domenica, 22 gennaio 2017
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Opinioni e commenti
 

La lezione americana, a caldo
Pubblicato il 16-11-2016


La sinistra – non solo negli Stati Uniti, dappertutto – ha smarrito l’ispirazione, la carica ideale, il desiderio di cambiare le cose. E quindi non detta l’agenda: si fa trascinare dalle correnti impetuose di una globalizzazione selvaggia. I suoi leader, impigriti e imbolsiti, dormono sugli allori, si aggrappano a vecchi schemi come fossero robuste corde da ormeggio – ma quegli schemi sono fuscelli nel vento. Questa sinistra conservatrice non fa sognare, non sa più cosa sia l’orgoglio della sfida, il coraggio di osare. Una metamorfosi l’ha trasformata in una rotella ben oleata dell’establishment. E gli elettori lo hanno capito.
Se non vogliamo scomparire dalla scena politica, dobbiamo riflettere su una delle più brucianti sconfitte politiche che si ricordino. E dobbiamo farlo ben prima delle prossime elezioni in Italia e in Europa. Sarebbe stato infinitamente più saggio e giusto radunarsi, compatti, sotto le insegne del socialista (all’acqua di rose!) Bernie Sanders. E invece il partito democratico ha puntato tutto sul candidato che più centrista non si può. Scelta scontata, coazione a ripetere una prassi consueta, consolidata. È, questa, la logica dei sistemi bipolari: vince il candidato più moderato. Ma in politica non ci sono leggi ferree ed eterne. In tempi di crisi, quando i demagoghi cavalcano l’onda spumeggiante del populismo, il candidato estremista – che è anche un abile semplificatore – è quello in pole position. L’estremista sa mobilitare le folle, ha molte più chance rispetto a chi spacca un capello in quattro e ricerca compromessi spasmodicamente. La sinistra americana non l’ha capito, e ha subito una sconfitta epocale. La sinistra europea si ostina a non volerlo capire, e se continua così è destinata a precipitare nel baratro.
In situazioni normali, “da manuale”, il leader centrista è un avversario pericoloso sia per il fronte conservatore che per quello progressista: non appare così distante dall’avversario, e quindi può pescare tranquillamente nel suo bacino. Ma nessun manuale di scienza politica prevede tutte le eccezioni. Hillary, la professionista della politica, ha pensato che Trump fosse un’anatra zoppa, un bersaglio facile per le sue frecciate al curaro. Aveva di fronte a sé un populista con idee bizzarre, oltranziste, in buona parte irrealizzabili. Insomma: il miglior avversario per un personaggio “navigato” e ben appoggiato/finanziato dalle lobby influenti quale lei era. Nulla di più sbagliato. Hillary, alla fin della fiera, ha perso anzitutto fra la sua gente: era troppo di… destra. Né ha compensato tale difetto guadagnando nuovi sostenitori tra i repubblicani duri e puri: per questi era troppo…. di sinistra! (quella sbagliata, per giunta: la sinistra liberal che stappa le bottiglie di champagne a Wall Street). In un momento difficile, in cui mercati impazziti hanno prodotto sconquassi e terremoti ovunque, solo un leader con un’identità politica forte, ben delineata, avrebbe sparigliato le carte. Solo Bernie avrebbe potuto farcela. Bernie, il settantenne adorato dai giovani che sognano una società più giusta. Bernie, il leader visionario che aveva riacceso le speranze nel cambiamento. Come poteva Hillary scaldare i cuori? Lei rappresenta la sinistra “elitista”, legata mani e piedi all’establishment; la sinistra politically correct, insopportabilmente bigotta a modo suo. È da folli — o da arroganti – concentrare le proprie energie sul voto femminile e su quello delle minoranze etniche confidando di aver nel taschino i lavoratori tradizionali, i white collar (classe media) e i blue collar (gli operai), da sempre più democratici che repubblicani. Si pensava, superficialmente, di ripetere il successo del primo Presidente nero: ecco la prima Presidentessa donna! Evviva l’America delle opportunità e dei diritti civili. Sarebbe stato bello, certo. C’è un dettaglio però: la politica non è l’equivalente della televendita di orologi e gioielli scintillanti.
