giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Loreto Del Cimmuto
Una riforma nel solco
riformista del paese
Pubblicato il 02-11-2016


In ogni costituzione democratica  convivono  due finalità diversamente miscelate tra loro: da una parte quella delle garanzie e della rappresentanza e dall’altra parte quella dell’efficienza del governo e della forza dell’indirizzo politico che lo esprime. Nell’assemblea costituente prevalse sicuramente la prima finalità, ma prevalse nel contesto di una società e di un quadro internazionale oggi superati; un quadro di garanzie che ha prodotto esiti positivi e di tutela di fragili equilibri politici e sociali in relazione proprio a quel particolare contesto. Ma si diede vita a un sistema che ha manifestato anche inadeguatezza ogni qual volta dal corpo sociale è emersa una domanda più efficace di governo e di cambiamento. Anche volendo però rimanere nel campo delle garanzie e della rappresentanza dovrebbe essere evidente che il formarsi delle decisioni che incidono sulla vita di un paese e delle persone  non si esauriscono nell’ambito di una dialettica parlamentare o istituzionale, ma nascono anche al di fuori di esso, nei numerosi circuiti paralleli in cui si forma comunque una volontà pubblica fondata sul rapporto di rappresentanza. E’ il caso dei corpi intermedi e della partecipazione delle formazioni organizzate della società civile alla definizione delle politiche pubbliche: sindacati, terzo settore, associazionismo (la sussidiarietà orizzontale); è il caso anche dei soggetti della rappresentanza verticale, delle istituzioni: Comuni, Regioni, città metropolitane. Compito della politica è riuscire ad immaginare e costruire nuovi canali, modelli istituzionali, attraverso i quali questa articolata pluralità di soggetti concorre alla formazione di una volontà e un indirizzo generale che la rappresentanza politica per eccellenza, quella fondata su un mandato politico, interpreta e traduce in scelte. E’ quindi uno dei terreni più sfidanti su cui costruire un modello di democrazia sicuramente più sofisticato e complesso che trovi anche una sua forza decidente Altrimenti nella eccezionalità della crisi  c’è il rischio che a farsi strada sarà l’imposizione di decisioni maturate esternamente ad ogni circuito democratico, nelle lobbies, nella finanza o nelle burocrazie di Bruxelles.

La difesa del bicameralismo perfetto insomma appare anacronistica, proprio perché attestata sulla linea Maginot  del presunto monopolio della rappresentanza dentro l’Olimpo delle istituzioni parlamentari, degli equilibrismi, delle  procedure opache e delle mediazioni  asfissianti. Mentre assume sempre più importanza come assicurare trasparenza delle decisioni, la partecipazione, l’assunzione piena delle responsabilità politiche. Per cui avere una democrazia in grado alla fine di produrre decisioni  significa anche avere più democrazia tout court. Questo dovrebbe essere l’obiettivo dei socialisti.

Anche la critica alla democrazia rappresentativa, che ha pure qualche fondamento, alla fine non propone formule convincenti, risolvendo il tutto in un rapporto diretto tra masse e leader. Coloro che criticano di più la riforma costituzionale sono stranamente anche quelli più critici verso la democrazia parlamentare; sono quelli dello “streaming”, dell’uno vale uno e del mandato imperativo, dei portavoce dei cittadini,  che stranamente si battono però per difendere un sistema come il bicameralismo perfetto che è la quintessenza dei bizantinismi e dei tempi morti. Poi ci sono i “benaltristi”, i quali hanno sempre un qualcosa di meglio da proporre, vuoi il Presidenzialismo, vuoi la questione della legge elettorale, salvo poi alla fine cercare di affossare (magari dopo averla votata) in nome di destini migliori e progressivi l’unica riforma concretamente a portata di mano in grado di inserire nel nostro ordinamento quel tanto o poco di innovazione di cui ha urgente bisogno .

Dare vita a un Senato delle autonomie significa fare un passo avanti verso istituzioni parlamentari in realtà più rappresentative e più efficaci nel perseguire le finalità pubbliche. La critica di chi dice che allora era meglio abolire del tutto il Senato non ha senso, perché l’obiettivo era proprio quello di dar vita a una Camera o Senato delle autonomie, peraltro incardinato in tutti i programmi del centro-sinistra fin dai tempi dell’Ulivo.
Quindi criticare la riforma perché restringerebbe gli spazi democratici significa non vedere che invece lo sforzo è proprio quello di ampliarli; perché si associa la rappresentanza dei territori alla definizione delle grandi scelte che riguardano il paese, si introducono nuovi pesi e contrappesi. Può non essere soddisfacente la soluzione adottata dei Senatori eletti tra i consiglieri regionali, e personalmente non la condivido, ma non fino al punto di non approvare il complesso della riforma. Come si dice: il meglio spesso è nemico del bene.
Come non vedere che la riforma, attraverso la revisione della ripartizione delle competenze legislative tra Stato e Regioni compie un’operazione da tutti riconosciuta di razionalizzazione e attenua o annulla la massa dei contenziosi Stato-Regioni dinanzi  alla Corte costituzionale. Che sono causa di incertezze e paralisi per le attività d’impresa e degli stessi cittadini.

