venerdì, 9 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Massimo Cacciari,
tra coerenza e utopia
del mondo moderno
Pubblicato il 29-11-2016


massimo-cacciariNel libro di recente pubblicazione (“Occidente senza utopie”), sono contenuti due saggi, uno di Paolo Prodi e l’altro (“Grandezza e tramonto dell’utopia”) di Massimo Cacciari. Questi, nel saggio, sostiene che è difficile definire cosa sia un’utopia o una “mentalità utopica”; i due concetti possono essere avvicinati, rispettivamente, a quelli di ideologia e di “mentalità ideologica”, purché però – afferma il filosofo – questi ultimi siano considerati come “’falsa coscienza’, occultamento di contraddizioni reali, giustificazione preconcetta di particolari punti di vista operanti all’interno del processo storico”.
Se così, la differenza dipenderà allora dalle pretese sia dell’ideologia, che dell’utopia: la prima intende presentarsi come obiettiva, ammantandosi sempre di un presunto, ma infondato, realismo; la seconda, invece, pretende di indagare “sulla realtà presente”, della quale essa coglie le potenzialità che “si sogna di far maturare”, oppure le forze ad essa intrinseche”, che possono condurre, se liberate, al superamento delle ingiustizie e delle contraddizioni esistenti. Su cosa sia l’utopia, i filosofi e gli storici si sono sempre divisi, a seconda che essa sia stata intesa come indagine sulla realtà presente, oppure come forza per il superamento delle ingiustizie e delle contraddizioni attuali. Tuttavia, a rendere unitaria la sua definizione è, a parere di Cacciari, ciò che la differenzia dalla profezia.
L’utopia è un portato del mondo moderno, del quale intende offrire una “costruzione razionale”, escludente ogni pretesa del ”divino nella storia”. L’utopia, infatti, è “essenzialmente l’idea di un evolversi della storia verso un futuro se non precisamente calcolabile, certo paradigmaticamente valido, nella sua immagine, a orientare l’agire presente. Futuro che l’uomo è ritenuto capace di perseguire e raggiungere obbedendo sostanzialmente a null’altro che alla propria ragione e alla propria natura”. La profezia, all’opposto, è l’idea secondo cui la storia del mondo è l’evolversi di un “dialogo” tra Dio e gli uomini, e la sua percezione del futuro sta nella speranza che ciò che essi hanno ascoltato dal Signore si avveri. L’utopia, perciò, a differenza della profezia, appartiene sin dalla sua origine al processo di secolarizzazione delle idee teologiche del mondo pre-moderno; secolarizzazione che caratterizza – afferma Cacciari – “pensiero e prassi” del mondo moderno.
L’utopia, a parere di Cacciari, “non fornisce progetti politici determinati; tuttavia essa non è del tutto estranea al “Progetto” proprio del mondo moderno; di esso, però, l’utopia esprime l’idea-limite (o “Fine”), alla quale il progetto è chiamato ad orientarsi nel suo auto-realizzarsi; esso sarà tanto più efficace quanto più sarà in grado di “’scontare’ il futuro nella forma presente”. L’utopia non considera i problemi connessi con la disponibilità degli strumenti (il costo) necessari al perseguimento dell’idea-limite, ma ne mostra l’”orizzonte o il senso ultimi, consapevole che ciò potrà renderne più solide le fondamenta sia teoriche che pratiche”. In sostanza, l’utopia – afferma Cacciari – “è escatologia secolarizzata: si mantiene in essa l’idea di Fine, ma questo è essenzialmente il prodotto di un divenire storico, reso possibile da forze in esso operanti, anche se ancora lontane dall’aver assunto quella ‘sovranità’ cui si crede fermamente siano destinate”.
L’utopia moderna individua tali forze, le fa emergere ed indica il regime politico con esse “più coerente”; individua inoltre quale forma tale regime deve assumere, per poter rappresentare realmente la società civile, portatrice di una “nuova soggettività”, formatasi con il nuovo mondo e insofferente di ogni tirannia; soggettività, però, sempre in pericolo nel fluire del processo storico, non solo perché insidiata dai poteri antichi messi in crisi dal suo emergere, ma anche a causa della sua tendenza a “frantumarsi” a causa dei contrasti insorgenti tra gli interessi individuali. Nasce perciò la necessità di definire su quale base comune gli interessi individuali “possono farsi universali”, attraverso l’organizzazione di uno Stato che, sebbene agitato da contraddizioni interne, sia in grado di “rappresentare tale universalità, di esserne al servizio”; ciò perché, esso, lo Stato, da un lato, deve soddisfare le esigenze dinamiche e prorompenti dei soggetti che compongono la società civile, mentre, da un altro lato, deve garantire un ordine sociale stabile e di “lunga durata”.
Lo Stato utopico – afferma Cacciari – “non ammette rendite, non ammette che ci si possa arricchire restando in ozio; più della ricchezza di pochi, è proprio lo spettacolo dell’inoperosità a disgustare”. Tutti devono lavorare, ed il lavoro deve essere produttivo, ovvero concorrere ad aumentare la ricchezza comune, senza che si limiti solo a consumarla. In questo contesto, cittadinanza e attività produttiva “formano un binomio indissolubile. Il risultato del lavoro costituisce il “Bene comune, […] che rende ‘uguali’ i cittadini. Nessuna semplice ‘politica distributiva’ raggiungerebbe lo scopo e neppure di per sé l’abolizione della proprietà privata. Solo la partecipazione di ognuno, secondo le sue capacità e con tutte le sue forze, al lavoro comune crea le condizioni per una reale concordia tra libere persone”. Vero Stato, perciò, è solo quello dove “i diversi stanno nell’unità del lavoro produttivo, dove il fare di ognuno si riconosce aspetto e membro del lavoro che produce il benessere di tutti”.
