sabato, 22 luglio 2017
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Opinioni e commenti
 

La recessione colpisce sempre il Mezzogiorno
Pubblicato il 04-11-2016


sud-mezzogiornoGli effetti della Grande Recessione hanno aggravato la situazione del Mezzogiorno; lo sostengono Carlo Trigilia e Gianfranco Viesti nell’articolo ”La crisi del Mezzogiorno e gli effetti perversi delle politiche”, apparso sul n. 1/2016 della rivista “Il Mulino”. Nel Sud – essi affermano – “si è determinato, a partire dal 2008, un calo del PIL doppio di quello del Centro Nord, accompagnato da una serie di fenomeni come la caduta degli investimenti,; il forte ridimensionamento del settore manifatturiero; l’ulteriore emorragia dell’occupazione; la crescita della povertà delle famiglie; la riattivazione dei flussi migratori, ora sempre più alimentati da soggetti con elevati livelli d’istruzione; il calo demografico per effetto di un abbassamento del tasso di natalità”.
Tuttavia, nonostante la crisi, esiste nel Mezzogiorno un quadro variegato di attività, ma nel complesso le componenti più dinamiche dell’agricoltura e dei comparti manifatturieri “non hanno la forza per sostenere l’economia” dell’intera area meridionale; esistono anche “adattamenti regressivi” che si sono rafforzati, come la crescita del lavoro in nero e la diffusione dell’”alleanza nell’ombra” tra imprenditorialità e criminalità organizzata. L’insieme della situazione è tale da suscitare una particolare preoccupazione non solo per la debolezza del tessuto economico, ma anche per “la disgregazione sociale delle grandi aree metropolitane”.
Per fare fronte a queste criticità, diventa rilevante – secondo Trigilia e Viesti – il ruolo delle politiche pubbliche, il cui scopo dovrebbe essere quello di “rafforzare gli elementi di dinamismo e di innovazione sfruttando le opportunità che la stessa globalizzazione crea per le regioni meridionali”. Resta inspiegabile perché ciò non avvenga, tanto più se si considera che gli effetti della Grande Recessione contrastano, a parere degli autori, con una certa regolarità storica; nel senso che, nelle fasi più acute della recessione, le parti più deboli dell’economia nazionale avrebbero dovuto evidenziare risultati meno negativi della media nazionale, in quanto “meno dipendenti dal ciclo internazionale, e maggiormente influenzate dal ruolo dell’operatore pubblico”. Al contrario, nell’ultimo quadriennio, è stata invece registrata “una sensibile riapertura dei divari territoriali” tra le regioni italiane.
Il peggioramento recente dei divari delle regioni meridionali rispetto a quelle del Centro-Nord è riconducibile a diversi fattori. Il Mezzogiorno ha sicuramente pagato per via della debolezza dei suoi comparti produttivi manifatturieri, ma soprattutto è stato penalizzato per via del fatto che, negli ultimi anni, le politiche pubbliche non hanno difeso a sufficienza le regioni del Sud del Paese, sia sul piano delle politiche ordinarie, quanto sul piano delle politiche di sviluppo e coesione. Nel primo caso, il Mezzogiorno non è stato difeso a causa delle politiche di bilancio e di austerità che non “hanno tenuto conto delle esigenze di equità territoriale”, sottovalutando l’impatto di lungo periodo sullo sviluppo economico; nel secondo caso, è stato penalizzato perché le politiche di sviluppo e coesione hanno fornito un contributo sempre più contenuto, in quanto sono state attuate secondo modalità poco razionali.
Sul piano delle politiche ordinarie, a partire dal 2011 l’Italia ha attuato politiche macroeconomiche sempre più restrittive, che hanno colpito maggiormente la parte più debole dell’intera economia; ne è prova – sostengono gli autori – il fatto che il “residuo fiscale territoriale” (differenza tra il gettito fiscale e le spesa pubblica complessiva) mostra un effetto ridistribuivo perverso delle politiche pubbliche nelle diverse regioni del Paese. Sulla base dei dati resi disponibili dalla Banca D’Italia, gli autori dimostrano che il residuo fiscale a vantaggio del Mezzogiorno si è attestato intorno ai 56 miliardi di euro all’anno fino al 2008, per poi crescere fino a 60 miliardi nel 2009/2010, quindi scendere a 44 miliardi nel 1011/2012.
Poiché a parità di politiche pubbliche, il residuo fiscale tende ad aumentare nelle regioni deboli quando la loro economia cresce meno della media nazionale, il fatto che a partire dal 2012 ciò non sia avvenuto, significa che vi è stato “un aumento estremamente ampio territoriale dell’azione pubblica: nel Mezzogiorno vi sono stati un aumento della tassazione e una diminuzione della spesa più forti che nella media nazionale”. La tassazione è aumentata molto di più nel Mezzogiorno, perché la pressione fiscale in sede locale ha imposto la necessità che fossero adottate aliquote molto più elevate; mentre, la spesa pubblica nella stessa area meridionale, a causa dell’austerità, è diminuita, determinando un forte ridimensionamento degli investimenti pubblici e il quasi “azzeramento” degli interventi di politica industriale.
