lunedì, 29 maggio 2017
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Opinioni e commenti
 

“Non si ruba a casa
dei ladri”, commedia
sugli onesti disonesti
Pubblicato il 04-11-2016


ghini-e-salemmeIl comandamento della vita nella società moderna è: “l’importante è esserci, è starci”.
Il truffatore che è truffato. Una situazione apparentemente assurda e paradossale da cui parte la commedia amara di Carlo ed Enrico Vanzina: “Non si ruba a casa dei ladri”. Se fosse una partita di calcio tra Napoli e Roma (le squadre tifate dai protagonisti), finirebbe con un pareggio. Un 1-1 perché, tra scambi di ruolo e situazioni comiche incentivate dall’uso estremizzato dei dialetti (romano, piemontese e napoletano), ci si riconosce accomunati da uno stesso destino; per cui le posizioni si invertono: chi imbroglia è imbrogliato, perché questo mondo “fa schifo” e non c’è più identità politica, né per la sinistra né per la destra. Ci sono solamente uomini, in cui la vittima si fa carnefice, in cui tutti hanno bisogno di un facilitatore per restare a galla nella giungla della corruzione dell’animo umano. Parabola sulla natura umana, è un film sull’animo umano appunto, in cui l’onesto puro non esiste, ma tutti subiamo le influenze (e le tentazioni) di ciò che circonda. Ma si può raccontare il dramma in corso della società moderna e contemporanea con il sorriso, con l’autoironia di chi vede i propri sogni infranti. E questo vale tanto per un imprenditore sull’orlo del baratro a causa di un appalto vinto, ma poi toltogli all’ultimo minuto (Antonio Russo, alias Vincenzo Salemme), quanto per un “facilitatore” che verrà beffato dall’altro con la stessa moneta (Simone Santoro, ovvero Massimo Ghini). E da qui parte la sua vendetta (affiancato dalla moglie Daniela, Stefania Rocca) del primo all’insaputa del secondo. Un film neorealista che richiama la vecchia commedia di costume in modo esemplare; nel cast anche Maurizio Mattioli e Liliana Vitale. Ispirato ai fatti che hanno condotto agli scandali legati a Mafia Capitale (ma non solo e meramente o comunque esplicitamente ed esclusivamente essi), non a caso la sceneggiatura è curata anche da Enrico Vanzina: scrittore e giornalista, oltre che sceneggiatore e produttore cinematografico, ha collaborato 5 anni al “Corriere della Sera” e da quasi venti scrive su “Il Messaggero”, curando come editorialista una rubrica proprio di costume. Una pittura della situazione attuale in cui ci troviamo a vivere: appalti truccati; smaltimento illecito di rifiuti; riciclaggio di denaro sporco; abusivismo edilizio per cui si costruisce ovunque e si toglie terreno alla campagna per fare posto a discariche al posto di cave; crisi economica e disoccupazione; mondo del lavoro caratterizzato da precariato e assenza di meritocrazia; fabbriche che chiudono o falliscono o costrette a guardare all’estero. In questo “villaggio globale” che è diventato il mondo moderno, le distanze geografiche sono azzerate dal fatto che non c’è differenza tra filippini e italiani medio-borghesi: tutti hanno bisogno di lavorare per mantenersi e sopravvivere e sono disposti a fare qualsiasi cosa per riuscire a mantenere uno status quo e un tenore di vita dignitosi. Da un lato c’è lo sperpero di fondi pubblici, dall’altro chi evade le tasse portando il proprio denaro (in somme ingenti) in paradisi fiscali (perfetti) come Zurigo che diventa (in messaggio cifrato di chi parla in codice per non essere scoperto) “la città che ha la paura” (la Fifa, la Lega di calcio, oltre che città ideale per sfuggire alla Finanza). Così, oltre al Wi-Fi e alle tecnologie indispensabili, a dettare legge sono la Tv, le serie crime americane di Sky e Fox Life, ma anche il mondo del gossip, dei talent e dei reality e manuali quali il libro di Fabrizio Corona “Mea Culpa”; nuova simbolica “Bibbia” e legge per chi vive nello sfarzo dedito solamente al lusso come Simone e la compagna Lori (Manuela Arcuri). Titolo emblematico per questi ultimi due: sia per il fatto che avranno la lezione che si meritano, sia per il contesto che è vicino a quello di Corona, sia perché in fondo, inconsciamente, è quello che fanno, ovvero prendere atto della propria corruzione e quasi pentirsene (anche se non direttamente o esplicitamente). Se dal tempo dei Romani nulla sembra poi essere