venerdì, 23 giugno 2017
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Opinioni e commenti
 

Pietro Nenni aveva ragione, ma è stato messo nel dimenticatoio
Pubblicato il 03-11-2016


Nenni legge l'Avanti!La recente uscita dell’ultima parte dei diari di Pietro Nenni che coprono il periodo 1973-1979 e il ricordo della rivolta ungherese del 1956 ci consentono di sviluppare una riflessione su “Pietro Nenni socialista libertario giacobino”. Dobbiamo il libro al lavoro culturale ed editoriale di Paolo Franchi che nella prefazione coglie insieme la cifra umana e ideale di questo personaggio straordinario.

“Pietro Nenni ha incarnato più di ogni altro il socialismo italiano, e più di ogni altro gli ha impresso il suo segno. Un segno profondamente anomalo, difficile e forse impossibile da mettere a fuoco in termini dottrinari, in ogni caso assai diverso da quello socialdemocratico e (persino negli anni del frontismo, persino quando a Mosca gli veniva conferito il premio Stalin per la pace) da quello comunista. Con un felice ossimoro, Gaetano Arfè lo definì libertario e giacobino.”

Paolo Franchi coglie, però, anche la sottovalutazione storiografica e politico-culturale di cui è stato vittima Pietro Nenni.

“Alcide De Gasperi. Palmiro Togliatti. Forse Ferruccio Parri o, più in generale, il partito d’Azione e la cultura azionista. Poi basta. O quasi. Curiosamente, ma non troppo, nella vulgata democratica, o in quel che ne resta, il nome di Pietro Nenni quasi non figura più tra i padri fondatori dell’Italia repubblicana; o tutt’al più sta sullo sfondo, con un ruolo di comprimario (se non addirittura di caratterista: gli slogan di Nenni, i comizi di Nenni, il basco di Nenni…) che mal gli si attaglia. Come se sul leader politico che della battaglia per la Repubblica fu senza ombra di dubbio il principale protagonista (assai più di De Gasperi, ovviamente, ma pure più di Togliatti) fosse scesa una coltre di silenzio e di oblio.”

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Pietro nenni e Aldo Moro

Ora, nei primi anni del secondo dopoguerra (1945-1946) Pietro Nenni fu una figura fondamentale nella vita politica italiana proprio insieme a Alcide De Gasperi e a Palmiro Togliatti, lo fu per le sue grandi intuizioni e iniziative politiche, lo fu per le sue straordinarie capacità oratorie e lo fu anche per il gravissimo errore della scelta frontista portata fino alle estreme conseguenze di accettare il premio Stalin e di far proprio, con Morandi, il “marxismo-leninismo-stalinismo”. Ma proprio perché Nenni – diversamente da De Gasperi e da Togliatti – non fu uno dei protagonisti della versione italiana della divisione del mondo in due blocchi, egli giocò liberamente e senza condizionamenti la partita del referendum repubblicano. “O la repubblica o il caos” non fu solo un felice slogan, ma una decisiva iniziativa politica. Se si arrivò al referendum “repubblica o monarchia” ciò lo si deve in primo luogo alla fortissima azione politica nenniana, sostenuto in modo convinto dagli azionisti. Togliatti era d’accordo su quella scelta ma volutamente giocò la partita di rimessa, perché gli era ben chiaro che l’Italia era collocata nel campo occidentale visto che era stata liberata dagli eserciti anglo-americano e che quindi una così decisiva svolta quale il mutamento istituzionale poteva avere il concorso del PCI (come del resto tutta la elaborazione della Costituzione) ma non doveva essere messa in conto al PCI proprio per non andare incontro ad una sconfitta. A sua volta De Gasperi aveva un problema non da poco e cioè che mezza DC, da Roma in giù, era monarchica e quindi egli poteva favorire l’avvento della repubblica ma senza lasciare sull’operazione le sue impronte: De Gasperi per il presente e per il futuro doveva giocarsi la partita della maggioranza e del potere con il PCI di Togliatti, e quindi non poteva e non voleva dividere la DC sull’alternativa monarchia o repubblica. Siccome, però, egli personalmente era antifascista e repubblicano fino al midollo lasciò senza mettersi di traverso che qualcun altro fosse il protagonista di quella battaglia. Così in quei due anni cruciali (1945-1946) Pietro Nenni svolse un ruolo trainante nelle piazze e nella dialettica politica per la scelta repubblicana. Si tratta di un merito storico che finora gli è stato riconosciuto solo a mezza bocca.

