sabato, 3 dicembre 2016
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Papa e i migranti. Non è umano chiudere le porte
Pubblicato il 03-11-2016


papalampedusaPapa Francesco: aprire le porte e i cuori ai migranti. A Lampedusa e sempre. Da Bergoglio a Pontecorvo.
Papa Francesco, nel suo ultimo appello del primo novembre scorso, ha rivolto un pensiero a favore dei migranti. Queste le sue poche e significative parole: “Non è umano chiudere le porte. Non è umano chiudere i cuori. Alla lunga questo si paga. Non si devono creare ghetti, ma occorre lasciare da parte tutto ciò che divide per progredire nella strada dell’unione”. Un invito all’unità e alla solidarietà verso chi ha bisogno, è in difficoltà e meno fortunato. Un problema, quello dei migranti, molto vasto e sentito, soprattutto in Italia. Tra l’altro non molto diverso da quello dei rifugiati. Non a caso, all’XI Festa del Cinema di Roma, si è tenuto un evento speciale (“Il dramma dei rifugiati”, “The drama of refugees”) dedicato a questi ultimi al Maxxi, in collaborazione con l’UNHCR. All’interno di esso è rientrata la proiezione del documentario “If I close my eyes”, per la regia di Francesca Mannocchi e Alessio Romenzi, sulla vita dei profughi siriani in Libano e dei bambini costretti a lavorare. E in tale ambito impossibile non citare il film “Lampedusa–dall’orizzonte in poi”, per la regia di Marco Pontecorvo; con Claudio Amendola e Carolina Crescentini. Un’esortazione, come quella del Santo Padre, a non voltare le spalle, facendo finta di niente, chiudendo gli occhi appunto (per citare il documentario) di fronte a tragedie enormi che ci riguardano da vicino. Le coste di Lampedusa, per esempio, ne accolgono a migliaia ogni giorno. Occorre loro dare una speranza, per guardare avanti. I numeri parlano chiaro. I dati forniti rilasciano le seguenti cifre: sono circa 153.843 i migranti salvati dalla Guardia Costiera nel 2015, di cui 21.230 donne e circa 16mila bimbi. Impossibile descrivere lo scenario che questi “eroi di mare” si trovano davanti e vivono. Impensabile riuscire a capire se non lo si prova e verifica di persona, venendo qui a Lampedusa appunto, città emblematica e dai mille volti, splendida quanto assurdo che possa accogliere tanto dolore. Un dolore che “non guarda in faccia a niente e nessuno”, come afferma il capitano Serra (Amendola) nel film. In particolare qui a Lampedusa: “dove non cambia nulla da anni e non c’è lavoro, dove si continua a morire e perdere l’impiego”, immutabilmente. O forse no. Forse accogliendo quelle grida, che vanno raccolte, qualcosa può davvero mutare. Ma occorre restare, e non fuggire dal problema, chiudendo gli occhi di fronte a un’esigenza umanitaria che non riguarda solo l’Italia. Ed è quello che sceglierà di fare Serra: “Ho deciso di rimanere e di non voltare le spalle al dolore e alla disperazione, come sarebbe stato facile fare”. Perciò la serie “Lampedusa” racconta: “il valore della vita. La solidarietà di un’isola. Il coraggio di una missione”.
Gli attori protagonisti della serie tv in due puntate, andata in onda abbastanza recentemente su Rai Uno, hanno evidenziato la profondità di un’esperienza così suggestiva e particolare che si sono trovati ad affrontare. “Ho provato un forte senso di solidarietà ed umanità, lo stesso che ho trovato nei Lampedusani, che sono i primi a portare soccorsi”, ha detto la Crescentini (nei panni di Viola, una donna coraggiosa e battagliera che gestisce con umanità un centro di prima accoglienza molto agitato). “Sono rimasto affascinato ed impressionato dalla serietà e dalla professionalità della Guardia Costiera, che porta aiuto con il suo alacre lavoro a questa povera gente bisognosa. Il film è un omaggio dovuto e sincero anche a loro”, ha affermato Amendola (che interpreta Serra, il capo della Guardia Costiera appunto). Di fronte a tale persone disperate, che gridano forte il loro bisogno di aiuto, ci si riscopre tutti uguali e non c’è più nessuna differenza di razza. Si tratta di una situazione d’emergenza pronta ad esplodere (è solo questione di tempo), una bomba ad orologeria incombente. Occorrerebbe intervenire subito, ma gli interessi in ballo sono troppi e troppo grandi per facilitare le cose. Per chi pensa al mero guadagno economico e al flusso turistico che rischia di esserne minato, questi esseri umani sono solo “parassiti” (si dice nel film), che fanno diminuire i turisti e che fanno delle coste del nostro Paese “la spazzatura d’Africa”. Tolgono lavoro e alcuni vorrebbero che affogassero o fossero rimandati a casa. Chi li aiuta viene visto come qualcuno che fa demagogia. Mentre è