giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Paolo Flores D’Arcais e il divario tra l’annunciato ed il realizzato di oggi
Pubblicato il 25-11-2016


flores-darcais-300x224Paolo Flores D’Arcais, in “Il disincanto tradito”, sostiene che l’epoca moderna è nata e si è consolidata sotto il segno della scienza e della tecnica; essa, nel contempo, si è configurata come “epoca dello scarto”, ovvero del “divario” fra ciò che ha annunciato e ciò che ha realizzato.

Prima della modernità – afferma D’Arcais – “la vergogna del mondo” per ciò che in esso si compiva era del tutto irrilevante; ragione questa che lo esimeva dall’”occultare i suoi delitti”. Le nefandezze, quando si verificavano, contribuivano “a reintegrare un ordine e un senso voluti da Dio”; ciò, per gli “effetti della mela di Adamo. Proprio quelli che la mela di Newton finirà col mettere in questione”. Quel mondo risultava in “pace con se stesso”, dove le ore di coloro che lo abitavano, in un tutto organico, venivano trascorse nella quiete più assoluta, benché fossero segnate dalle nefandezze che vi si compivano.

disincantoCon l’avvento di quello moderno, quel mondo ha cessato di esistere: le nefandezze non hanno più svolto la funzione che esse esercitavano nel mondo antico, cioè non hanno più contribuito a reintegrare l’ordine e il senso della vita voluti da Dio, ma hanno dato origine ad uno “scarto”, che connoterà il nuovo mondo. In questo, l’”individuo, unico valore riconosciuto e fondamentale, ha costituito la premessa che ha definito la moderna condizione dell’esistenza. Tale premessa è valsa ad esprimere un’impegnativa e vincolante promessa: il mondo sarà il “mondo-per-l’individuo”, luogo della realizzazione della sua autonomia individuale, “cioè di ogni individuo concreto e molteplice che è in ciascuno di noi”.

La promessa però non è stata mantenuta, anzi essa è stata costantemente violata, in quanto all’individuo è stato sottratto l’”ambito della politica, delle libere opinioni, delle scelta, della decisione”; ciò ha comportato che all’individuo fosse negata la possibilità di progettare il proprio futuro. La costituzione di tale stato di minorità dell’individuo – a parere di D’Arcais – ha reso la modernità inadempiente, in quanto ha mancato di onorare la promessa fattagli di costituirlo in “cittadino”, titolare di un potere condiviso, “quale universale condizione umana, di tutti e di ciascuno”. Perché ciò è accaduto?

Con l’avvento della scienza, il mondo antico si è dissolto, mentre è andato in frantumi il cosmo inteso come edificio unitario; la scienza ha distrutto la sua unità organica, rendendo “oggettiva la natura privandola di ogni telos immanente, rinunciando all’ipotesi di una intenzionalità e di una provvidenza in essa opranti”. L’individuo ha rivolto lo sguardo “al mondo assumendo il punto di vista della scienza galileana” e considerato Dio “assumendo il punto di vista del proprio sentimento”. Di fronte all’immensità del cosmo e all’eternità, egli è stato ridotto a un “quasi nulla”, e tuttavia – sottolinea D’Arcais – questo “quasi nulla” è divenuto dominatore del mondo, in un duplice senso: da un lato, perché la scienza e lo sviluppo della tecnica gli hanno consentito di assoggettare la natura; dall’altro lato, perché, divenendo “padrone” delle regole etiche, giuridiche e sociali, l’individuo del nuovo mondo ha negato loro l’origine extraterrestre.

Tuttavia, malgrado la perdita di ogni illusione circa l’esistenza di un ordine divino, la scienza, in se e per se considerata, non ha comportato necessariamente e automaticamente il disincanto dell’individuo; ciò, perché il disincanto poteva essere il portato dell’”ethos scientifico”, cioè della disposizione che la scienza poteva ispirare all’individuo riguardo al mondo. Questa disposizione, perciò, non poteva manifestarsi “quale fatto”, ma solo a seguito di una decisione, e questa – sottolinea D’Arcais – una volta assunta, si è caricata di “conseguenze ineludibili”. La scienza, quando è stata fatta propria dagli individui, ha imposto a ciascuno di essi l’assunzione di un atteggiamento responsabile verso il mondo e l’imparzialità che la caratterizzava “come sapere oggettivo” non ammetteva che gli individui, “per via di scienza”, potessero pretendere l’esistenza di un fondamento oggettivo riguardo alle regole etiche, giuridiche e sociali adottate.

