venerdì, 9 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Per il Sì al referendum
Manifesto delle culture socialiste
Pubblicato il 10-11-2016


Nel settantesimo anniversario della fondazione della Repubblica è innanzitutto doveroso ricordare il ruolo decisivo esercitato dalla cultura socialista e laica, e soprattutto da Pietro Nenni, per superare le ambiguità e le incertezze con cui da più parti si affrontava la questione della forma istituzionale dello Stato, e per giungere al referendum del 2 giugno 1946 ed alla contestuale elezione dell’Assemblea costituente.

Il testo della Costituzione del 1948, tuttavia, non sempre ha corrisposto  alle esigenze messe in campo da quella cultura, ma piuttosto, come disse Piero Calamandrei, rappresentò “una rivoluzione promessa in cambio della rivoluzione mancata”; e specialmente per quanto riguarda l’ordinamento dello Stato non tenne in gran conto i suggerimenti che, attraverso il ministero per la Costituente, venivano formulati con rigore giuridico e chiaroveggenza politica da Massimo Severo Giannini e da Giuliano Vassalli.

Anche per questo, più di trent’anni fa, fu ancora la cultura socialista e laica a porre il problema dell’adeguamento delle istituzioni, con l’obiettivo di realizzare una democrazia competitiva che fosse al tempo stesso una democrazia governante. Il progetto della grande riforma fu ostacolato  da coloro i quali ritenevano che si addicesse all’Italia una democrazia consociativa in grado di portare ad una non meglio definita “democrazia compiuta” fondata non su regole nuove capaci di riequilibrare i rapporti fra esecutivo e legislativo e fra Stato centrale ed autonomie territoriali, ma piuttosto sul superamento delle convenzioni ad excludendum che avevano a lungo delimitato a destra e a sinistra l’area di governo.

Un quarto di secolo dopo ci si trova a fare i conti con le stesse resistenze, con gli stessi rifiuti. Ancora una volta, infatti, si privilegia la riforma elettorale rispetto alla riforma costituzionale, e addirittura si condiziona il consenso sulla seconda alla modifica della prima.

Ovviamente non sfugge a nessuno il carattere strumentale del confronto in corso. A molti sfugge, invece, che lo schieramento che oggi si esprime per il no non solo è lo stesso che nelle recenti elezioni comunali ha tirato la volata ai candidati del M5s, ma per di più appare del tutto incapace di indicare un percorso per quella riforma del sistema politico che oggi è più necessaria di quanto non lo fosse negli anni ’90.

Noi invece, in coerenza con le buone idee che mettemmo in campo per tempo e che altri ebbero il torto di non recepire, non abbiamo difficoltà a schierarci a favore di questa riforma costituzionale. Sappiamo peraltro che con questo referendum non si chiude la pagina delle riforme istituzionali, ma anzi la si riapre dopo un ventennio di retoriche propagandistiche sul tema. Ed in questa prospettiva auspichiamo che gli elettori, anche trasgredendo le indicazioni di gruppi dirigenti avventuristi ed autoreferenziali, inducano le forze politiche ora rappresentate in Parlamento a fare proprio quello spirito costituente che settant’anni fa portò l’Italia fuori dal caos.

Gennaro Acquaviva, Salvo Andò, Mario Artali , Luigi Covatta, Mauro Del Bue, Ugo Finetti, Pia Locatelli,  Riccardo Nencini, Gianni Pittella, Carlo Tognoli.

