giovedì, 8 dicembre 2016
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Lo spauracchio
del governo tecnico
Pubblicato il 27-11-2016


Un governo tecnico per sostituire quello logorato guidato da Matteo Renzi. Lo spauracchio girava da tempo sottotraccia, poi l’’Economist’, espressione giornalistica di uno dei cosiddetti “poteri forti” europei, ha fatto scoppiare a sorpresa la bomba: un governo tecnico modello Mario Monti (stangò contribuenti e aspiranti pensionati) al posto dell’esecutivo Renzi. Secondo un editoriale dell’influente settimanale britannico, poi in parte rettificato, «l’Italia potrebbe avere un governo tecnico come tante volte ha fatto in passato».

Il tifo è perché gli italiani votino No al referendum sulla riforma costituzionale del 4 dicembre e  «le dimissioni di Renzi non sarebbero una catastrofe che tanti in Europa temono».  Il giornale finanziario del Regno Unito ha messo in conto perfino l’uscita dell’Italia e la morte dell’euro come possibili conseguenze: se la sconfitta del Sì al referendum confermativo «dovesse innescare il crollo dell’euro, allora vorrebbe dire che la moneta unica era così fragile» che la sua fine era solo questione di tempo.

Però il governo tecnico, quello del rigore finanziario e dei tagli alle prestazioni sociali, non piace quasi a nessuno, è molto difficile che possa raccogliere una maggioranza in Parlamento. C’è un alt praticamente corale. In testa si oppone Renzi. Il presidente del Consiglio e segretario del Pd ritiene possibile la vittoria del Sì e boccia nettamente l’ipotesi avanzata dall’’Economist’: «Il governo tecnico lo abbiamo già avuto più volte, era quello che tirava su le tasse, noi le tasse le abbiamo tirate giù». Ha messo l’incognita, terrore di contribuenti e pensionandi, al centro della campagna elettorale: «Il governo tecnico non lo posso scongiurare io, lo dovete scongiurare voi con il Sì. Il rischio c’è, è evidente».

Le opposizioni e parte della sinistra del Pd, sostenitrici del No al referendum, viaggiano in ordine sparso tuttavia stroncano nella stesso modo l’idea di un esecutivo tecnico. Beppe Grillo (M5S) chiede immediate elezioni politiche anticipate dopo l’affermazione del No alle urne, Matteo Salvini (Lega Nord) è su analoghe posizioni. Silvio Berlusconi, sostituito nel 2011 alla presidenza del Consiglio dal tecnico Monti, dà battaglia in favore del No e lancia un messaggio a Renzi per una futura intesa: «È indispensabile sedersi al tavolo per fare una nuova riforma e una nuova legge elettorale» dopo la bocciatura della legge costituzionale del governo. Il presidente di Forza Italia ha anche indicato le modifiche da fare all’Italicum, la legge elettorale per le politiche: «Bisogna togliere il ballottaggio, fare il proporzionale che porterà a un governo che rappresenta la maggioranza degli italiani».

Anche la parte della sinistra del Pd in favore del No è contro il governo tecnico. Pier Luigi Bersani non vuole sfrattare il presidente del Consiglio: «Se vince il No per me Renzi può anche restare a Palazzo Chigi magari un po’ acciaccatino». L’ex segretario del Pd ha rivolto una raccomandazione alla maggioranza renziana: «Io non ho problemi, basta che stiano meno chiusi, meno comandini, meno arroganti».

In Italia da lunghi mesi è in corso un lacerante scontro sul referendum. Accuse e toni sono stati durissimi. Sono partiti anche degli insulti. Renzi ha definito una “accozzaglia” il variegato fronte del No, Grillo ha indicato il presidente del Consiglio come “una scrofa ferita”. Più che sui contenuti della riforma (superamento del bicameralismo paritario, concentrazione del potere legislativo nella Camera, riduzione delle funzioni e del numero dei senatori) si voterà sulla sorte presidente del Consiglio, del suo esecutivo e delle riforme strutturali realizzate (o annunciate) in quasi tre anni di navigazione. Di fatto il referendum si è trasformato in anomale elezioni politiche.

I sondaggi elettorali continuerebbero a dare la vittoria del No, tuttavia gli indecisi sono tanti e le sorprese sono sempre possibili. I sondaggi nelle elezioni per il presidente degli Stati Uniti d’America attribuivano il successo a Hillary Clinton e invece l’ha spuntata Donald Trump. Sempre i sondaggi sostenevano che i cittadini britannici nel referendum avrebbero votato per restare nell’Unione Europea, invece ha vinto la scelta dell’addio. E l’’Economist’ sbagliò sempre: era in favore della Clinton e perché Londra restasse nella Ue.

Se prevarrà il Sì Renzi resterà in sella e sarà più forte per il voto popolare, se vincerà il No probabilmente il presidente del Consiglio si dimetterà e la palla su cosa fare passerà al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Ma è quasi impossibile la nascita di un governo tecnico perché Renzi, contando sui numeri parlamentari (soprattutto alla Camera il Pd è nettamente preponderante), si opporrà a questa scelta. Contrari saranno anche Grillo, Berlusconi, Salvini, Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia), Nichi Vendola e Stefano Fassina (Sinistra Italiana). Mattarella dovrebbe pensare ad altre soluzioni.

Rodolfo Ruocco

bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Grillo Inps ISIS ISTAT italia italicum lavoro Lega M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato socialisti Spagna UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento