sangue, invece ha fatto politica meglio della sua avversaria ed ha presentato un progetto agli elettori. Possiamo discutere sulla infima qualità delle idee di Trump, ma è innegabile che siano coerenti e che indichino una direzione precisa per gli States. Trump è riuscito a discutere con un ampio schieramento di mostri, mettendoli d’accordo. Ha vinto nonostante ci fossero state ampie defezioni nel suo stesso partito. Ha vinto avendo contro i media nazionali ed internazionali.

Gli americani sono diventati pazzi? No, hanno scelto tra mondi diversi, tra linguaggi diversi. Trump ha parlato la lingua giusta. Non dobbiamo commettere l’errore storico della sinistra, che è quello di guardare le cose del mondo dalla torre d’avorio dei propri preconcetti. Anche questa è una forma di superbia. Cui si associa il considerare la democrazia come una forma di aristocrazia: tutti hanno diritto di voto, ma la classe dirigente deve essere in odore di santità. Democrazia vuol dire rappresentazione: Trump rappresenta un paese reale. Non è un bostoniano, non è una persona dai modi eleganti, sfoggia la buona Melania come un trofeo che testimonia la sua potenza fallica. Ma è riuscito a parlare, nonostante tutti i suoi handicap, al cuore e allo stomaco degli elettori. Hillary parlava solo a se stessa e al ristretto cerchio degli interessi che la sorreggevano.

Fin qui gli Stati Uniti. Veniamo a noi. E’ indubbio che la presidenza Trump segnerà un disimpegno degli States dalla politica internazionale: pur mantenendo una presenza attiva, gli americani metteranno in atto una politica estera meno aggressiva, soprattutto nei confronti di Mosca. Questa è una grande opportunità per l’Europa e per l’Italia. Si tratta di recuperare un ruolo in politica estera all’interno del rapporto Est Ovest. Certo è che se la nostra posizione fosse stata più equilibrata, meno schiacciata sulle necessità della Nato, oggi non saremmo costretti ad un necessario voltafaccia dai contorni comici. Ricucire con Mosca dopo essere stati tra i pochi paesi europei ad applicare con coerenza le sanzioni economiche ed essere stati in prima fila, in maniera quasi servile, sull’invio delle truppe in Lettonia, sarà una faccenda difficile. Non impossibile, ma difficile. E saremo di certo scarsamente credibili. Ma se vogliamo avere un ruolo nel disinnescare la tensione tra Washington e Mosca, dobbiamo agire. Un protagonismo minore della Nato, che porta ad un abbassamento della temperatura della politica estera in Europa, inoltre, dà ampio spazio di manovra per una eventuale ridiscussione degli scopi dell’Alleanza atlantica, e, perché no, dei trattati connessi. E’ un appuntamento storico, reso possibile dalla vittoria di Trump. Non dobbiamo sprecarlo.

Ma Trump porterà con se anche un’onda anomala per i diritti, sdoganando sempre di più coloro i quali abitano a destra o nelle pieghe oscure delle religioni. Qui occorre vigliare ed essere presenti. Come? Evitando gli errori di Hillary. Donald Trump è un’esperienza americana che deve rimanere tale. Abbiamo quindi bisogno di creare, in Europa ed in Italia, una autonomia politica reale dagli States. Basta con il veltronismo rimasticato. Cerchiamo una nostra via peculiare che passi per un progetto politico vero e che sia una cosa diversa dalla nostra auto rappresentazione. Impariamo dai nostri errori. Giachetti a Roma, ad esempio, ha precorso, in maniera perversa, con tutta l’arroganza e la sufficienza possibile, tutti gli errori della Clinton. Eppure è ancora lì ad arrogarsi il diritto di rappresentare la sinistra a Roma.
Se non vogliamo un Trump all’italiana, dobbiamo cambiare registro. Meno arroganza, più socialismo.