Nenni-congresso VeneziaCiò detto, bisogna però leggere anche le altre pagine della storia socialista. Proprio mentre Pietro Nenni svolgeva questo ruolo per la vittoria della Repubblica, nel contempo creava tutte le premesse per la disastrosa scelta di dar vita per le elezioni del 18 aprile 1948 al fronte popolare con il PCI: Togliatti accettò di buon grado la proposta nenniana che segnò insieme la sconfitta della sinistra italiana e, in essa, il ridimensionamento del PSI che lasciò al PCI la guida del movimento operaio.

Eppure i risultati della prime elezioni svoltesi nel 1946, quella per la costituente e quella per le amministrative, avevano visto la prevalenza del PSI rispetto al PCI. Con disappunto di Togliatti si vide che malgrado che il PSI fosse sostanzialmente scomparso nei vent’anni del regime fascista, mentre il PC d’Italia aveva svolto un’azione clandestina, tuttavia nell’Italia uscita dalla guerra c’era una fortissima domanda del “socialismo storico” impersonato dal PSI, di un partito riformista e laburista. Ebbene la responsabilità storica di Nenni e di Morandi – malgrado che il primo negli anni trenta, da esule, era stato in Francia e in Spagna e quindi conosceva benissimo cosa fosse l’URSS di Stalin – fu quella di accettare l’egemonia del PCI nella sinistra italiana. Ciò provocò nel 1947 la scissione di Saragat. A sua volta Saragat, come risulta dai suoi scritti dell’epoca, aveva capito molto, quasi tutto, a partire dalla natura organicamente totalitaria dell’URSS. Due i punti deboli della scissione del 1947: da un lato si trattò di un’operazione minoritaria all’interno del PSI, dall’altro lato i quadri socialisti migliori, più attivi, più radicati sul territorio, rimasero nel PSI. Non a caso l’operazione socialdemocratica, che aveva in Saragat un punto di riferimento alto, successivamente ebbe una deriva clientelare e un gruppo dirigente coerente con essa che non a caso fu chiamato la “banda del buco”, capitanata da Mario Tanassi. A loro volta Nenni e Morandi fecero del PSI una sorta di copia di un partito comunista, regolato da un regime interno di stampo staliniano, con Lombardi che non condivideva nulla di quella linea “esiliato” al vertice dei partigiani della pace e Lelio Basso messo ai margini perché in odore di eresia per le sue amicizie compromettenti con comunisti e socialisti dei paesi dell’est trucidati dagli stalinisti di quei paesi. Il bello è che tutto ciò e altro ancora avveniva mentre però, subito dopo il disastroso risultato delle elezioni del 1948, Nenni aveva pienamente la percezione della questione di fondo: “Posso io rifiutare di prendere atto che sotto bandiera, direzione o ispirazione comunista (apparente o reale) non si vince in Occidente? […] Palmiro Togliatti e gli altri dirigenti comunisti non prendono atto di questa situazione? Oppure tutto ciò è per essi senza importanza purché  ci sia un forte Partito Comunista, saldamente legato all’esperienza dell’Oriente e in grado di tenere finché si produce una situazione favorevole.” Malgrado queste considerazioni assai lucide Nenni non prese affatto atto di tutto ciò dal 1948 al 1956 e così il PSI perse l’occasione storica di essere il corrispettivo italiano dei grandi partiti socialdemocratici europei e di contendere al PCI la leadership della sinistra italiana. Il PCI poté diventare il più grande partito comunista dell’Occidente acquisendo fasce sociali ed energie intellettuali che derivavano dalla tradizione socialista. Così il PCI riuscì a incorporare in sé stesso aree culturali e sociali derivanti sia dal massimalismo, sia dal riformismo.Nenni comizio Duomo Milano

