venerdì, 9 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Oltre la crisi del socialismo
Pubblicato il 04-11-2016


All’indomani del crollo del Muro di Berlino il sociologo liberaldemocratico anglo-tedesco Ralf Dahrendorf preconizzò che la fine del comunismo avrebbe provocato anche la crisi del socialismo democratico; a sua volta, nel 2006, sul versante della sinistra antagonista un intellettuale “irregolare” come Antonio Negri, sostenne in un libro dal titolo “Goodbye Mr. Socialism”, la tesi del superamento del “vecchio modello redistributivo” e l’esigenza di “nuovi paradigmi che possano ridisegnare la via della trasformazione sociale”.

Il socialismo democratico, e, quindi, la sinistra maggioritaria dalla fine della 2° guerra mondiale, in Europa evidenzia una divisione tra due prospettive: l’accettazione delle politiche neoliberiste, il dialogo con i centri di potere finanziario, la collaborazione con i partiti popolari, a loro volta regrediti su posizioni conservatrici; la contestazione, di converso, della globalizzazione economica e l’alleanza con i nuovi movimenti di sinistra, segnati dalla teoria e dalla pratica dell’”autorganizzazione sociale”.

La prima prospettiva, inaugurata da Tony Blair alla fine del ‘900, vede i socialisti tedeschi e quelli spagnoli sostenere nei rispettivi Paesi governi con o dei popolari; la seconda con i socialisti che in Vallonia bloccano l’accordo di liberoscambio tra Europa e Canada, in Portogallo governano con i due partiti della nuova sinistra nel crinale stretto tra gli obblighi imposti dalla Troika e la tradizione sociale.

Casi a sé i laburisti inglesi, divisi tra una base entusiasta delle posizioni radicali di James Corbyn e un gruppo parlamentare nostalgico della “Terza via”, la Francia, in cui il presidente socialista Hollande fu eletto con un programma di riforme economiche e sociali “di struttura”, ampiamente disatteso da politiche di stabilizzazione e di accettazione dell’austerity imposta dalla Merkel e l’Italia, il cui premier è anche leader di un partito, il Pd, che nominalmente aderisce al socialismo europeo, rappresentandone però, per storia e per azione politica, un corpo estraneo.

Insomma, da una parte sembra verificarsi una “fuoriuscita” dal socialismo nella sua declinazione riformista, fondata su Welfare State, redistribuzione fiscale, intervento pubblico in economia, partecipazione dei lavoratori in azienda, con la sostituzione dei diritti sociali con quelli della persona, per coniugare libertà civili e mercatismo; dall’altra, la riproposizione e l’aggiornamento del compromesso tra capitale e lavoro, con al centro della politica il tema della giustizia sociale. Già, un crinale stretto, poiché nel primo caso il rischio è il ripudio da parte dei ceti popolari, com’è avvenuto al Pasok in Grecia e, nell’altro, il velleitarismo, per la perdita di ruolo dello strumento fondamentale per le politiche sociali: lo Stato nazionale, la cui sovranità è stata fortemente vulnerata dalla finanza globale e in Europa dalle politiche monetariste di Bruxelles.

Forse, la nuova prospettiva potrebbe essere per il socialismo democratico, quella di contaminarsi con altre culture e identità politiche, di dialogare anche sui temi del comunitarismo e della sovranità nazionale, oltre il “secolo breve”.

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Commenti all'articolo
  1. Un’analisi politica non può prescindere da un’analisi della società in cui viviamo. La crisi del socialismo è l’inevitabile conseguenza del trionfo dell’individualismo, di cui internet e gli apparecchi elettronici con cui ci droghiamo quotidianamente sono la manifestazione. Non è solo il socialismo a essere in crisi, ma anche le religioni ( Islam compreso, nonostante le apparenze ) e le dottrine che aspirano a una visione collettiva e comunitaria dell’esistenza. Questo è solo l’inizio, i decenni a venire vedranno in discussione, e forse cancellate, non più soltanto le dottrine politiche e religiose di carattere sociale ma le idee stesse di comunità, nazione, stato. Il mondo di internet si avvia alla robotizzazione dell’essere umano.
    Cordiali saluti, Mario.

  2. Il socialismo democratico è stata la risposta alla dittatura del proletariato. il Welfare ha impersonato il massimo che la sinistra democratica di ispirazione socialista poteva ottenere in seno al capitalismo occidentale, guidato degli USA. Sulla forza operaia si inserì la svolta progressista del ceto medio, aiutato dalle conquiste e dalla guida dei socialisti. Fu un aiuto anche l’esistenza del blocco comunista, poiché per il capitalismo divenne più conveniente dar corda alle richieste del mondo del lavoro.
    Caduto il blocco sovietico, dato il via alla globalizzazione, potevano i socialisti europei, per quanto forti, resistere alla deregolamentazione ed alla ripresa del capitalismo, arricchitosi di un fortissimo contenuto finanziario?
    No, e Dahrendorf h avuto ragione. Ma non basta. Negli anni sono venuti meno i presupposti di una ripresa del socialismo, la cui base fondamentale sono stati sempre gli operai e gli altri lavoratori.
    Ma se viene meno la base, come progredire nell’idea socialista? In fabbrica sono le macchine ad assicurare la produzione; sempre meno umani v i sono presenti.
    Per le produzioni di basso valore aggiunto prevale nel mondo “lo schiavismo”, proletari sfruttati all’inverosimile nei paesi di destinazione del capitalismo tradizionale.
    Donde la necessità di entrare dentro l’attuale modo di produzione per individuare i punti di appoggio per una politica che abbia un senso di giustizia e libertà. Non facile farlo, e – allo stato – neppure concepirlo.

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