giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Il ciclone Trump
Pubblicato il 09-11-2016


Ha sovvertito ogni pronostico, ha smentito ogni sondaggio, perfino gli exit pol che prevedevano un testa a testa dall’esito incerto. Ha vinto in Florida e in Ohio, perfino in Pennsylvania, in Wisconsin, in Michigan, dove non doveva. Ha intercettato un malessere profondo che nessuno aveva saputo individuare. Ha capovolto ogni logica che lo vedeva perdente perché senza appoggio dei mass media, tutti dalla parte di Illary, dei poteri forti della finanza e dell’economia, delle donne, degli ispanici, degli afroamericani. Il ciclone Trump ha fatto della sua debolezza la sua forza. Il suo trionfo deve ascriversi innanzitutto come vittoria anti establishment, come sfida riuscita a tutti i poteri svuotati di qualsiasi presa sull’elettorato.

Era facile intuire che il voto a Trump era più silenzioso, soffocato, represso, di quello alla Clinton. Era assai più complicato rivelarlo mentre erano in corso le sue battute, le sue gaffes, le sue storie di donne, di sesso, di tasse. Di miliardi e di accuse taglienti e antipolitiche ai confini col senso di appartenenza alla stessa comunità rivolte alla Clinton, di urla e di improperi sotto il ridicolo fiotto di quel caschetto giallo che lo rende simile a una maschera di carnevale. E invece proprio tutto questo ha contribuito al suo trionfo. La sfida al political correct, a quella donna di potere moglie di un presidente alla quale in troppi dichiaravano il voto turandosi il baso, nella logica dinastica che l’equiparava al passato, come quello di Bush figlio di un presidente, così come Bob era fratello di John, è pienamente riuscita. Lo strappo anche su questo è evidente. Trump ha vinto anche contro una parte del suo stesso partito. Contro i Bush che lo hanno sconfessato. Ed ha tratto forza anche da questo disconoscimento.

Mi vengono spontanee tre considerazioni. La prima riguarda lo sfaldamento di ogni riferimento alla politica tradizionale. Si dice che l’America si sia spostata a destra con l’elezione di Trump paragonata a quella di Reagan del 1980. Poi si aggiunge, ma anche su questo occorre diffidare dei sondaggi, che Sanders lo avrebbe battuto. Dunque si certifica ad un tempo uno spostamento a destra e un possibile spostamento a sinistra. Paradossale? No. Partiamo dal presupposto che in America queste sono categorie abbondantemente superate e ormai pare lo siano anche in Europa. Aggiungo che il malessere che ha prodotto la vittoria trionfale di Trump, che ha radici nell’elettorato non urbanizzato, nel ceto medio che ancora non ha trovato il vecchio benessere ante crisi del 2008, nei bianchi che vedono il loro potere e la lora percentuale ridursi, perfino nelle donne che pare, e questo é l’aspetto più incredibile, abbiano votato a maggioranza per il Tycoon, e negli operai che vedono ridursi il loro reddito, perfino nei disperati, ad un tempo negli antisocialisti e negli anticapitalisti, non può essere catalogato con categorie ormai consunte.

Mi auguro che Trump cambi e diventi, come dice, il presidente di tutti gli americani e che si accorga che l’America è larga parte del mondo. Dunque che lasci perdere quelle parti del suo programma e delle sue dichiarazioni, queste sì condite di estremismo, come quelle che parlano di nuovi muri, di assurde equazioni tra musulmani e terroristi islamici, di nuova autarchia americana. Penso invece sarà un bene se perseguirà il fine di migliorare i suoi rapporti con la Russia di Putin, e se insieme, Usa e Russia, riusciranno a combattere e sconfiggere il terrorismo. Avrà la maggioranza sia alla Camera sia al Senato. Potrà governare per quattro anni l’America col consenso più alto. Il mondo si interroga, le borse flettono, tranne, ovviamente quella russa, tutti guardano come sempre all’America, e forse mai come ora con attesa, apprensione, curiosità.