cambiato molto, se non peggiorato nelle sfumature, dall’altro l’amara constatazione è che era bello crede alla storia del “pesce pipa”. Quest’ultima la raccontava sempre a Simone il padre, un uomo con dei principi e sani valori in primis politici: praticava seriamente la politica in maniera encomiabile, per lui era un ideale imprescindibile della sua esistenza; una politica incorruttibile in cui si credeva fermamente; in un mondo in cui c’era ancora onestà, oggi più latitante che mai: come i fuggitivi sempre in corsa verso nuove banche generose, complici, omertose, amiche, che coprono incuranti affari illeciti dietro denaro “sporco”, come squallido e “zozzo” è il mondo in cui ci si trova a vivere oggi. Una denuncia fatta con leggerezza, senza toni critici, polemiche, accuse mirate o voler giudicare ed emettere una sentenza drastica, ma semplicemente una constatazione (a tratti divertente) di cosa è diventata attualmente la società in cui viviamo. Per questo Simone diventa il nuovo “Gladiatore” che scende nell’Arena della società altolocata e corrotta per ritrovare e ripristinare la regola e la legge del “pesce pipa”, dell’onestà intellettuale e politica; ma, all’inverso, il pesce pipa era in grado –gli raccontava sempre il padre- di fumare in fondo al mare; dunque come il corrotto che, indisturbato, continua ad agire in tutta tranquillità e dalla cui pipa (un po’ la sua cassaforte personale a casa o in banca) esce il fumo che ricorda quello delle ciminiere delle fabbriche. Nulla è come sembra. L’apparenza inganna. Tutto ha una duplice faccia della medaglia, un risvolto che non si sa che piega possa prendere (come il finale di questa commedia molto ironica). E se non manca lo humour del dialetto, non meno è associabile a modi di dire che ben la rappresentano: “chi la fa l’aspetti”, secondo una legge del taglione di stampo moderno e occidentalizzante; “l’apparenza inganna”, per cui la più frivola, sciocca e superficiale come Lori alla fine si dimostrerà molto abile e furba a togliersi d’impaccio dai guai. A tale proposito del suo personaggio la Arcuri ha detto: “è una donna romana, verace e burina, attenta solo al gossip, un po’ superficiale, affascinante e abbagliata solamente dalla bella vita. Non è poi così oca come si crede; è una donna che sa il fatto suo e capace di tirarsi fuori dal dramma in corso”. Se tutto ha un prezzo, il conto verrà saldato secondo la logica del “pagare con la stessa moneta”, perché “chi di spada ferisce, di spada perisce”. Tutto torna come un boomerang della nostra coscienza, in modo scientifico e direttamente proporzionale: in un mondo di squali e sciacalli della speculazione edilizia ed economico-finanziaria, spesso ad essere preso all’amo è il pesce più piccolo. Fuor di metafora, ognuno è immerso nel mare dei suoi guai da cui cerca di tirarsi fuori come può, alla bella e meglio.
SE “tutto il mondo è paese” e “stiamo tutti sulla stessa barca”, allora non ci sono vie di mezzo e mezze misure: prendere tutto o perdere tutto. Perdersi per ritrovarsi. Lasciarsi andare alla perdizione per un happy end che rima con happy hour. Allo stesso modo, pesce pipa rima con papi, di cui ne è una sorta di acronimo. Papi non solo come diminutivo di papà (papy), come soprannomina Antonio il fidanzato della figlia; ma anche il nomignolo che le protette di Berlusconi davano al leader di Forza Italia, figura che ha caratterizzato per decenni la politica italiana, simbolo di un cambiamento epocale nel modo di fare politica. Non ultimo anche il titolo (“Non si ruba a casa dei ladri”) rimanda a un detto. Simbolo per antonomasia di un’abitazione è il giardino, oltrepassare il cancello e mettere piede nel giardino significa il primo passo per l’ingresso nella casa. Ma questo fa pensare al detto inglese NIMBY (“not in my back yard”, non nel mio cortile, spesso associato alle proteste degli ambientalisti tanto presenti nel film dei Vanzina). Così come al “coltivare il proprio orto”, citato nel “Candido” di Voltaire: l’orto personale del conto che si dovrà presentare pagato, di cui poco sopra si faceva riferimento che, parafrasando, richiama la canzone di Renato Zero “Segreto Amore”: “’coltivati il tuo orto’ è il mio consiglio. L’amore poi, decide lui, con chi dividere la vita, sua. Vuoi sapere chi ha pagato il conto mio? Io!”.