All’interno dello Stato utopico, ognuno è responsabile del perseguimento del fine della felicità comune, attraverso “la produttività del suo impegno lavorativo”, prefigurando, al suo interno, un “indissolubile legame” tra etica del lavoro ed etica della responsabilità e una inseparabilità della teoria dalla prassi. Ciò significa che ciascun lavoratore (scienziato, ricercatore o tecnico che sia), collocato all’interno della divisione sociale del lavoro, deve essere consapevole che il “proprio successo dipende dalla responsabilità di ciascuno verso il fine comune”. Nello Stato dell’utopia moderna, pertanto, l’autorità politica deve essere trasferita al “cervello sociale” espresso dall’organizzazione del lavoro, protagonista delle trasformazioni continue della società, delle sue scoperte e delle sue conquiste. Quando ciò non avviene, sono invitabili – afferma Cacciari – l’instabilità ed i conflitti sociali del tempo presente, che sottraggono le energie da destinare al bene comune, con conseguente blocco della dinamica sociale.
Nel mondo utopico, il compito della politica deve perciò consistere nell’eliminare sia l’instabilità che i conflitti sociali, mettendosi così al servizio della società civile, la sola che, alimentando il “cervello sociale”, favorisce l’incremento della ricchezza materiale e culturale di ognuno. In ciò consiste, secondo Cacciari, il paradigma utopico, al di là delle differenze istituzionali che lo caratterizzano. Questo paradigma, prefigurante la conciliazione tra lo Stato e le forze del continuo progresso espresse dalla società civile entra in crisi nell’età contemporanea, e Karl Marx – a parere di Cacciari – ne fornisce la descrizione; come si è visto, l’utopia del mondo moderno implica una “coerenza logica” tra i soggetti della società civile impegnati a creare il bene comune e l’organizzazione dello Stato; questa coerenza è caratterizzata da un “nesso dialettico” tra presente e futuro, in quanto nel presente sono individuati i fattori atti a condurre lo stesso presente verso il futuro; in questa prospettiva, il futuro “si instaura come compimento del presente, di più: come suo inveramento e nient’affatto suo definitivo e totale rovesciamento”.
Marx, sottolinea Cacciari, rifiuta questa prospettiva e separa la propria analisi del processo storico dal discorso sottostante il concetto moderno di utopia. Per Marx, tale concetto prefigura un’armonia interna alle forze della società civile; armonia, che neutralizza le contraddizioni interne alla stessa società, riducendo il conflitto politico a semplice discussione civile. Secondo Marx, conseguentemente, per favorire il progresso materiale e culturale occorre ricuperare in pieno l’”idea dell’agire politico come conflitto […], per pervenire, muovendo dall’interno delle contraddizioni in atto, […] al salto rivoluzionario. Il ‘dopo’ sta nelle mani dell’umanità libera”; perciò, prefigurare il futuro sulla base del presente non è altro che una contraddizione in termini.
Il distacco dalla forma moderna dell’utopia comporta che ci si collochi fuori dalla sua storia e si entri, a parere di Cacciari, nel mezzo del pensiero contemporaneo: la definizione di una nuova utopia caratterizzerà gran parte della discussione e del confronto filosofico e politico del XX secolo. Quali le conseguenze per il mondo attuale? L’utopia moderna è stata il fattore determinante che ha informato di sé l’avvento del “vittorioso capitalismo”, ma nello stesso tempo è stata fattore determinante delle forze reali che l’hanno combattuto. Di quell’utopia, il capitalismo ha cessato di averne ancora bisogno; ma, si chiede Cacciari, esistono ancora le forze che l’hanno combattuto? Se esistono, in “quali forme si esprimono? E se non esistono […], come e dove esercitare un pensiero critico?”
L’impossibilità di esercitare un pensiero critico sembra oggi il dramma dell’uomo contemporaneo; proprio per questo, il futuro è ridotto ad un infinito procedere del presente, mentre i conflitti che al suo interno si sviluppano mancano di prefigurare un possibile futuro nel quale poter realizzare una società civile “sempre in festa proprio nel suo essere sempre tutta al lavoro”, come induceva a pensare l’utopia moderna.
Con quale nuovo concetto di utopia sarà possibile superare il disagio del mondo attuale? Per costruire una nuova utopia, alle società civili del tempo presente non resta che fare chiarezza e capire il perché lo Stato utopico dell’età moderna è stato messo in crisi; ciò, al fine di conservare costantemente il tempo presente aperto alle ragioni della crisi. Il pensiero critico, come osserva nella sua conclusione Massimo Cacciari, serve a liberare l’uomo dal disagio attuale molto più di quanto non riesca a fare una qualsiasi ipotesi di protesta continua, come alcuni propongono; sin tanto che tale protesta non sarà interconnessa con il raggiungimento di una nuova idea-limite, attraverso la condivisione sociale di un nuovo modo di produzione, affrancato dai motivi che hanno sviluppato le forze sociali ostili al vecchio capitalismo, il mondo continuerà a dilaniarsi col permanere delle contraddizioni del tempo presente. Il superamento di tali contraddizioni implica necessariamente una riconciliazione dell’intera società civile che consenta la destinazione del frutto del lavoro comune al perseguimento della nuova idea-limite, se mai sarà possibile acquisirla.

Gianfranco Sabattini

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