giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Le presunte virtù
del neoliberismo
Pubblicato il 15-11-2016


Nonostante gli effetti negativi della Grande Recessione, dai quali molti Paesi stentano a liberarsi, i liberali “duri e puri” come Alberto Mingardi (“L’invenzione del neoliberismo”, in Nuova Storia Contemporanea, n. 6/2015”) sono del parere che le critiche rivolte al pensiero neoliberista della Mont Pelerin Society, di Frederich Hayek, Milton Friedman e di altri importanti economisti, abbiano dato luogo ad una sorta di “leggenda nera”, secondo la quale nel corso del secolo scorso, le istituzioni della socialdemocrazia hanno addomesticato il capitalismo, facendone un “agnello”, che poteva essere tosato senza essere ucciso: al mercato era assegnato il compito di produrre ricchezza, alla politica la sua distribuzione. Per usare le parole di Mingardi: “L’una cosa e l’altra hanno garantito crescita e pace sociale nel secondo dopoguerra. Un rallentamento dell’economia nei primi anni Settanta, ha però aperto la porta a forze reazionarie, incarnate dai due principali leader del mondo occidentale nel decennio successivo: Ronald Reagan e Margaret Thatcher”.

Sul piano politico, secondo la “leggenda nera” evocata da Mingardi, questi leader politici avrebbero dato il là ad un “repentino e ingiustificato ripudio delle conquiste sociali del passato”, mentre un’abile propaganda avrebbe indotto il pubblico dei Paesi ad economia capitalistica ad accettare la presunta superiorità dell’ordine spontaneo del mercato. I vent’anni successivi al crollo del “Muro di Berlino”, sempre secondo la “leggenda nera”, sarebbero stati caratterizzati da un “progressivo abbattimento delle frontiere, da una crescente deregolamentazione e dal declino dell’imposizione fiscale sui ceti elevati, che hanno condotto il mondo due volte sull’orlo del baratro: prima, con la crisi finanziaria del 2007-2008 e poi, quel che più conta, con una persistente divaricazione sociale”. L’esposizione del mondo a questo doppio pericolo sarebbe stata, secondo i critici del pensiero neoliberista, non un “incidente della storia ma l’esito di un programma”, che sarebbe stato presentato al pubblico sotto il titolo di neoliberismo.

La parola neoliberismo, a parere di Mingardi, avrebbe una “storia curiosa”; e non si può che concordare con lui. La parola si riferisce a una linea di pensiero elaborata nel 1938, in occasione di una conferenza internazionale svoltasi a Parigi, intitolata “Colloque Walter Lippman”, allo scopo di formulare una nuova traduzione normativa del liberalismo in campo economico, come reazione al liberismo “laissezfairista” e al diffondersi delle idee del collettivismo socialista. Se si considera che all’origine il neoliberismo proposto dopo la conferenza parigina, indicava un liberismo nuovo rispetto a quello dell’originario “laissez faire”, in quanto più attento alle conseguenze sociali negative del libero mercato deregolamentato, il neoliberismo proposto alla fine degli anni Settanta ha “cambiato pelle”; esso è risultato orientato a porre rimedio ai difetti che venivano addebitati al neoliberismo della fine degli anni Trenta. In particolare, esso proponeva di ricuperare la libertà d’iniziativa, sacrificata a causa dell’eccessivo impegno con cui era stato perseguito il fine di “ammansire” gli effetti degli “animal spirit” dell’originario laissez-faire; in altri termini, esso proponeva di ridurre gli esiti negativi dell’eccessiva regolamentazione della quale era stato oggetto il libero mercato.