Nessuno ha ascoltato un campanello d’allarme. La popolarissima (e progressista) attrice Susan Sarandon aveva gelato i democratici quando in diretta televisiva, prima delle elezioni, diceva ‘io non voto con la mia vagina’. Chi, a sinistra, avrebbe osato dire qualcosa di critico, controcorrente a sostegno della Sarandon? Si sa, la sinistra liberal – che, a conti fatti, si scopre essere molto illiberal – in nome del monopolio della verità, tappa la bocca e fustiga sia gli avversari che gli oppositori interni: a ciascuno la sua razione di bacchettate e rimproveri. Ecco la prima lezione americana: la massa non vota solo un personaggio-simbolo, che incarna valori astratti. Vota soprattutto una persona affidabile sulla base di programmi, progetti, proposte. L’elettore è stufo di votare “contro” qualcuno; vuole fare il tifo per il suo leader ideale. Desidera identificarsi in una figura carismatica. Pensavano, i leader del partito democratico, che bastasse agitare lo spauracchio dell’avversario pericoloso, il folle che avrebbe provocato disastri nazionali e internazionali! L’impresentabile misogino, il molestatore di fanciulle, il razzista mascherato. Ho rivisto il film della sinistra (quella postcomunista) italiana ai tempi di Berlusconi: anziché batterlo sui programmi, sulle idee, lo hanno demonizzato. E così gli hanno regalato una vittoria dietro l’altra. I commentatori legati alla sinistra d’élite hanno fatto di peggio: non si sono limitati a ridicolizzare e stigmatizzare Trump. Hanno anche vomitato il loro disprezzo sugli elettori “ignoranti” dell’America profonda. La più parte degli elettori di Trump non è laureata a Harvard, questo è assodato. Ma il loro voto vale come quello degli altri. E poi chi l’ha detto che un operaio di Detroit è politicamente meno intelligente di un giornalista del New York Times? L’esito di queste elezioni sembrerebbe indicare proprio il contrario. L’operaio di Detroit una cosa almeno l’ha capita: in tempi burrascosi la politica ha bisogno come dell’ossigeno di leader forti, vigorosi. Trump il decisionista, il leader dalle idee chiare, è rassicurante. Morale: finiamola una buona volta di etichettare quelli che votano a destra come razzisti, omofobi, sessisti, codini, reazionari, barbari, violenti, cattivi, deficienti e chi più ne ha, più ne metta.
Vengo ora alla seconda lezione americana: ma lo vogliamo capire una buona volta che in tempi di crisi e di rivolgimenti, la logica del candidato-male-minore non paga, anzi allontana dal seggio elettorale? Nelle tempeste politiche, quando tutti i partiti sono sballottati da venti contrari, la via maestra è una sola: individuare un leader autorevole e schietto, con un chiaro orientamento e identità di sinistra. Non un estremista, ma inequivocabilmente un candidato socialista. Una figura che parli di welfare/stato sociale, di occupazione, di diritti, di dignità del lavoro. Bisogna imprimersi bene una cosa in mente: prima di tutto c’è il lavoro. Tutte le sinistre, in ogni tempo e luogo, sono sbocciate come organizzazioni di lavoratori, sindacati, partiti del lavoro. Anche noi dovremmo dire pane al pane e vino al vino; facciamolo partendo dal DNA della nostra cultura politica. Hillary si è concentrata sul linguaggio e sulla visione politically correct, in cui la forma è altrettanto importante del contenuto, diviene anzi sostanza. Ma questa è spesso fuffa, chiacchera da salotto: l’aver bandito l’uso dell’infamante epiteto “negro” non ha impedito ad alcuni poliziotti di freddare a colpi di pistola certi “afro-americani” dall’apparenza ostile, che di fatto erano innocenti o innocui. Così mentre Hillary si sgolava contro il razzismo e il sessismo, fenomeni perversi che non si sradicano a parole, con i buoni sentimenti, Trump parlava della piaga della disoccupazione, delle paure che attanagliano una classe media sull’orlo della proletarizzazione. Prometteva, il tycoon, una protezione sociale/nazionale contro le iniquità della globalizzazione. È lui che ha colpito l’immaginazione della gente comune. Il pregiudizio sessista, il linguaggio da suburra, lo so, sono cose odiose. La destra populista però è stata geniale: si è appropriata, furbescamente, di temi – la difesa dell’industria nazionale, dei pensionati, degli esodati, dei disoccupati ecc. – che hanno sempre innervato la cultura della sinistra tradizionale, vecchio stampo.
Era proprio necessario prendersi una bella batosta elettorale per comprendere queste cose elementari? Certo, il mondo di oggi è maledettamente complicato: siamo già con un piede nel futuro, ma navighiamo in mezzo ai residui del passato. I mitici think-tank americani hanno semplificato: sembravano botteghini delle scommesse, in cui però – qui sta la contraddizione – l’esito della gara era scontato. Gran parte dei commentatori la pensava allo stesso modo: puntiamo su un cavallo sicuro, su Hillary! Con Trump il partito repubblicano crollerà miseramente. E con Bernie il Partito democratico perderà di sicuro. Che idiozia e superficialità! Le analisi dei commentatori-scommettitori erano avulse dal momento storico in cui viviamo, questi saccenti avrebbero potuto parlare con la stessa sicumera dei marziani.
