sabato, 3 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

“Paradosso dello spirito russo”. I giudizi erronei
su Piero Gobetti
Pubblicato il 02-11-2016


gobetti-001L’inserto domenicale del «Sole 24 Ore» (30 ottobre 2016, n. 299, p. 39) presenta di Piero Gobetti il volume  Paradosso dello spirito russo, ristampato dalle Edizioni di Storia e Letteratura con l’Introduzione di Antonello Venturi. Esso, pubblicato per la prima volta nel 1926 dalle Edizioni del Baretti, costituisce un’opera postuma del giovane intellettuale torinese. Il curatore è Santino Caramella, che riunisce i suoi articoli sulla letteratura russa pubblicati nel corso della «breve esistenza» stroncata a Parigi il 15 febbraio dello stesso anno.
Nella presentazione del volume, Gennaro Sangiuliano esprime una serie di giudizi erronei, che denotano una scarsa conoscenza dell’attività culturale di Gobetti. Solo l’incipit contiene tre inesattezze, che vanno dalla considerazione del volume come «saggio esemplare» all’enunciazione della singolarità di Gobetti per la sua attenzione verso la Russia e alla «grande attualità» di alcuni aspetti delle sue riflessioni. Il volume non può essere considerato un «saggio esemplare», perché si tratta di un collage di articoli già apparsi su varie testate come «Energie Nove», «Il Resto del Carlino», «Russia»  e la «Rivista di Milano».

L’interesse di Gobetti non ebbe nulla di singolare, ma risaliva agli anni universitari e si sviluppò grazie all’incontro con la fidanzata Ada Prospero, con la quale un intenso sodalizio culturale gli infusero la passione per la letteratura e lo indussero allo studio della lingua russa. Proprio al termine della Grande Guerra e della rivoluzione soviettista, entrambi studiarono sulla grammatica di russo compilata da Rachil’ Gutmann (1885-1944), moglie del socialista rivoluzionario Alfredo Polledro, poi promotore della casa editrice Slavia.

Riguardo agli aspetti di «grande attualità», le riflessioni gobettiane non lo erano allora, figuriamoci se lo possano essere ora che si ha una conoscenza più completa della Rivoluzione russa e del suo approdo ad un regime dittatoriale. A differenza di Antonio Gramsci, autore del famoso editoriale comparso sull’«Avanti!» alla fine di novembre 1917, Gobetti cercò di definire «l’anima russa» sulla base di un giudizio diverso dallo scrittore sardo interessato più ad una valutazione filosofica di matrice marxista. La sua curiosità trasse origine non solo dall’ambiente culturale torinese, dove era animato il dibattito culturale sulla Rivoluzione russa, ma anche dall’influsso esercitato da Luigi Einaudi, di cui utilizzò le sue obiezioni al collettivismo nell’inchiesta sul socialismo promossa su «Energie Nove» (5 e 20 giugno 1919, nn. 3 e 4, pp. 53-68 e 69-92). Come liberale Gobetti è critico verso la il materialismo dialettico, ma la sua posizione non può essere definita «chiaramente antimarxista» per l’accento che egli pone sulla lotta di classe e sull’esperienza consiliare avviata da Gramsci sull’«Ordine Nuovo». In sede storica la questione era stata già chiarita da Pietro Nenni nel primo anniversario della morte di Gobetti proprio sull’«Avanti!», laddove aveva scritto  che «le sue simpatie furono in primo tempo per il cenacolo comunista torinese, perciò il suo cuore e il suo pensiero furono sempre col proletariato. Nel suo liberalismo c’era posto per tutte le forze politiche attiviste che, anziché comprimere la lotta, vogliono ricavarne il massimo di vita. E in questo senso Gobetti era marxista. Il marxismo gli si presentava […] come la traduzione in termini politici del concetto filosofico attivista liberale e quindi come il più potente fattore di storia» (P. Nenni, Il marxismo di Gobetti, in «Avanti!», Paris, 20 febbraio 1927, n. 8, p. 1).

In questo contesto Gobetti presentò la Rivoluzione russa come un evento nuovo che pose «le basi di  uno Stato nuovo», considerando Lenin e Trotzki come «uomini d’azione»  (p.g., Rassegna di questioni politiche, in «Energie Nove», 25 luglio 1919, n. 6, pp. 132-139). Così entrambi esprimono un’opera che egli considera «una esaltazione di liberalismo» per la loro tempra di statisti capaci di impedire l’involuzione del futuro regime dei Soviet.

Il fascino dell’eco della rivoluzione russa, di quello che Gobetti chiama «esperimento socialista», su cui gli storici gobettiani non hanno chiarito la derivazione nominale, si unì alla traduzione dei racconti di Andreev, Kuprin e Puškin, nonchè allo studio di Čechov, Dostoevskij, Gogol ed altri. A differenza di quanto sostiene Sangiuliano, Le anime morte non possono essere considerate «il grande affresco della Russia scritto sul modello dantesco», ma – come afferma Gobetti – «sono il poema del chisciottismo russo» (p. 74). Il carattere donchisciottesco dei personaggi furono colti dal ricorso alla descrizione del viaggio attraverso la Russia. La scoperta di paesaggi e la storia di Čičicov si dispiegano in notazioni personali, le cui avventure «devono essere ravvivate dal continuo controllo sentimentale e poetico del poeta»: i suoi calcoli e la speranza di tentare la fortuna con la compravendita dei servi della gleba ha un quid di «geniale», ma si tratta – come sostiene Gobetti – di «un semplice pretesto lirico» per sviluppare una storia presentata in modo semplicistico dal recensore.

Nella parte riservata a Dostoevskij, già pubblicata nel 1921 sulla rivista «Russia» (n. 4-5, pp. 110-112) diretta da Lo Gatto, Gobetti scrive un saggio polemico sullo scrittore russo, riconoscendogli più la dote di poeta che di filosofo: «Sotto l’influenza di Scopenhauer, superficialissimi e anche mal capiti, Dostoievschi è tutto compreso dal dissidio tra volontà e ragione, opposte con tanta astrattezza e rigidezza l’una all’altra che è fatto impossibile ogni svolgimento fecondo» (p. 173). Le Memorie del sottosuolo sono invece considerate dal recensore come un’opera in cui si riassume bene «la posizione filosofica e culturale dello scrittore russo», pervasa da «un antiintellettualismo che guarda al volontarismo della vita, in nome della vita nazionale e di una reale civiltà»: una posizione respinta dai critici più avveduti che considerano il ritratto di Dostoevskij debole e superficale. A parte questa considerazione su Gobetti, egli tiene presente il romanzo  Lettere dal sottosuolo nella traduzione di Lo Gatto (L’editrice Italiana, Napoli 1919) e il suo tentativo è rivolto a coniugare liberalismo e iniziative della classe lavoratrice, considerate le più idonee a conquistare una nuova civiltà.

Nunzio Dell’Erba

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