Il brusco risveglio da questa condizione subalterna avvenne nel 1956 con il XX congresso e il Rapporto Krusciov che sia pure in modo assai rozzo denunciava i crimini di Stalin. A questo proposito non si può fare a meno di rilevare che sia il PCI sia il PSI presero coscienza di cos’era davvero lo stalinismo non grazie ad una riflessione autonoma ma in seguito alla denuncia fatta da chi allora era il segretario del PCUS. Solo di fronte alla denuncia kruscioviana Togliatti e Nenni “scoprirono” lo stalinismo e fecero i conti con i “crimini di Stalin”. Fu a quel punto, però, che dal 1956 al 1962 Pietro Nenni diede il meglio di sé stesso. Nenni scrisse alcuni saggi su Mondo Operaio, e per parte sua Togliatti rispose alle “domande” di Nuovi Argomenti. Si trattò di due scritti “strategici” di grande impegno. Orbene Pietro Nenni andò al cuore del problema, mentre invece Togliatti elaborò una sofisticata mistificazione preoccupandosi fondamentalmente di stabilire su nuove basi il “legame di ferro” con l’URSS che andava comunque preservato. Invece Nenni affermò che il rapporto Krusciov metteva in questione il sistema comunista come tale, che esso andava cambiato alla radice riconquistando il nesso fra il socialismo e la libertà. Togliatti invece sostenne che la causa dello stalinismo e dei suoi crimini era il “culto della personalità” di Stalin che aveva fatto deviare un sistema fondamentalmente positivo e comunque sempre superiore al putrescente capitalismo monopolistico per cui eliminando questa involuzione ideologica e politica il “comunismo reale” tornava ad essere una sorta di “società perfetta” o quasi perfetta.

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Pietro nenni e Palmiro Togliatti