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Commenti all'articolo
  1. Caro Direttore, tutto giusto. Però quando uno vince c’è sempre un altro che perde. Che dire della Clinton, forse il candidato democratico più equivoco e scialbo che si ricordi? Speravamo che i vertici repubblicani togliessero il consenso a Trump, mentre invece sarebbe bastato che il partito democratico avesse ripudiato la Clinton e ora non ci sarebbe parruccone alla Casa Bianca.
    Cordiali saluti, Mario Mosca.

  2. Talvolta ho l’impressione che rimaniamo prigionieri, se non vittime, delle nostre contraddizioni.

    Esaltiamo a piena bocca la democrazia, salvo poi dire, come ho sentito fare ieri in un commento sulle elezioni statunitensi, che talvolta questa fa “brutti scherzi”, quando cioè mal digeriamo un determinato esito elettorale, che ha nostro avviso è inaspettato e comunque non “politicamente corretto”, e mi vengono anche in mente i casi nei quali, in casa nostra, i voti di una parte erano sempre “immacolati” mentre non si poteva dire altrettanto quando andavano invece a favore dell’altro versante politico, specie se erano tanti.

    Sentiamo poi dire, abbastanza spesso e con toni di amarezza, che il mondo è governato dai “poteri finanziari”, causa soprattutto la globalizzazione, mentre anche la politica dovrebbe poter dire la sua, salvo poi sentirci dire, prima del voto di due giorni fa, che la vittoria di un candidato piuttosto che un altro avrebbe nociuto ai mercati, cosa da non auguraci e da evitare, il che sta chiaramente a significare che il nostro giudizio sul “ruolo” svolto dai mercati cambia a seconda delle situazioni e delle nostre opzioni politiche.

    Ancora, si è voluto “imporre” per legge la quota rosa nella composizione delle Giunte municipali, rispondendo ciò al pensiero “politicamente corretto”, per poi apprendere proprio oggi dalla stampa che più di un Comune, almeno dalle mie parti, non ha ottemperato a tale obbligo, probabilmente o forsanche perché non ha trovato nessuna donna disposta ad assumersi l’incarico.

    Per concludere, a me pare che chi professa una mentalità “laica” dovrebbe talvolta mettere in dubbio il “politicamente corretto”, e semmai prendere anche le distanze dai suoi paladini e dalle sue “vestali”, o farsi comunque delle domande in proposito.

    Paolo B. 10.11.2016

  3. Caro Direttore, non riuscendo a far transitare le mie brevi considerazioni nello spazio del commento all’editoriale del Segretario, cerco di riproporle, fedeli ed indirizzate altrove, nel tuo libero ed illuminato luogo di confronto.
    “Senza ideologia, nell’accezione sociologica, quale carburante della politica per la spinta al cambiamento, non si va da nessuna parte.
    In particolare, nei momenti di crisi globale, culturale, sociale ed economica, bisogna RIPENSARSI, pena il prevalere logico del populismo.
    Si attendono da tempo segnali di risveglio, dal suo stato comatoso, del Socialismo mondiale e nazionale”

  4. Bella palestra e ginnastica nuova sullo spartito di una competizione che ha esibito lo spettacolo più sorprendente per i mas media mondiali. Proviamo a riflettere su due considerazioni; a) la finanza padrona della politica che ci dispensa impunemente bilanci truccati, con le consrguenze che tutti conosciamo, b) i sondaggi che hanno sostituito i veri rilevatori delle pulsioni sociali, “sindacati e partiti” con isondaggisti a tutto gas, che confezionano il risultato secondo il gradimento del committente, tutto tarocco, tutto falsato come ci si può fidare. Negli usa che molti presunti esperti paragonano alla meglio cultura europea, una società piena di contraddizioni guerrafondaia xenofoba da sempre, anestetizzata culturalmente da presunte letture eurocentriche rivela il suo vero e autentico volto il ku klux klan, il voto è la conseguenza
    della disperazione di una società malata, che paga milioni di dollari a operatori finanziari e mette alla fame migliaia di persone che si sono fidati dei finanzieri di cui sopra. Ce n’è abbastanza per votare uno impresentabile ma che dice ad alta voce cose, per noi europei improponibili, ma sentite dagli elettori americani come le uniche riconducibili allo status quo ante guerra, proibizionismo e maccartismo, chematelo pure isolazionismo.

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