solamente gente che fa il proprio mestiere con passione. Affianco a povera gente disposta a tutto pur di non essere identificata e poi espulsa dall’Italia. Non ha niente ed è attratta con promesse false e vane, con la convinzione di trovare tante belle città e tanto buon cibo, o almeno così fanno vedere in tv. Vende tutto quello che ha per “comprarsi” il cosiddetto “viaggio della speranza” (o della disperazione appunto aggiungeremmo noi), da scafisti sempre più cari e costosi, che pretendono sempre più soldi. Una dura lezione che i bimbi stessi apprendono molto presto: per loro rubare un orologio, per rivenderlo per avere soldi per pagare il viaggio a parenti rimasti ancora in patria, è solamente un prestito da restituire, che equivale a barattare il loro futuro. Gente che soffre la fame, che viene picchiata, nelle cui terre le donne sono violentate, le case incendiate o rase al suolo e le abitazioni svaligiate di quel minimo che vi si possa trovare. Ma non basta a pagare il loro conto spesso. Mesi e mesi di attesa invano quasi. Tutto sembra senza via d’uscita, eppure, commenta Serra: “è in questi momenti che qualcosa ti spinge ad andare avanti”. Ed è lì che capisci veramente che siamo tutti uguali; sono solo persone che vogliono lavorare e dare da mangiare ai loro figli, che si battono per i loro diritti, gente che è contro la violenza, che ha perso tutto tranne la propria dignità. Ed è con quell’orgoglio che “se deve morire, preferisce morire da uomo e non da bestia”, come si esplicita nella serie, poiché vuole poter decidere della sua vita. Ed è per tale ragione che uomini come Serra e Viola proseguono, perché se ne salvano almeno uno di loro sono contenti, hanno la carica per andare avanti. E per dare loro quella speranza di cui hanno bisogno più di ogni altra cosa. Soprattutto è da gente così umile che si capisce il vero valore della vita. Loro “sono pronti a tutto pur di venire qui e poter ricominciare, vogliono (soprav)vivere ad ogni costo”: questo è la forza e il coraggio di chi trova tutto in poco. “Il problema –spiega ancora Viola- è avere ancora fiducia, fidarsi” e dare loro questa fiducia di cui necessitano. Ma non è facile. E spesso si fallisce. Ed allora l’insuccesso diventa una delusione così forte e dolorosa da restare nel profondo del cuore per tanto tempo. “Il pensiero di non riuscire a salvare tante vite bisognose ti rimane dentro a lungo”, riflette tra sé e sé Serra. E poi non si deve dimenticare, pensa Viola, che “le tragedie arrivano quando meno te lo aspetti”. Anche perché le rivolte sono incombenti. E allora ecco che, oltre che al tema delle adozioni, vengono accennate altre questioni legate al tema. Come le posizioni della politica e della Chiesa. Il pensiero della prima è che: “la loro protesta e rabbia richiedono una presa di responsabilità che va oltre i confini dell’Italia”. La seconda che sta “cercando di dare un tetto a tutti”. Anche se spesso quello di cui hanno bisogno è altro, non tanto qualcosa di materiale (anche), ma pure in particolare di calore umano. “Bisogna -ritiene Viola- continuare a dare loro una speranza: senza quella non rimane loro niente. Dovremmo imparare anche noi a continuare a vivere”. E sono la fratellanza, l’amicizia e la solidarietà (che possono ricevere nel nostro Paese da gente come Serra e Viola) che fanno loro ritrovare la forza, la voglia e il coraggio di ridere insieme quando si ricongiungono ai loro cari. I miracoli a volte accadono dunque. Ed uno di questi è quello del momento in cui si riuniscono, ovvero quello di un abbraccio sincero per scacciare via e cercare di dimenticare ogni dolore e sofferenza. Provare a stare bene, tentare di avere anche loro il diritto (inalienabile, ma di cui finora sono stati privati) a un futuro più roseo. Quell’abbraccio che però dovrebbe essere anche quello di chi porta soccorso, che dovrebbe saper tendere loro una mano, accoglierli a braccia aperte con il cuore e la mente aperti, con sentimenti veri e sinceri. Con un gesto semplice di condivisione, complicità e di umanità. Guardando avanti insieme a loro. Così come loro hanno guardato verso l’Italia “dall’orizzonte in poi”; che, però, significa, andare oltre i confini territoriali, verso l’ignoto, per superare barriere che sono soprattutto culturali. Per abbattere ogni divisione e forma di diversità. Ed aprire le porte, come ha detto papa Francesco.

Ba. Co.

bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Grillo Inps ISIS ISTAT italia italicum lavoro Lega M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato socialisti Spagna UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento