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Opinioni e commenti
 

In calo natalità anche degli stranieri
Pubblicato il 29-11-2016


Nel 2015 il numero medio di figli per donna in Italia è sceso a 1,35 (era 1,46 nel 2010). In particolare le donne italiane hanno in media 1,27 figli, le straniere residenti in Italia 1,94. 2,1 figli per donna è invece la fatidica “soglia di sostituzione”, quella che consentirebbe alla popolazione di sostituirsi.


natalitaNatalità e vita lavorativa: i numeri che ci bocciano

di Giulia Clarizia

La cicogna ha smarrito la rotta per l’Italia e arriva sempre meno. Gli ultimi dati dell’ISTAT parlano chiaro, confermando la tendenza alla diminuzione della natalità. Per dare dei numeri, nel 2015 sono nati quasi 17 mila bambini in meno rispetto al 2014, 91 mila rispetto al 2008.

Ma le statistiche non dicono solo questo. Ci dicono anche che il calo è più forte nelle famiglie con entrambi i genitori italiani, sebbene anche il tasso di natalità nelle coppie miste o di entrambi i genitori stranieri sia in leggero calo.

Sembrerebbe che le donne italiane siano ultimamente poco propense ad avere figli, e che li facciano sempre più tardi. È in aumento infatti il tasso delle donne italiane che hanno figli oltre i 40 anni.

Inoltre, la media di figli per donna è pari a 1,35.

Famiglie poco numerose, con una crescita delle nascite al di fuori del matrimonio. Sono sempre meno infatti le coppie che in Italia decidono di sposarsi, cosa che, sempre secondo l’ISTAT, avrebbe influenzato il calo.

Secondo la statistica dell’Eurostat dello scorso luglio, l’Italia ha il tasso di natalità più basso d’Europa.

Al primo posto c’è invece l’Irlanda, seguita da Francia e Gran Bretagna. Anche in questi paesi però, la tendenza degli ultimi anni è in calo, il che fa pensare a un invecchiamento generale dell’Europa.

Mentre in Irlanda ci si è direttamente dati da fare per migliorare le statistiche europee, in Italia si è organizzato il Fertility Day, preceduto dal Family Day – perché chiamarla “giornata della fertilità” sarebbe stato fuori moda. Peccato che i toni del primo siano stati totalmente fallimentari e quelli il secondo rumorosamente ricattatori visto che chi lo organizza era animato da un unico interesse: fermare le unioni civili, prendere a randellate la modernità che è fatta anche di una idea di famiglia in piena evoluzione.

Per fare un altro esempio, lo scorso anno in Danimarca, paese che non presentava un tasso di nascite particolarmente brillante, per incentivare la procreazione è stato lanciato un simpatico spot in televisione intitolato “Do it for mum”. Nello spot, si esortavano le aspiranti nonne a regalare una vacanza rilassante alle giovani coppie, o consigliava a queste ultime di fare sport insieme per stimolare le endorfine. Sarà una coincidenza, ma nell’estate 2015 sono state registrate circa 1200 nascite in più rispetto all’anno precedente.

Questo provvedimento, non è poi così distante, di fatto, dalla campagna lanciata dal Fertilty Day, che però sbagliando i toni attraverso una dissennata campagna pubblicitaria ha prodotto l’unico effetto di un polverone di critiche (e una torsione ideologica a vantaggio di una parte politica) anche perché gli slogan della serie “Ricordati che devi morire” non suscitano molta simpatia (l’unica che riusciva simpatica, accanto a Vittorio De Sica, era Tina Pica), né tanto meno fanno venire voglia di contribuire alla replica del “miracolo della vita”.

Un altro problema in Italia, è che non appena si accenna all’idea di incentivare le nascite, il provvedimento viene immediatamente collegato al fascismo, che incoraggiava a sposarsi e fare molti figli, futuri guerrieri per la potenza dello Stato.

Che si voglia accettare o no, una società che genera poca nuova vita è una società insicura e in crisi (anche economica: il Pil è figlio legittimo, è proprio il caso di dire, del tasso di natalità).

Ma poi c’è un problema: l’ingresso lento nel mondo del lavoro, spesso favorito dal ricorso a formule contrattuali che non garantiscono grandi prospettive e sconsigliano programmi impegnativi per il futuro. Se i giovani, i più fertili, non trovano una stabilità nella vita e a trent’anni spesso vivono ancora con mamma e papà, come possono pensare di mettere su famiglia?

Questo si collega ad un altra statistica che ha ugualmente visto l’Italia in fondo alla classifica europea. Secondo l’Eurostat, il nostro è il paese in cui la vita lavorativa dura di meno, nonostante la legge Fornero del 2012 che ha innalzato l’età minima per le pensioni. Infatti, da noi la vita media lavorativa è di circa 20 anni in meno che in Svezia. Particolarmente bassa poi è l’aspettativa delle donne: vent’anni anni, contro i 35 della Svezia.

Se dobbiamo escludere (ormai) dalle cause il fatto che la gente normalmente smetta di lavorare presto, dobbiamo al contrario considerare il fatto che in Italia si vada a lavorare tardi.

Un altro dato rilevante, è che sono moltissimi i ragazzi che escono in ritardo dall’università. Laurearsi fuori corso sta diventando più la normalità che l’eccezione, e la laurea da sola non basta. Oggi, se non hai un curriculum lungo 10 pagine, se non fai master, corsi post-laurea ecc. non ti senti nessuno, non sei competitivo. Se un ragazzo esce dall’università a 27 anni, poi fa un anno di master, poi prova a cercare lavoro e se riesce a firmare un contratto da stagista di 6 mesi qua e là è un miracolo, non può far altro che rimandare l’idea di avere dei figli.

Insomma, invecchiamento della società, crisi della famiglia tradizionale, mancanza di stabilità, forse un pizzico di sindrome da Peter Pan: ecco cosa c’è dietro le cifre che segnano il paese con il più basso tasso di natalità e la più bassa aspettativa di vita lavorativa in Europa, uno scenario che induce alla riflessione e che dovrebbe portare provvedimenti risolutivi dall’alto, e buona volontà dal basso.

Giulia Clarizia

Blog Fondazione Nenni

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