venerdì, 9 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

I Medici. Una vera e propria serie epica per la regia di Mimica-Gezzan
Pubblicato il 02-11-2016


i-medici-anticipazioni-trama-25-ottobreLa rivoluzione culturale ed economico-finanziaria di una famiglia nel nome della lealtà e del bene di Firenze. Con protagonista Cosimo de’ Medici.
Una serie televisiva in otto episodi su una delle famiglie più potenti d’Italia: quella de “I medici”; prodotta da Rai Fiction e Lux Vide, con il sostegno di Big Light Productions. Padroni di Firenze, mirarono a costruire una Signoria incentrata sulla democrazia. Ma le insidie saranno molte. A capo di questa battaglia Cosimo de’ Medici, che nel 1434 fu eletto gonfaloniere di Firenze. Per la regia di Sergio Mimica-Gezzan, “I Medici” vantano un cast d’eccezione: Dustin Hoffman (nei panni del patriarca Giovanni); Richard Madden (Cosimo de’ Medici, doppiato da un valido Lino Guanciale), Stuart Martin (Lorenzo de’ Medici, doppiato da Fabio Boccanera), Annabel Scholey (Contessina de’ Bardi, doppiata da Chiara Colizzi), Alessandro Sperduti (Piero de’ Medici, figlio di Cosimo e Contessina), Valentina Bellè (Lucrezia Tornabuoni, moglie di Piero), Alessandro Preziosi (Filippo Brunelleschi), Eugenio Franceschini (Ormanno degli Albizzi), Sarah Felberbaum (Maddalena, amante di Cosimo), Miriam Leone (Bianca, lavandaia romana e prima donna di Cosimo).
Martedì prossimo, 8 novembre, l’ultima puntata con gli ultimi due episodi e dal 15 novembre usciranno i dvd in edicola. Una storia avvincente e profondamente religiosa, al cui centro c’è quella personale di Cosimo de’ Medici, protagonista assoluto. “Tutti peccatori in cerca del perdono di Dio”, è una vicenda di intrighi, tradimenti, alleanze, tranelli, insidie, sommosse, complotti, tentazioni, soprusi. Si racconta in modo struggente, a volte passionale e violento, l’ascesa di questa famiglia facoltosa. Un casato che portò lustro a Firenze e una vera e propria rivoluzione culturale in questa città, che iniziò ad accogliere alcuni degli artisti più rinomati e prestigiosi di tutti i tempi. I Medici ne vollero fare una Signoria basata sulla democrazia, in grado di competere con Venezia e con Roma, a cui si collegò fortemente. Stretto il legame con la Capitale, con la Chiesa e con il Papato. Non a caso se Roma aveva la Basilica di S. Pietro, enclave del cattolicesimo, Firenze ebbe la sua Cupola edificata proprio dal Brunelleschi: divenne la copertura della volta a crociera del Duomo di Firenze e simbolo della religiosità della famiglia de’ Medici e della lotta individuale di Cosimo de’ Medici, che combatté la sua Guerra Santa in nome della lealtà. Per affermare la sua innocenza, una volta per tutte e per sempre, dall’accusa di tradimento e di usura. Una battaglia rivoluzionaria perché ricorda quella moderna e ancora attuale contro la corruzione politica contemporanea (come il fenomeno dell’usura stesso purtroppo, sommerso ma non scomparso). Nulla di desueto, dunque. Anzi, l’avanguardia stessa sta nel fatto che lui era un uomo di mondo, libero, che gridava la libertà dell’individuo, il libero arbitrio del singolo. Per il padre Giovanni contavano solamente denaro e politica, in linea con la sete e la bramosia di potere tipica dell’epoca: perché il denaro procura potere e il potere moltiplica il denaro. Per Cosimo contava invece, al contrario, solamente il fatto che “un uomo deve poter (essere libero di) vivere la sua vita”. Per questo volle palesare il complotto e la cospirazione ai suoi danni (un po’ come accade oggi con le intercettazioni telefoniche). Chiese perdono e giustizia (anche in nome di Dio), lo avrà e lo darà; così come donerà pietà al più acerrimo dei suoi nemici, un tempo suo amico: Rinaldo degli Albizzi (interpretato da Lex Shrapnel e doppiato da Alessio Cigliano), perché a suo avviso “chi è senza peccato scagli la prima pietra”. Ma per lui Firenze era molto di più, era la sua famiglia, era la sua città, era la sua casa. Gli stava molto a cuore il bene del popolo e per esso fece edificare una biblioteca. Diffusione di cultura e di economia floride, tanto che sembra di sentire Lorenzo il Magnifico (figlio di Lucrezia Tornabuoni e Piero de’ Medici) con la sua corte splendente: per Cosimo l’arte doveva essere il “nuovo linguaggio” di Firenze. Finito davanti al tribunale per quello che oggi definiremmo “un processo all’intenzione”, non a caso il suo fu un caso simile a quello di Socrate, accusato anch’egli di tradimento. Come noto, il filosofo è famoso per il suo motto “conosci te stesso”, per l’idea della maieutica (l’arte del tirare fuori da dentro di noi la verità, con la dialettica e l’oratoria) e per l’esaltazione del concetto di paideia, ovvero lo spirito di cittadinanza e di appartenenza. Perché, in fondo, è questo che farà Cosimo.