Complessivamente, i dati sulla distribuzione dell’impatto della spesa pubblica ordinaria tra le regioni italiane “tendono a mostrare – affermano Trigilia e Viesti – che negli ultimi anni l’austerità ha colpito l’intero Paese, ma in modo particolare il Mezzogiorno: nell’insieme le politiche pubbliche sembrano aver contribuito più ad aggravare le crisi che a contenerla”.
Nello stesso tempo, le politiche di coesione sociale territoriale finanziate con fondi nazionali e fondi europei non hanno funzionato, sia per problemi di qualità degli interventi destinati a supportare lo sviluppo territoriale, sia per la scelta nazionale di fare riferimento alle regioni come interlocutori privilegiati, indipendentemente però da un maggior ruolo di coordinamento a monte delle scelte periferiche.
Sul piano della qualità, gli interventi avrebbero dovuto essere indirizzati verso l’innovazione e l’internazionalizzazione delle attività produttive, piuttosto che essere utilizzati per compensarle per i costi della crisi e assicurar loro una protezione senza prospettive. Sul piano del riferimento alle regioni considerate come uniche interlocutrici, Trigilia e Viesti sottolineano che per l’attuazione della politica nazionale di coesione territoriale sarebbe stato necessario un maggior coordinamento nazionale, senza che ciò comportasse la necessità di assegnare al centro le capacità decisionali nella definizione degli interventi per lo sviluppo. Ciò significa che non potendosi “saltare” gli interlocutori decentrati, è opportuno “coinvolgerli nella definizione degli interventi e sostenerli nella realizzazione, ponendo vincoli maggiori a monte”.
L’esigenza di un maggior coordinamento centrale di tutti gli interventi periferici è avvertita soprattutto a valle, dove il processo decisionale è rimasto sempre molto frammentato. Se non si porrà rimedio alla casualità delle decisioni periferiche e alla loro scarsa integrazione a monte, il rischio sarà quello che i nuovi investimenti nazionali e i nuovi cicli dei fondi europei “non riescano a contrastare efficacemente i difetti già emersi nelle esperienze precedenti”. Tutto ciò evidenzia la necessità di una nuova governance delle future politiche di investimento, soprattutto di quelle attuate nelle regioni meridionali; fatto, questo, che potrà essere reso possibile se sarà risolto il problema di un ridisegno complessivo delle politiche meridionalistiche, non solo nell’interesse del solo Mezzogiorno, ma anche dell’intero sistema economico nazionale.
Il maggior coordinamento fra l’azione centrale e quella locale dovrà, in particolare, essere orientato, da un lato, a “rompere lo scambio politico tradizionale tra centro e periferia”, mediante il quale il trasferimento delle risorse è reso strumentale non alla crescita e allo sviluppo, ma solo alla cattura del consenso elettorale; da un altro lato, a consentire una “visione di sviluppo di lungo periodo, con obiettivi da raggiungere progressivamente, controllandone la realizzazione“ ed evitando che questa sia affidata a decisioni prese in funzione di “ritorni immediati”.
Dal modo in cui l’attuale maggioranza di governo sembra “muoversi”, nei confronti delle regioni meridionali non sembra che la preoccupazione di realizzare un maggior coordinamento tra l’azione centrale e quella locale in fatto di politiche per la crescita e lo sviluppo faccia parte dell’“agenda politica” nazionale; anzi, come dimostra il recente Patto per la Sardegna, definito dall’attuale Capo del governo il “risultato di una lunga contrattazione tra regione e governo nazionale”, il futuro sembra riservare al Mezzogiorno una strategia di intervento fondato prevalentemente su accordi bilaterali tra centro e realtà locali, piuttosto che su interventi coordinati a livello interregionale e nazionale, come auspicano Trigilia e Viesti. Non resta che concludere amaramente osservando, come sottolineano i due autori, che sin tanto non si riuscirà a superare il limite dello “scambio politico” tra centro e periferia, sarà difficile migliorare i ritorni delle politiche di crescita e sviluppo attuate, non solo per il Mezzogiorno, ma per l’intero Paese.

Gianfranco Sabattini

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