Come non vedere che è proprio l’assurda e sfinente navetta Camera-Senato a ostacolare la funzione legislativa del Parlamento e a causare l’abuso dei decreti leggi e del voto di fiducia (che costringe ad approvare leggi di stabilità di un solo articolo e 999 commi) per poter esercitare una funzione efficace di governo; per rispettare i tempi di approvazione delle leggi di bilancio.
Come non vedere che vengono persino ampliati, al contrario di quanto sostiene la vulgata del NO, anche gli spazi di democrazia e partecipazione dei cittadini, laddove è previsto l’esame obbligatorio da parte del Parlamento delle leggi di iniziativa popolare, che oggi finiscono nel dimenticatoio, oppure laddove è prevista l’introduzione di referendum consultivi  e di indirizzo (oggi sconosciuti nel nostro ordinamento) e di consultazione delle formazioni sociali.

C’è poi la madre di tutte le questioni: quella del combinato disposto riforma costituzionale-legge elettorale. L’italicum non piace, piace solo a Renzi, e forte sta montando la pressione per cambiarlo. E probabilmente verrà anche cambiato. Ma questo sarà sufficiente, aldilà di alcuni pezzi della sinistra dem, per far cambiare parere a tutti gli altri? Non è dentro questa Costituzione, qui ed ora, che si è prodotto lo scempio del “porcellum”? Che relazione c’è tra quello che può essere cambiato con una legge ordinaria o anche attraverso un referendum popolare (la legge elettorale) e gli assetti costituzionali di una moderna democrazia che vuole stare al passo con la globalizzazione? A molti sfugge che proprio la proposta di riforma costituzionale del governo prevede che le leggi elettorali possano essere sottoposte al giudizio preventivo di legittimità da parte della Corte Costituzionale. Quindi prima che entrino in vigore.

Il 2 novembre del 1992, Intervenendo in seno alla Commissione bicamerale per le riforme istituzionali, la De Mita/Jotti , Craxi affermava: “La questione del bicameralismo perfetto si presenta onorevoli colleghi, come una delle più spinose. Il superamento dell’attuale sistema è necessario e ineludibile” per poi proseguire affermando che “nel progetto di un nuovo regionalismo, l’idea che viene fatta avanzare di una Camera delle Regioni fa nascere una molteplicità di interrogativi. Penso che affinché si possa procedere si renderanno necessarie risposte convincenti. Senza ostacoli mi sembra che invece avanzi la tesi di un primo ministro che sia l’unico a godere della fiducia del Parlamento, che possa essere rimosso solo con la sfiducia costruttiva e che abbia il potere di proporre non solo la nomina anche la revoca dei ministri”.

Quindi pur con tutte le cautele del caso il superamento del bicameralismo perfetto era nell’orizzonte riformista del PSI dell’epoca, così come lo era il rafforzamento, nell’ambito del sistema parlamentare, del ruolo e delle funzioni del premier. Cosa ancor più sorprendente, lo stesso Craxi, continuando il suo intervento, affrontava il tema della legge elettorale in questi termini: “Penso che la riforma elettorale per la elezione della Camera dei Deputati debba correggere il proporzionalismo puro introducendo elementi maggioritari diretti da un lato a frenare un’eccessiva dispersione della rappresentanza, dall’altro ad assicurare il margine di garanzia per una maggioranza di governo. Obiettivi che possono forse essere meglio raggiunti attraverso due fasi (…) in cui le coalizioni alternative si misurano per l’assegnazione – diciamo così – della ‘ quota di governo'”.

I temi e le questioni affrontate dalla riforma stanno tutti dentro la tradizione riformista del paese, peraltro molto ricca e articolata. Compito del  riformismo socialista dovrebbe essere quello di capire quando è tempo di cambiare. In un contesto del tutto diverso da quello in cui è nata questa Carta Costituzionale, che mantiene intatti i suoi principi, va necessariamente aggiornata e resa più congrua con l’età della globalizzazione e delle sfide che oggi si pongono sul piano dell’economia, della sicurezza e della dislocazione delle sovranità ben oltre gli ambiti statuali. Per “governare il cambiamento”, come diceva uno slogan del PSI di tanti anni fa, non per inseguirlo, quando sarà ormai troppo tardi.

Loreto Del Cimmuto
Segretario Federazione Romana

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