Mario Michele Pascale
Consiglio Nazionale del PSI
Responsabile nazionale editoria, arti e spettacolo del PSI

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Commenti all'articolo
  1. Indubbiamente l’analisi di Pascale è perfetta e completa. L’America, con la consapevolezza di essere “uno Stato” e non una sommatoria di campanili, di essere rappresentata da due grandi forze politiche, contenitori di valori plurali e diversi, ma comunque legati all’unicità della Nazione che ne fanno la prima potenza al mondo, ha deciso; ha scelto il nuovo che poi è il vecchio modello americano preferendolo al meno peggio che non ha saputo entusiasmare, che non ha raggiunto il cuore del suo stesso elettorato. Un elettorato, quello democratico che, orfano ormai della stella Obama, non ha però avuto il coraggio fino in fondo di sostenere l’anomalia socialista rappresentata da Bernie Sanders, il vero, unico possibile antagonista di Trump, l’unico in grado di smuovere la fiducia di una parte dell’elettorato americano che si è sentito abbandonato e senza speranza, pur essendo quello che, forse più di altri, ha contribuito a far grande nel tempo l’America che oggi guarda a rilanciare se stessa ed il suo sogno. Avrà molto da fare il Presidente degli Stati Uniti per garantire ciò che ha promesso e ciò che gli elettori, democratici e repubblicani, gli hanno concesso in termini di fiducia. Chi voleva liberarsi delle vecchie dinastie, dei Clinton e dei Bush è riuscito nell’impresa. Hillary, arrogante e non entusiasmante, non è riuscita nell’impresa di divenire la 45^ Presidente e la prima donna alla Casa Bianca, non da “moglie del Capo”. Sono stati sconfitti i sondaggisti, son state sconfitte le attese di chi anche da noi in Italia sosteneva la moglie di Bill, soprattutto considerando, sbagliando ad usare il nostro metodo di valutazione e dimenticando quando accadde anche da noi, convinti che le classi medie, quelle operaie, quelle degli immigrati, quelle dei latinos, avrebbero riversato il consenso su di lei. Eppure, da italiani, avremmo dovuto ricordare quanto avvenne a Sesto San Giovanni (Milano), città operaia, medaglia d’oro al valor Militare, la “Stalingrado d’Italia” che votava compatta il Polo delle Libertà ed il partito di Berlusconi, o a Livorno città rossa per eccellenza che dopo 70 anni di incontrastato dominio della sinistra, soprattutto comunista due anni fa passava dalle mani di quello che fu il PCI trasformatosi in PD, per affidarsi docilmente in quelle del Cinquestelle Filippo Nogarin che meglio del suo avversario, arrogante e supponente, ma non più credibile, aveva ridato voce e speranza ai labronici stanchi di una politica antiquata e delusi del loro futuro, o peggio ancora, nell’altrettanto rossa città di Cascina (PI), regalata da un PD rissoso, autoreferenziale e presuntuoso, alla giovane leghista Susanna Ceccardi legata a doppio figlio a quel Matteo Salvini ed alle sue politiche di emarginazione, populismo, discriminazione, che ne sostengono l’impegno. Guarda caso tre esempi di esponenti e forze politiche che in questa tornata elettorale americana guardavano di buon occhio Trump. Ora in Italia, come in Europa, serve ricercare una risposta univoca delle socialdemocrazie, divenute silenti. Serve una nuova Bad Godesberg per rilanciare il messaggio riformista volto a dare risposte alle attese ed ai bisogni dei popoli europei, ma soprattutto serve politica tra la gente e per la gente. La campana è suonata, l’ora del risveglio è adesso.

  2. OK al “più socialismo”.
    Per il resto dobbiamo vedere le mosse del nuovo presidente USA. Non dimenticate che sono ancora loro i vincitori dell’ultima guerra mondiale – e ciò comporta interessi strategici ed economici – e che sopra ogni cosa valgono gli interessi americani.

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