Sennonché, a parere di Mingardi, nonostante che i critici del neoliberismo della fine degli anni Settanta dichiarino di aver fede nella democrazia, le loro tesi, che si sarebbero consolidate con il diffondersi della “leggenda nera”, sarebbero contraddittorie rispetto ai fondamenti della democrazia stessa. Ciò perché i critici mancherebbero di “raccapezzarsi”, quando i cittadini, agendo di testa loro, scelgono come governanti dei liberali, come David Cameron nel Regno Unito e Angela Merkel in Germania; in questi casi, per i formulatori della “leggenda nera” sul neoiberismo della Mont Pelerin Society qualcosa non tornerebbe; fatto, questo, che spingerebbe inevitabilmente i critici a pensare che la responsabilità della controrivoluzione sia da ricondursi a qualcuno che, identificato in un “intellettuale collettivo”, avrebbe ordito la trama della controrivoluzione.

Su che cosa si basa – si chiede Mingardi – l’”ipotesi di una grande cospirazione neo-liberale?”. Egli, ignorando lo stato in cui versa l’economia mondiale, a causa dell’egemonia acquisita nell’ultimo scorcio del secolo scorso dal pensiero neoliberista di Hayek e compagni, risponde senza ombra di dubbio che l’ipotesi della cospirazione nascerebbe dalla forma mentis dei critici, perché nel loro modo di pensare, a suo dire, non ci sarebbe spazio per capire che “le cose, ogni tanto, accadono” e che ogni cambiamento sociale possa non essere l’”esito di una deliberata decisione”.

Può sicuramente verificarsi che le cose di questo mondo possano accadere inintenzionalmente e che i cambiamenti sociali da esse indotti non siano perciò l’esito di una deliberata decisione da parte di chicchessia; non si capisce, però, come Mingardi, a giustificazione dell’ininfluenza del neoliberismo della fine degli anni Settanta, possa, con i suoi “voli pindarici”, sostenere che i Paesi del mondo capitalista hanno invece accentuato l’introduzione di nuove regole, che sono valse a ridurre il peso dell’autoregolamentazione del mercato e ad allargare quello della regolamentazione pubblica. Tanto meno si capisce come lo stesso Mingardi possa mettere in dubbio gli effetti negativi seguiti al ridimensionamento della spesa pubblica desinata al finanziamento del welfare State, sostenendo che la “deregulation” suggerita dal neoliberismo ha contribuito in qualche modo a ridurre le disuguaglianze ed i livelli di povertà. Tutte le argomentazioni di Mingardi trascurano il fatto che se la regolamentazione è aumentata in tutti i Paesi del mondo capitalistico, essa è stata per lo più orientata ad adattare il quadro istituzionale dei singoli sistemi produttivi alle esigenze del mercato globale, dopo che in esso i mercati finanziari hanno conquistato una posizione preminente.

La verità è che la controrivoluzione neoliberista non è stata l’esito di alcuna trama o cospirazione; è stata solo il risultato del fatto che le forze riformiste e quelle che avevano contribuito ad addomesticare gli animal spirit del capitalismo, dopo essere state tanti anni al potere, sono diventate conservatrici; nel senso che, tutte le forze riformatrici, quasi dimenticando come con la loro azione politica fosse stato possibile assicurare la crescita dei Paesi da esse governati in condizioni di pace sociale, non hanno saputo contrastare, dopo il raggiungimento del loro “scopo”, in presenza delle difficoltà causate dalla mancata formulazione di un orizzonte ideale sul piano sociale più avanzato, le idee di coloro che da sempre criticavano le loro linee di azione politica.

Al riguardo quello che è accaduto in Italia è emblematico; dopo i “gloriosi trent’anni” (1945-1975), la prevalenza del pensiero neoliberista “montpeleriniano” ha portato alla liquidazione dell’economia mista; successivamente, con la crescente integrazione dell’economia in quella globale, le nuove regole economiche adottate sono state tutte finalizzate ad adattare le condizioni di funzionamento dell’economia nazionale alle esigenze del capitalismo mondiale, con il risultato che l’Italia e tanti altri Paesi si trovano ancora a subire gli effetti negativi della Grande Recessione scoppiata nel 2007/2008.