Ma il suo sarà “un cammino lungo e polveroso” e “la strada stretta e tortuosa”. Per lui Firenze sarà “come una madre da cui desidera tornare”; ma da cui dovrà rimanere lontano per tutto il tempo decennale dell’esilio. Storia tormentata, pertanto, è raccontata un po’ manzonianamente (fosse altro che per il medesimo episodio della peste che invase Firenze, narrato approfonditamente da Alessandro Mazoni ne “I promessi Sposi”). La peste è vista come “la colera di Dio per i peccati dell’uomo, di cui la gente è responsabile”. Se Cosimo è definito “un tiranno, colpevole di usura, la cui conseguenza è aver sottratto i potenti alla legge di Dio, che si nasconde dietro il denaro e che cerca di comprare Dio come gli uomini”, la sua punizione più degna è l’esilio. Distante dalla “grande e forte vite” della famiglia dei Medici, di cui lui è il ramoscello da cui tutto dovrà e potrà ripartire (o almeno così sembra, anche se suo alter ego forte sarà la moglie Contessina de’ bardi, paradossalmente una donna) come ne “Il profumo del mosto selvatico” (dopo l’incendio, che ricorda metaforicamente le fiamme dell’Inferno diabolico della corruzione appunto). La mancanza che sentirà dovrà servire per placare l’ira di Dio: “più cresce l’impunità dei Medici, maggiore sarà la collera di Dio”, è il pensiero collettivo; di una città in rivolta, di una ribellione sollevata da un popolo oppresso, impoverito e sofferente a causa della malattia. Mentre ci si muove tra presente e passato, andando a ritroso di 20 anni con flash-back sul passato di Cosimo, quest’ultimo diventa capro espiatorio, agnello sacrificale, nuovo Cristo martire e Salvatore, il Messia che risorge per annunciare il Rinascimento della città di Firenze, afflitta da una Guerra Santa fratricida che ci immerge in un contesto assolutamente dantesco. Il suo è un sacrificio personale per la città. In nome del crocifisso che porta al collo, come un frate francescano che con il suo saio annuncia il Vangelo, egli comunica la rivoluzione in atto: “il mondo sta cambiando e non solo per Firenze; ma per scrivere la storia occorre andare oltre le proprie singole ed individuali esistenze. Firenze non può tornare al passato con l’aristocrazia dei nobili e dei loro dipendenti; deve diventare una Signoria repubblicana e democratica fondata sui suoi talenti per costruire il suo futuro”. Ai piedi di quel simbolo religioso, che è la Cupola del Duomo. Per questo Cosimo è disposto a non mettere i suoi desideri davanti al bene della famiglia e della città, ma a lottare per affermare la nuova immagine di Firenze. Uno scenario apocalittico, evangelico che sa di Annunciazione quasi. Eppure così storico. Forte il rimando alla Guerra tra Guelfi e Ghibellini dell’epoca di Dante, alla sua “Divina Commedia” che fu il suo esilio, costretto come Cosimo a lasciare la sua città. Come il famoso e nobile letterato, anch’egli vive la sua Odissea. Il tono è epico come quello del poema di Omero. Cosimo è il nuovo Ulisse che compie la sua Odissea appunto per tornare a casa, alla sua Itaca (Firenze) come un neo Ulisse. Il richiamo è esplicito anche all’epocale (reale e leggendaria al contempo) Guerra di Troia tra Sparta e Atene. Qui emblematica è la figura di Maddalena (interpretata da Sarah Felberbaum). Definita “bella come Elena di Troia, attirerà l’ira e la colera della gelosa Contessina de’ Bardi”, dice Piero de’ Medici: e, come la Penelope di Ulisse, la vediamo intenta a tessere la tela, come faceva la moglie del re di Itaca (che la tesseva di giorno e la disfaceva di sera per resistere all’insistente richiesta dei Proci). Il cammino “lungo e polveroso” e periglioso, ricorda quello dei primi versi della “Divina Commedia”: “nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura ché la dritta via era smarrita di Dante”; e si potrebbe continuare col resto della strofa dei versi 1-12 del Canto dell’Inferno, vera summa della storia di Cosimo de’ Medici: “Ahi quanto a dir qual era è cosa dura, esta selva selvaggia e aspra e forte, che nel pensier rinova la paura! Tant’è amara che poco è più morte; ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai, dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte. Io non so ben ridir com’i’ v’intrai, tant’era pien di sonno a quel punto che la verace via abbandonai”. Ma questi non sono l’unico richiamo metaforico del personaggio di Maddalena.