La terza lezione americana. Oggi le leadership tradizionali sono viste come l’alter ego delle tecnocrazie, corresponsabili le une e le altre della recessione e dell’immigrazione incontrollata di massa. In questo contesto, l’esperienza politica di lungo corso è un segno tangibile che si hanno le mani (e la coscienza) sporche. Il popolo ora preferisce l’outsider, emblema dell’innocenza, il leader che non è compromesso con un sistema marcio. Ragion di più, l’ennesima, per candidare l’outsider ideale della sinistra, Bernie. Intendiamoci: il leader-outsider non deve essere un ignorante, un uomo d’affari o qualcuno che viene dalla luna. Bernie si occupa di politica da una vita. Ma lui non ha venduto l’anima ai poteri forti. Possiamo dargli davvero torto, a questo popolo di “ignoranti”, quando “color che sanno”, i politici sapienti, i dotti, ci hanno venduto il paradiso terrestre del commercio globale, senza barriere e, in Europa, ci hanno propinato la favola della nuova moneta unica, l’euro, senza prevedere le inevitabili ‘lacrime e sangue’ che ne sarebbero scaturite? La sinistra liberal si è limitata a difendere e gestire l’esistente in nome di un miraggio futuro. E intanto i più deboli soffrono, la classe media si assottiglia e i ricchi s’arricchiscono sempre di più.
Bernie fin dall’inizio è incappato in un radicale e ingiustificato pessimismo: nessuno può scuotere le coscienze, non si può cambiar nulla. “Figuriamoci se gli americani voterebbero in massa un candidato che ha l’ardire di dirsi socialista!”. Ecco il mantra ripetuto troppe volte. Così tante, infatti, che ci abbiamo creduto anche noi in Europa. Una sinistra che (s)ragiona così si scava la fossa da sola. “Rinnovarsi o perire”, ammoniva Pietro Nenni. Dimentica un fatto storico importante, questa genia di commentatori pessimisti. Gli USA furono uno straordinario laboratorio politico in un periodo ben più turbolento di quello attuale, ovvero negli anni Trenta del secolo scorso: la piattaforma di Roosevelt era genialmente rivoluzionaria, per l’epoca. La società americana di oggi si trova in condizioni sociali vagamente simili. E Sanders non si è certo collocato più a sinistra di Roosevelt. Allora perché questa sfiducia, questo pessimismo cosmico nell’unico candidato che aveva le carte in regola per vincere? Perché quando sei parte del sistema non puoi correre rischi: hai troppo da perdere. Perché l’importante è vincere, sempre e a qualunque costo. Perché in questa società schizzata non si può cadere in basso, fra i perdenti – giammai! Questa logica ha disgustato i nostri elettori. Non vogliamo capire che si apprende molto più da una sconfitta che da una vittoria. Pier Paolo Pasolini ha scritto uno dei suoi pezzi più belli e intensi sul valore liberatorio della sconfitta. Leggetelo, cari leader della sinistra, e meditate. Dalla sconfitta scaturisce tanta “umanità”, unita al senso di “una comunanza di destino”. Guai se facciamo nostra, noi riformisti, “l’antropologia del vincente, dello sgomitatore sociale”.
Mi dite che del senno di poi sono piene le fosse? No, cari amici del partito democratico, su queste elezioni presidenziali avete sbagliato di grosso. Nonostante le rutilanti rivoluzioni tecnologiche e digitali, ci sono costanti nella storia di una nazione. I lavoratori non sono sempre e necessariamente progressisti. O, per dir meglio, non lo sono nel nobile senso auspicato dai radical-chic che vivono nei quartieri bene, residenziali. Prima, durante e dopo la guerra civile americana, gran parte dei democratici – leader e militanti – erano dichiaratamente razzisti. Temevano la competizione rappresentata dai lavoratori neri emancipati, liberi di trasferirsi nelle zone industriali del Nord – la schiavitù li incatenava alla terra (si legga l’illuminante Leslie Harris, In The Shadows of Slavery). Morale politica: i lavoratori white e blue collar sono persone in carne e ossa, hanno i loro bisogni e le loro paure. Molti di loro sono white Caucasian, come li definiscono negli USA, sono cioè di origine europea. Non è una colpa, come pensa un parte della sinistra liberal, è un fatto. Anche i “bianchi” vogliono, chiedono, pretendono una rete di protezione. Trump gliel’ha promessa, Hillary no. Per protezione, negli USA, non si intende solo la sanità, i sussidi di disoccupazione e i servizi pubblici. S’intende anche e soprattutto il lavoro. La prima forma di dignità è poter lavorare, poter guadagnare abbastanza per provvedere a se stessi e alla propria famiglia.