Il dibattito da ideologico diventò drammaticamente politico in seguito alla rivolta ungherese di operai, studenti, quadri comunisti, di larga parte dello stesso esercito contro il partito stalinista guidato da Rakosi. A quel punto Togliatti giustificò tutto, anzi fece di peggio, perché prima dell’intervento armato inviò una lettera al PCUS nella quale lo sollecitava ad agire in nome della tenuta del campo comunista. Al contrario Nenni sostenne la rivolta ungherese, ruppe col PCI per la sua approvazione di ciò che stava facendo l’URSS, restituì il premio Stalin, divenne il punto di riferimento di una vasta area culturale di sinistra. In quel crogiolo di polemiche e di elaborazioni culturali fu costruita la teoria e la prassi dell’autonomia socialista e fu sostanzialmente rifondato il PSI. Nenni gettò tutto sé stesso, il suo prestigio, la sua storia in questa impresa. Da Antonio Giolitti, a Roberto Guiducci, a Norberto Bobbio, allo stesso Franco Fortini (“Dieci inverni”) a molti altri ebbero allora il PSI come punto di riferimento. Successivamente Nenni si pose il problema di dare uno sbocco politico a tutto ciò ricercando l’intesa con la sinistra DC, poi con Moro e Fanfani per superare il centrismo, far nascere un centro-sinistra riformista, battere la destra interna ed esterna alla DC. Luci e ombre stanno anche in questa seconda fase politica, che va sotto il nome di centro-sinistra che Nenni costruì al suo decollo stabilendo un’alleanza all’interno del PSI con Riccardo Lombardi, Fernando Santi (segretario socialista della CGIL) e con Antonio Giolitti i quali elaborarono un programma assai avanzato di riforme. Paradossalmente il governo più riformatore della fase del centro-sinistra fu il monocolore democristiano guidato da Amintore Fanfani, appoggiato dall’esterno dal PSI, che però fu indebolito dalla scissione del PSIUP, politicamente e finanziarmente sostenuto dal PCUS e dal KGB. Poi il centro-sinistra divenne organico con i governi Moro-Nenni che durarono dal 1964 al 1968. Lentamente, ma inesorabilmente, quei governi furono risucchiati dal moderatismo doroteo e Nenni non riuscì ad avere lo scatto per mettere dialetticamente in discussione un’alleanza che ad un certo momento divenne soffocante e inflisse ai socialisti una dura sconfitta perché da riformista divenne moderata. A quel punto in Nenni prevalsero le ragioni della stabilità e l’esigenza di esorcizzare i pericoli della destra golpista. Il nuovo volume dei Diari (1973-1979) ci restituisce Nenni dopo questa battuta d’arresto e un’altra sconfitta, subita nel 1969, derivante dal fallimento dell’Unificazione socialista che Nenni sperò fosse l’occasione per un salto di qualità e la rifondazione di un grande partito socialista. Purtroppo l’operazione fallì perché il PSDI era diventato un agglomerato di clientele ed essa non ebbe lo slancio, l’aggressività e il fascino che poteva derivare solo se fosse nata all’opposizione della DC dorotea. Questi ultimi diari ci restituiscono un Nenni caratterizzato da un grande spessore umano, dal recupero della cultura socialista tradizionale e impegnato a fondo nelle grandi battaglie laiche sul divorzio e l’aborto. In quegli anni il suo rapporto con Bettino Craxi fu certamente profondo ma i due, però, esprimevano due fasi totalmente diverse dell’impegno e della cultura socialiste. In sostanza Pietro Nenni ha concentrato nella sua persona e nella sua leadership i punti alti e bassi della storia del socialismo italiano fino agli anni sessanta. Di qui una serie di idee guida. Una collocazione sempre vicina agli operai, ai diseredati, ai poveri, come hanno testimoniato anche i sindacalisti socialisti uccisi dalla mafia. Una elaborazione culturale tutta fondata sull’autonomia socialista, sul nesso socialismo-libertà. Sul piano politico l’autonomia era rivolta in entrambe le direzioni, nei confronti sia del PCI che della DC. Purtroppo poi sul piano politico concreto in alcune fasi decisive Nenni è stato subalterno al PCI nel frontismo e poi alla DC nella fase finale del centro-sinistra “classico”. pietro-nenni-bettino-craxiAnche per questo Craxi cercò di operare una sorta di rifondazione del PSI, con materiali culturali di grande spessore derivanti da filoni culturali eterodossi rispetto alla cultura socialista tradizionale, con intenzioni innovative dirompenti quali la problematica della “grande riforma” avanzata nel 1979. Tutto ciò e molto altro ancora (basta pensare al seminario sul dissenso in URSS fatto al festival di Venezia, a Sigonella, all’eliminazione sul punto di contingenza, alla battaglia per salvare Moro) aveva l’obiettivo di dare una sorta di “assalto al cielo” sfidando tutti gli establishment, quello comunista, quello democristiano e quello dei grandi gruppi finanziari pubblici e privati. Una parte di questo establishment saldò i conti con Craxi proprio con Mani pulite nel ’92-’94. In sostanza da Nenni a Craxi il PSI ha avuto delle grandi personalità politiche, dotate di grandi pregi e di grandi difetti, con essi ha vinto molte battaglie ma alla fine, però, ha perso la guerra. Vedendo le vicende attuali del PD c’è da interrogarsi se esso oggi non si stia dibattendo in tante difficoltà e divisioni anche per gli effetti di una sorta di maledizione di Tutankhamon, derivante dal fatto che l’unico sistema di potere sopravvissuto a Mani pulite è stato quello comunista e post comunista e oggi, per una sorta di legge del contrappasso, essa è oggetto di attacchi di tutti i tipi, in primo luogo da parte di chi vuole fare tabula rasa non solo della cosiddetta partitocrazia (intesa come corpo separato dalla società) ma dei partiti in quanto tali. Ma è possibile una democrazia senza partiti?

Fabrizio Cicchitto
Recensione uscita su Il Dubbio sabato 29 ottobre 2016Diari (1973-1979) Pietro Nenni Curatore: P. Franchi, M. V. Tomassi Editore: Marsilio Collana: I nodi Anno edizione: 2016 Pagine: 511 p. , Rilegato
Pietro Nenni socialista libertario giacobino – Diari (1973-1979)
Curatore: P. Franchi, M. V. Tomassi
Editore: Marsilio – Pagine: 511  – Euro 25,00

 

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