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Commenti all'articolo
  1. Noi riformisti di sinistra non siamo affatto sorpresi per l’endorsment dei craxiani a Renzi: similia similibus.
    Riecco le ragioni tecniche e politiche del nostro NO al referendum.
    1) Dicono che non si era fatto nulla per trent’anni? Balle renziane. Negli ultimi 15 anni ci sono state 13 modifiche di parti della Cost (e nel 2001 il CSX sbagliò nel metodo sul titolo V ma non granché nella sostanza). Serve la ‘manutenzione ma occorre che sia fatta bene perché la Costituzione è di tutti. Inoltre ricordiamo che anche nei progetti di VIA (Valutazione di Impatto Ambientale) dopo tanto discutere spesso ci si rende conto che è meglio…l’opzione zero.
    2) Il Parlamento che ha votato (con forzature e canguri) questa de-forma è quello che la C.Cost nel gennaio 2014 aveva dichiarato eletto con una legge in buona parte incostituzionale. In ogni caso è un Parlamento pieno di trasformisti ed eticamente non adatto a modificare il 40% della Cost. Nel marzo 2014 bastava lasciare lavorare il governo E. Letta ma Renzi (Enrico stai sereno..) aveva fretta..di fare il figo. E inoltre il quesito sulla scheda è eterogeneo e perciò fuorviante (v.C.Cost 1978).
    3)Il bicameralismo paritario causa ritardi? Balle renziane, la media dei tempi per una nuova legge è di 110 gg tra le due camere (ma abbiamo fatte leggi anche in 10 gg). Occore invece fare poche buone leggi.
    3) C’erano alternative valide. Invece di avere 730 parlamentari (630 dep +100 senatori indiretti) la proposta del PD V. Chiti DIMEZZAVA i 1000 e mantenendo il senato elettivo su base regionale, ne differenziava i compiti talchè la fiducia e il bilancio sarebbero stati votati solo dalla Camera. Nella sostanza questa proposta era condivisa da tutti i costituzionalisti italiani. E in parte ricalca la proposta della N.Jotti di 30 anni fa
    4) Aumenta il coinvolgimento popolare? Balle renziane. D’ora in poi –art.71- le leggi di iniziativa popolare richiederebbero 150 mila firma (sinora erano 50 mila) e per la ‘obbligatorietà’ di esaminarle …si attendono le norme che per ora non ci sono. Idem per quanto riguarda i futuri referendum di indirizzo –art.70- così come sono da definirsi le modalità tecniche di elezione dei consiglieri regionali e sindaci. Tra l’altro ci saranno problemi per i senatori delle regioni speciali perché-secondo il testo Renzi-Boschi-essi sono incompatibili con la nomina a senatori. Allucinante dilettantismo governativo. Insomma come andrà a finire non lo sanno neppure Boschi, Renzi, Verdini e la Finocchiaro. E poi chi si fida di quelli lì?
    5) Il nuovo senato fa risparmiare? A prescindere dalla pochezza populistica dell’approccio, nella scorsa legislatura il bilancio del Senato di 315 membri era stato di 600 milioni di cui solo 50 di indennità ai senatori. Il resto sono costi fissi che non scompaiono in due ore..E inoltre i ‘regionali’ non andranno a Roma in bicicletta..O no? (per la cronaca col boicottaggio del referendum sulle ‘trivelle’ Renzi ha volutamente sperperato 50 milioni nostri, cioè la % di 360 milioni totali riferita ai 1200 Comuni dove si è votato a giugno). E a proposito, quanto costa oggi Palazzo Chigi pieno di consulenti renziani?
    6) Il nuovo Senato – ancorchè depotenziato e subalterno alla Camera- mantiene prerogative importanti (su UE, Stato-regioni ecc): a prescindere dalla effettiva competenza dei 74 regionali + 21 sindaci (ma dove troveranno il tempo?) questi a chi risponderanno? Ovviamente alla ‘parrocchia’ politica che li ha eletti. Inoltre la moltiplicazione delle modalità dei procedimenti legislativi (art.70) fa intravedere sicuri contrasti sulle competenze tra Stato e regioni ordinarie. Alternative? Il Bundesrat tedesco o un vero monocameralismo (ma allora con altro sistema elettorale), magari ‘costituzionalizzando’ la ‘Conferenza Sato-regioni’.
    7) Il nuovo testo è erede dell’Ulivo? Balle renziane. Nel programma del 1996 si parlava di un senato di ‘ispirazione federale’ (Camera delle regioni) ma il sistema elettivo non era specificato. Idem nel programma di Ulivo 2006 , dove si chiedeva un bicameralismo differenziato e un senato di 150 membri regionali ma si dava per scontata l’elezione diretta.
    8) La fragilità attuale dei governi in Europa dipende dalla coesione e qualità delle forze politiche e potrebbe perpetuarsi anche con una sola Camera…ed in più ora nei vari paesi emergono scenari tri o quadri polari .. Sarebbe invece stato più utile inserire l’istituto della sfiducia costruttiva .
    9) Tralascio il commento su Italicum (una bruttura ora disconosciuta da quasi tutti) che verrà liquidato davvero solo se vince il NO. E ci sono almeno 4 sistemi alternativi (UK, F, D + mattarellum), nessuno dei quali peraltro garantisce di sapere la sera chi ha vinto né ha la droga di un premio di maggioranza.
    Se il 4 dicembre vince il NO non succede nulla di clamoroso, solo si ridà dignità al prossimo Parlamento che vari una riforma molto mirata e condivisa. Se invece vince il Si ci saranno problemi perché la Renzi-Boschi-Verdini (una ‘puttanata’ come dice Cacciari) è comunque un gran pasticcio potenzialmente pericoloso, figlio di una concezione verticistica della democrazia. E questo referendum non c’entra con la politica economica (come pensano i capi di Confindustria, JP Morgan, BCE ecc).

  2. Condivido integralmente questo pregiato articolo.Confermo di essere favorevole a votare SI.Aggiungo che le 9369 parole della Costituzione hanno subito modifiche ed integrazioni con legge costituzionale ben 21 volte.Ripeto quanto già scrissi sull’Avantionline:interessati gli articoli 48,56,57,60,68,79,96,114,116,117,118,119,120,122,123,125,126,127,131,134,135.Il prossimo 4 dicembre non possiamo fare altro che confermare il nostro voto con SI.Manfredi Villani.

  3. Una considerazione o domanda viene spontanea.

    Se veramente pensiamo di trovarci di fronte ad una “riforma del sistema politico che oggi è più necessaria di quanto non lo fosse negli anni ’90”, avremmo allora perso dieci anni, dal momento che il Referendum del 2006 ha bloccato la Riforma costituzionale promossa in quel tempo dal centro-destra, e che rimodulava non poco il sistema politico.

    A fronte di ciò, può essere legittimo chiedersi se l’attuale confronto referendario non abbia soprattutto, e innanzitutto, un significato politico, pur se ci sentiamo dire in continuazione che siamo essenzialmente chiamati ad esprimerci sul contenuto di questa Riforma.

    Paolo B. 13.11.2016

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