giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

I punti fermi delle primarie della destra francese
Pubblicato il 21-11-2016


Primo: definitivo successo e definitivo stravolgimento del metodo delle primarie. 4 milioni di voti espressi. Un assoluto record per la Francia (Hollande, cinque anni fa, ne aveva portati alle urne all’incirca la metà). E in un contesto, però, in cui le “regole di ingaggio” aprivano praticamente la porta a tutti, dai socialisti agli stessi sostenitori del Fronte nazionale. Bastava versare due euro e dichiarare di aderire ai “valori”espressi dalla destra repubblicana. E’, nei fatti e anche, se vogliamo, in linea di principio la fine dell’era dei partiti e, contestualmente, l’assoluta prevalenza della volontà dei simpatizzanti – anche se chiaramente strumentali – su quella degli iscritti. Del resto, quello che, tra i candidati con speranza di successo, si affidava più degli altri al patriottismo di partito, leggi Sarkozy, è finito ignomignosamente al terzo posto.

Secondo: il voto degli oppositori non è stato determinante. Nel senso che non ha sortito gli effetti che gli venivano attribuiti. Così, si diceva che il voto socialista avrebbe contribuito in modo decisivo alla, in partenza scontata, vittoria di Juppè. L’unico tra i candidati alla candidatura fortemente impegnato sulla linea della grande coalizione (accordo con i socialisti prima del secondo turno, riconferma della politica europeista, politica interna di equilibrio sia sul fronte della politica economica e sociale che sul fronte della politica migratoria e dei rapporti con l’Islam francese). E che, nel contempo, quello dei simpatizzanti per il Fronte sarebbe andato a Sarkozy, di gran lunga il più vicino, nella sua narrazione e nelle ricette proposte alle posizioni della Le Pen. E viceversa poco o nulla di tutto questo. Magari perchè l’affluenza dei simpatizzanti dell’opposizione è stata molto minore di quella prevista; o, più probabilmente, perchè, in una logica di appartenenza, la vittoria di Juppè avrebbe reso più difficile la ricandidatura di Hollande o l’affermazione di candidati moderati alternativi; mentre quella di sarkozy avrebbe tolto argomenti all propaganda del fronte.

E, allora, terzo e ultimo punto, a decidere, in definitiva, è stato il voto non tanto degli iscritti quanto dei simpatizzanti della destra. E questo voto è andato al candidato- leggi Fillon- meglio in grado di rappresentarne le diverse sensibilità.
Storicamente la destra “repubblicana” francese si è divisa, nei due secoli successivi alla Grande rivoluzione, tra conservatori-legittimisti, liberali orleanisti, e bonapartisti plebiscitari. Dai primi fillon ha mutuato il richiamo all’autorità e all’ordine morale nei problemi si società (con un fortissimo rapporto con il mondo cattolico sui temi della difesa della famiglia; dei secondi una linea thatcheriana sui problemi economici; dei terzi, una politica estera “nazionale”, concorrenziale con quella americana (sostegno al regime di Assad, recupero dei rapporti con Mosca), tiepida nei confronti di bruxelle e con forti venature sovraniste. Di qui, tra l’altro, il sollecito appoggio dello stesso Sarkozy e, con esso, la pratica certezza di vincere al secondo turno, fissato per la prossima domenica.

A questo punto, il quadro di partenza può considerarsi sostanzialmente completo, seppur con un piccolo punto interrogativo. Una forte destra identitaria; un Fronte maggioritario, in partenza, nella vecchia Francia industriale e nelle vecchie terre della sinistra, con un programma di populismo sovranista; un’area di centro-sinistra, contesa da candidati di varia provenienza, anche socialista; una sinistra radicale anch’essa guidata da un vigoroso e simpaticamente malmostoso ex socialista. E, in mezzo, uno spazietto piccolo piccolo in attesa di essere occupato da Hollande o da chi per lui. Cinque anni fa, per inciso, i socialisti erano maggioritari ad ogni livello: dalla presidenza della repubblica, giù giù, fino ai consigli cantonali…

Ultimo punto; questo tutt’altro che fermo, anzi estremamente mobile. Quello dei sondaggi. Per dire che non c’è affatto da stupirsi per il loro ennesimo fallimento. Ma qui il difetto sta nel manico; e cioè nel fatto che i sondaggisti, così come i sismologi, non sono attrezzati per prevedere i terremoti; e cioè i movimenti sotterranei della pubblica opinione al di là di una piccola magnitudo.

Alberto Benzoni

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