Malgrado tutto ciò, Mingardi è del parere che la presunta persistenza della “leggenda nera” serva a nascondere la preoccupazione delle forze socialdemocratiche; ovvero che l’”agnello capitalista” abbia deciso di non “farsi più tosare”, approfittando delle possibilità che gli sono state offerte dall’internazionalizzazione delle economie nazionali; seguendo il gioco delle convenienze, l’”agnello” è andato altrove a “pascolare”. Ciò, a parere di Mingardi, è alla base della preoccupazione che affliggerebbe la socialdemocrazia: quella di non riuscire più ad imbrigliare gli effetti della mobilità del capitale offerta dall’economia-mondo.

Le “famigerate” politiche neo-liberiste, conclude Mingardi, sebbene risultino efficaci per attrarre capitali e stimolare la crescita, sul piano politico sono però di difficile realizzazione, in quanto richiedono qualcosa che la socialdemocrazia non può accettare: limitare le proprie pretese sui redditi dei cittadini, consentire che costoro impieghino nel modo che ritengono più opportuno, le proprie risorse”. In tal modo, la socialdemocrazia, userebbe la “leggenda nera” come un argomento atto ad allontanare da sé questi eventi indesiderati, sperando che il neoliberismo, dopo essersi affermato, sia sul punto d’essere superato.

Nella sua “filippica” contro la socialdemocrazia, Mingardi non ha tenuto conto di ciò di cui egli stesso sembra essere convinto, ovvero che “il potere logora”, nel senso che il governo di un’economia di mercato, sia che vi si arrivi “da destra” oppure “da sinistra”, il suo esercizio “rende conservatori” coloro che su basi democratiche hanno acquisito il diritto di esprimerlo. Mingardi, nella sua narrazione non ha tenuto conto del fatto che dall’avvento della Rivoluzione industriale, sulla scena del mondo capitalista si sono sempre confrontati (come sottolinea Luciano Pellicani in “Miseria del neoliberismo”, Nuova Storia Contemporanea, n. 6/2015), due modelli di società: un modello liberista ed un modello socialdemocratico.

Il neoliberismo, nella continuità del modello liberista, ha preso forma all’interno del sodalizio della Mont Pelerin Sociaty, per essere attuato con l’avvento di Ronald Reagan e di Margaret Thatcher, rispettivamente, negli Stati Uniti e nel Regno Unito. Due sono le idee del neoliberismo mutuate dal suo modello originario: la prima afferma che lo Stato che si dia carico dei problemi sociali finisce prima o poi col determinare un eccessivo restringimento della libertà di iniziativa; la seconda evidenzia che se gli operatori dispongono di una maggior libertà e sono chiamati a pagare meno tasse, la crescita è più sostenuta e lo scopo finale è quello di favorire la diffusione del benessere dal vertice della gerarchia economico-sociale agli strati più bassi dell’intera popolazione. Per contro, il modello socialdemocratico assume che la società non è solo il luogo in cui si svolge il “gioco degli scambi”, ma è anche, come afferma Pellicani, ricordando John Rawls, una “comunità morale”, i cui membri “hanno in comune un senso di giustizia, e sono legati dalla fratellanza civica” e dalla condivisione del raggiungimento di uno “scopo finale” consistente in una generalizzata libertà dal bisogno.

In conclusione, i due modelli, quello liberista e quello socialdemocratico, prendendo sul serio il perseguimento degli obiettivi in base ai quali, di volta in volta, essi conquistano il diritto a governare la società, affievoliscono la loro capacità di conservare l’organizzazione sociale complessiva al passo con l’aumento della complessità dovuta all’evoluzione del sistema sociale. Il dramma attuale è che, nonostante la crisi alla quale l’intero capitalismo è stato condotto dalle idee del neocapitalismo “montpeleriniano”, la socialdemocrazia non riesce a formulare un’ipotesi di scopo futuro, in grado di consentirle di tornare a governare le società capitaliste in condizioni di pace e di stabilità.

Gianfranco Sabattini

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