Se “a Roma tutto ha un prezzo”, allora occorre pagare con il metro di misura del “fifty fifty”, al 50%, a metà, alla romana insomma, perché nessuno è totalmente innocente e poiché nessuno può farcela da solo, ma deve essere aiutato da chi deve dargli la lezione che gli insegni l’importanza di essere onesti. Sempre e comunque, ad ogni costo e nonostante tutto. I soldi vanno guadagnati lavorando, con la fatica e il sacrificio, sudando con un mestiere “pulito” e trasparente (oggi che tutto è ufficioso più che ufficiale e di trasparente c’è poco). L’orgoglio e la soddisfazione di un guadagno onesto, anche con un lavoro sottopagato e con lo sfruttamento di mestieri remunerati una miseria (con stipendi dimezzati da una crisi come quella, se non peggiore, della Grecia), non ha prezzo. Per questo è centrale l’alter ego di Simone, Antonio (Salemme). Mette in piedi una vera e propria banda alla “Ocean’s eleven” (ma anche in stile “Sette uomini d’oro” e “I soliti ignoti”) per mettere a segno il “grande colpo”: la punizione del ladro che lo ha derubato del merito e del frutto di un lavoro semplice, forse poco gratificante e monotono, ma onesto.
Ciò fa pensare alle parole di Papa Francesco e al suo appello al sostegno ai migranti: “Non è umano chiudere le porte. Non è umano chiudere i cuori. Alla lunga questo si paga. Non si devono creare ghetti, ma occorre lasciare da parte tutto ciò che divide per progredire sulla strada dell’unione”. Unità e solidarietà: dopo la sconfitta con chi e con l’aiuto di chi ci rialziamo? Sembra questo l’interrogativo alla base della commedia e la più grande delle scoperte del film dei fratelli Vanzina; perché, per dirla con un altro proverbio, “chi troppo vuole nulla stringe”. Un po’ come diceva Guardiola nel calcio: lo sport insegna quanto è imprevedibile la vita, straordinaria perché, come nel calcio, l’esito finale di un incontro di pallone si può ribaltare in qualsiasi momento, stravolgendo il risultato di ogni singola partita.
Molti i riferimenti cinematografici tuttavia, che non mancano: “La congiuntura” (1964) o “C’eravamo tanto amati” di Ettore Scola con Vittorio Gassman, “In nome del popolo italiano” (1971) di Dino Risi (anticipazione su Tangentopoli, con Gassman e Ugo Tognazzi) o a “Compagni di scuola” (1988) di Carlo Verdone Se lo scambio di ruoli ricorda “Il pranzo della domenica” (sempre con massimo Ghini), la commedia fa parte di una trilogia che comprende: “I mitici” e “In questo mondo di ladri”.
Dal 3 novembre al cinema, il film è riuscito anche perché gli attori del cast hanno già lavorato insieme e con il regista in passato. “Una commedia umana che riguarda sentimenti veri con una morale positiva, che affronta argomenti seri e importanti pur mantenendo il divertimento”, l’ha definita Vincenzo Salemme. “Una storia brillante su una materia difficile e scottante come la corruzione politico finanziaria. Un racconto molto cinico dei tempi che viviamo e della superficialità pericolosa del tangentismo diffuso” (Massimo Ghini). “La truffa –ha aggiunto Stefania Rocca- è un goffo tentativo di riscatto di personaggi piuttosto disorientati. La storia prevede un gioco costante a non prendersi mai troppo sul serio. La parte più allegra della lavorazione è stata quella ambientata a Zurigo”. “Un giallo-rosa simile a quelli con Audrey Hepburn tipo ‘Sciarada’ o ‘Come rubare un milione di dollari e vivere felici’. Porta in scena, oltre al divertimento, anche problemi civili e sociali come la corruzione generalizzata. Ḕ capace di denunciare. Racconta persone con le loro problematiche e ognuno si porta dietro la sua disperazione e il suo bisogno di rivincita”.

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