Il disincanto, separando la natura dalla società e l’individuo dal collettivo, ha consentito a tutti gli individui di superare l’idea che a ciascuno di essi fosse assegnato un “posto” ed una funzione ben determinati all’interno della gerarchia sociale; nella società disincantata, il posto e la funzione di ognuno hanno cessato di essere stabiliti a priori, per divenire opzioni aperte alla libera scelta di ciascuno dei componenti la società. Si tratta ora di vedere – afferma D’Arcais – se il mondo moderno si è mantenuto fedele alla promessa assunta nei confronti di ogni individuo, di assicurarne cioè la generalizzata realizzazione. Se si considera che la democrazia del disincanto è divenuta una “democrazia degli individui e per gli individui”, il gruppo, il collettivo, l’organizzazione sociale – continua D’Arcais – non solo devono venire dopo, ma devono anche essere considerati funzione dell’individuo, perché laddove l’individuo fosse stato considerato funzione dell’organizzazione sociale, la “metamorfosi” avrebbe denunciato una “mutazione genetica”, che avrebbe degradato ogni individuo nell’anonimato.

Se ciò fosse accaduto, la differenza tra ciascuno e ogni altro sarebbe scomparsa, e poiché la differenza “vive e si esprime soltanto come opinione”, la possibilità di esprimerla è divenuta la dimensione della libertà di ciascuno; la libertà, all’interno di un’organizzazione sociale democratica, doveva così potersi manifestare attraverso lo “spazio della politica”, nel quale ogni singolo doveva “poter realizzare un’identità” che avesse fatto “premio sulla sua identità sociale”. La comunicazione, in democrazia, è divenuta la risorsa politica per eccellenza, mentre il grado di democraticità di un’organizzazione sociale ha potuto essere espresso dal numero di individui che, rispetto al totale, erano messi nella condizione di essere ascoltati.

Siccome la democraticità dell’organizzazione collettiva poteva dipendere dalle regole etiche, giuridiche e sociali adottate, esse, le regole, dovevano essere sempre portatrici di un “elemento prescrittivo”, che avesse consentito di distinguere tra “la ’vera’ democrazia e il suo contraffarsi”; se le regole adottate avessero mancato di essere portatrici di un “criterio valutativo di demarcazione”, in grado di tradursi in “virtù civica” interiorizzata da tutti, ogni nefandezza, anche di Stato, poteva esser giustificata in nome della democrazia. La questione morale, all’interno dell’organizzazione sociale democratica del mondo moderno è diventata perciò questione dirimente; poiché col disincanto – afferma D’Arcais – si è dissolto l’incentivo celeste all’onestà, il moralismo ha cessato di risultare un deprecabile lusso di anime belle”, in quanto esso è divenuto sempre più una stringente necessità per il corretto funzionamento democratico di tutte le istituzioni in cui si è sostanziata l’organizzazione collettiva democratica.

Contro la consolidata tradizione che tende a qualificare come moralistico ogni discorso sulle virtù civili, occorre considerare – sottolineas D’Arcais – “che esse non sono lusso o frivolezza. Le istituzioni hanno il dovere di promuoverle, in nome del cittadino e dell’efficienza”. La questione morale è divenuta questione ineludibile per le istituzioni, non “già fissazione di inguaribili ‘bigotti’ dell’etica”, come si a volte si sostiene, non disinteressatamente, da parte del professionismo politico che ha caratterizzato l’attuale assetto partitocratrico del funzionamento della organizzazione sociale, nata dopo il disincanto dell’uomo moderno dai valori del mondo antico; assetto, quello partitocratrico, che è divenuto il responsabile dello “scarto” che ha finito di connotare la società contemporanea, col “divario” fra ciò che la modernità aveva promesso e ciò che la società democratica partitocratizzata contemporanea ha realmente saputo realizzare.