Quarta lezione americana. Condenserei così gli insegnamenti che ci provengono da oltre Oceano: la sinistra del nuovo millennio non può che essere liberal-socialista. La Hillary era solo liberal e ha perso. Il grande dilemma di tutte le sinistre è come saldare, nella stessa lotta, i diritti civili e i diritti economico-sociali. Il tema delle libertà, il rispetto per le minoranze, ecc. deve andare di pari passo con la richiesta di equità e giustizia sociale. Quante decine di milioni di lavoratori tenuti ai margini della società americana non votano perché convinti che il loro voto, la loro opinione non contino nulla? C’è chi ipotizza realisticamente che vi siano almeno 30 milioni di americani potenzialmente democratici, progressisti, di sinistra, i quali non votano quasi mai. In queste presidenziali, hanno votato poco più di 120 milioni su 150 circa di cittadini registrati come elettori (gli aventi diritto sarebbero oltre 200 milioni su una popolazione che supera i 300). Obama, ricordiamolo, aveva ottenuto la rielezione con soli 5 milioni di voti di scarto rispetto a Romney. Corriamo il rischio di fare la stessa fine in Europa: se continuiamo così, se guardiamo dall’alto in basso la gente comune, il “popolo minuto”, piano piano anche da noi si presenterà alle urne poco più del 50% degli elettori.
Ricordiamoci infine che senza cultura politica, stravince il populismo. Basta con le sedute d’odio verso le destre. Guidiamoli noi, i dibattiti. Coinvolgiamoli noi i cittadini nelle discussioni. È uno scandalo che la polemica contro le grandi banche e i comitati d’affari degli speculatori sia il pane quotidiano della propaganda della destra! E facciamola finita con le sinistre che si vergognano delle loro tradizioni, che recidono le loro radici storiche per rendersi presentabili all’establishment. Anche le sinistre liberal europee sono tentate dalla magia della tabula rasa: il nuovo luccica, seduce, ammalia. È l’ideologia del nuovismo, che fa presa al giorno d’oggi: ci si illude che rinnegando la propria storia si vincerà più facilmente. Ma una vittoria ottenuta così è effimera, ti obbliga a inventare partiti e sigle nuove ad ogni elezione. L’identità politica secolare, spinta a forza sott’acqua, tornerà a galla. Vent’anni fa la sinistra italiana ha voluto dimenticare la parola più bella del nostro lessico politico: socialismo. E’ ora di riscoprirla, di accudirla, di ripeterla. Con orgoglio.
Aveva ragione Pasolini: non dobbiamo essere schiavi dell’ossessione di vincere sempre e comunque. Se avremo coltivato bene il terreno, prima o poi, verrà il nostro turno. E se dobbiamo perdere, lottiamo almeno con dignità: sventoliamo orgogliosamente la nostra bandiera, non svendiamo i nostri ideali per un piatto di lenticchie: il miraggio di una futura, incerta vittoria, sotto lo sguardo compiaciuto dei grandi speculatori finanziari.

Edoardo Crisafulli

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Commenti all'articolo
  1. Può essere senz’altro vero che “La sinistra – non solo negli Stati Uniti, dappertutto – ha smarrito l’ispirazione, la carica ideale, il desiderio di cambiare le cose”, come dice l’inizio di questa ampia ed articolata analisi, ma nonostante tale sua inerzia o debolezza la sinistra, pur con le normali ed eventuali eccezioni, ha nondimeno mantenuto a diversi suoi livelli la “presunzione” di essere sempre e comunque nel giusto, in virtù della propria superiorità etica ed intellettuale.

    Detta superiorità, tradottasi poi nel “politicamente corretto” che non accetta di essere messo in discussione, e che anzi ha sempre qualcosa da insegnare agli altri, si è tuttavia rivelata, abbastanza spesso, come qualcosa fatto un po’ “di carta”, dal momento che non sembra aver dato gran prova di sé nel saper affrontare i problemi e le criticità dei nostri tempi, e nel saper altresì percepire i segnali che arrivano dalla società, e una tale “disgiunzione” tra il dire e il fare potrebbe aver deluso, e pure “stancato”, anche una parte dei propri sostenitori.

    Paolo B. 18.11.2016

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