Come noto, Maria Maddalena, detta anche Maria di Magdala, è stata, secondo il Nuovo Testamento (ma la sua figura viene descritta sia nel Nuovo Testamento sia nei Vangeli apocrifi), un’importante seguace di Gesù; è venerata come santa dalla Chiesa cattolica e si celebra la sua festa il 22 luglio. Considerata appunto una delle più importanti e devote discepole di Gesù, fu tra le poche a poter assistere alla Crocifissione e, secondo alcuni Vangeli, divenne la prima testimone oculare e la prima annunciatrice dell’avvenuta Resurrezione. Ovvero, per associazione, il Rinascimento fiorentino.
Schiava usata per spiare Cosimo de’ Medici, rappresenta la visione dell’immaginario collettivo dell’epoca della donna oggetto, usata dall’uomo che la possiede, che ne è il padrone e di cui ne dispone la vita; a tale proposito, per contrasto, Cosimo de’ Medici dirà: “chi siamo noi per avere il diritto di toglierli la vita?”, rivolto a Rinaldo degli Albizzi. Alle sue dipendenze non ha diritti né riconoscimenti. Viene data a Cosimo in dono dal Doge, come un bottino di guerra da spartirsi e contendersi volendo, da difendere solo se simbolo di forza, ricchezza, potere, prestigio o se utile per scovare qualche segreto sul nemico. In contrasto con l’intraprendenza femminile delle figure di donne della famiglia de I Medici, come Contessina de’ Bardi ad esempio (anche se rea, a suo avviso, di avergli slavato la vita, o meglio di averlo cacciato da Firenze in pieno subbuglio). Tenace (e un po’ spregiudicata, perfettamente alla pari di Cosimo, che affronta a testa alta senza intimorirsi o assoggettarsi), ella prende in mano le redini della situazione durante l’assenza di Cosimo, durante la quale –dirà- sarà “impegnata a portare avanti la casa e i nostri affari”. Sono donne di mondo (mondane) che hanno imparato a vivere in società e a divertirsi come Lucrezia Tornabuoni (Valentina Bellè): “quello è il nostro mondo e dobbiamo abituare a starci anche se non ci piace”. Un mondo corrotto in cui occorre vendersi per avere favori. Tra l’altro anche il nome Lucrezia non è casuale: fu la figlia di Spurio Lucrezio Tricipitino e moglie di Collatino, è una figura mitica della storia di Roma legata alla cacciata dalla città dell’ultimo re Tarquinio il Superbo. Una Lucrezia importante a Firenze come nella Capitale di nuovo; pertanto, dunque, c’è ancora una volta il binomio inscindibile Roma-Firenze.
Tutto ciò fa de “I Medici” una fiction religiosa, ma una serie che ha un tono anche profondamente drammatico. Un po’ come quello de “La Dama Velata”. In questo aiuta molto l’evidente riferimento a Lino Guanciale, che doppia Richard Madden (che interpreta Cosimo De’ Medici), e che nell’altra fiction recitò come protagonista con Miriam Leone, qui presente come Bianca, prima donna di Cosimo. Un pathos, una suspense, un senso di sospensione dato dall’intrigo che nasce dal continuo essere divisi tra senso di dovere e di giustizia, di lealtà, di servizio alla città di Firenze e le continue tentazioni oscure che nasconde l’universo della corte, trappola e minaccia per la gloria e il prestigio della città, quanto per il buon nome del casato, quanto per la fama, la dignità, il rispetto, l’onore dei singoli membri della famiglia. Questo, probabilmente, il fascino secolare che avvolge il nucleo de I Medici da sempre. E che persiste tuttora. Non per nulla, dal 1434 fino al 1737, dettero i natali a tre papi (Leone X, Clemente VII, Leone XI[4]) e due sovrane di Francia (Caterina e Maria de’ Medici). Divenendo, così, una delle più note famiglie d’Europa, e protagonista a pieno regime della storia d’Italia dal XV al XVIII secolo.

Barbara Conti

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