A parere di D’Arcais, le energie “liberate” dal disincanto potevano avere una destinazione terrena che non costituisse “surrogato mondano della vecchia trascendenza, né sua riproposta sotto più aggiornate fogge”. Nessun destino, però, imponeva “questa dannazione”, purché a ciascuno fosse stato “consentito di realizzare effettivo accesso […] a quel piano produttivo di senso che è rappresentato dal potere con-diviso”. Per assicurare all’individuo la possibilità di accedere all’effettivo esercizio del potere “con-diviso”, D’Arcais propone la pratica di un “esistenzialismo libertario”, con cui rendere effettiva, attraverso rinnovate istituzioni non partitocratizzate, la possibilità di vivere un percorso esistenziale diverso da quello sin qui sperimentato. Le forze sociali disponibili per invertire la “deriva” in atto, che ha causato l’eclissi dell’individuo, possono fare affidamento solo “sulla volontà delle esistenze contro l’inerzia dell’esistente”; volontà, questa, che non può fare affidamento, né su “eventuali autoriforme intraprese dall’oligopolio del professionismo politico”, né sulla “società civile in quanto tale”, della quale il professionismo politico è parte integrante. Chi non vuole impegnarsi, conclude D’Arcais, per realizzare una democrazia radicale attraverso l’esercizio dell’“esistenzialismo libertario”, lo fa “perché preferisce l’esistente, non già perché non si possa”.

L’impegno individuale, in alternativa all’apatia, è tanto più necessario nella società contemporanea, se si pensa che la sinistra, a parere di D’Arcais, non ha mai collocato la questione della piena realizzazione del cittadino al centro della sua prassi trasformatrice. Ciò è accaduto, tanto sul versante del marxismo, che su quello della socialdemocrazia; le forze di entrambi i versanti hanno solo scarsamente operato per allontanarsi dalla realtà di una democrazia incompiuta. Il marxismo per avere istituzionalizzato, per il conseguimento della società comunista, un potere rivoluzionario che ha giustificato arbitri di ogni genere e la conservazione delle disuguaglianze materiali e politiche; la socialdemocrazia, per essersi illusa di poter realizzare la democratizzazione della società eliminando la scarto tra quanto promesso dalla società moderna e ciò che poi ha contribuito a realizzare, con la costruzione di un sistema di protezione sociale, orientato su basi caritatevoli (anche se pubbliche) solo a soddisfare esigenze materiali dell’individuo, trascurando le sue aspirazioni all’esercizio del potere politico “con-diviso”.

La conclusione di D’Arcais è che, poiché la modernità “non è solamente disincanto ma soprattutto scarto”, e poiché lo scarto ha investito la sfera degli stati di bisogno, non solo materiali, ma anche politici, avendo le forze di sinistra concorso a soddisfare i primi, ma non i secondi, all’individuo non resta che optare per una forma d’impegno critico, atto a far prevalere “la responsabilità della politica come libertà e potere condiviso”.

La dotta narrazione di D’Arcais, per quanto coinvolgente, sembra soffrire di un’aspirazione intrisa di profetismo, consistente nel pensare che solo attraverso la critica della società contemporanea, disgiunta dalla prefigurazione di un “progetto futuro” (pratica cara ai cosiddetti “movimenti populisti”, che hanno accolto l’idea di vivere un “esistenzialismo libertario”) possa essere posto rimedio al lamentato “scarto”

Ciò, ovviamente, non significa che a titolo individuale non ci si debba impegnare perché la partitocrazia sia costretta, anche obtorto collo, a dare il meglio di sé; per quanto prolungato e continuo possa essere però l’impegno critico di ognuno, la società contemporanea sarà sempre portatrice dello scarto lamentato da D’Arcais, sin tanto che l’esistenzialismo libertario non riuscirà ad associare alla sua critica del presente un’idea condivisibile di futuro.

Gianfranco Sabattini

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