mercoledì, 22 febbraio 2017
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Opinioni e commenti
 

Pragmatismo in risposta
al populismo
Pubblicato il 17-11-2016


L’alternativa al populismo passa dalla ricerca pragmatica di soluzioni che favoriscano il ritorno ad un’economia libera ma anche al servizio delle persone e attenta al bene comune.

Questo comporta scelte distruttive, fuori dagli schemi ideologici tradizionali, contenenti misure di politica economica un tempo incompatibili con il vecchio schema che contrapponeva labouristi a conservatori.

L’assunto di fondo è che sia tornata di attualità l’ispirazione ideale del Kennedysmo della nuova frontiera che riteneva che il radicalismo degli ideali e lo sguardo lungo sul futuro, dovessero accompagnarsi al realismo delle soluzioni, spesso per definizione fuori dagli schemi ideologici tradizionali.

Sulla stampa internazionale sono usciti in questi giorni alcuni interessanti articoli che analizzano le cause della vittoria di Trump negli Stati Uniti e dell’avanzata dei movimenti nazional populisti nelle grandi democrazie occidentali.

Alcuni di questi fanno risalire il fenomeno a ragioni sostanzialmente di carattere economico di cui l’immigrazione di massa è un tassello importante ma non decisivo.

Non siamo insomma diventati tutti razzisti ed impauriti, ma stando a queste analisi economiche avremmo perso la fiducia nel fatto che questo sistema economico sia in grado di servire le persone e non solo di mettere le persone al suo servizio o di emarginarle.

Le classi dirigenti occidentali al timone nell’era della globalizzazione che ha duramente impattato sulle economie dei paesi occidentali negli ultimi 20 anni, appartenenti ai partiti conservatori e progressisti avrebbero indifferentemente lavorato a favore di un sistema economico che ha generato un passaggio di reddito dai salari netti dei lavoratori al valore degli utili e dei dividendi lucrati dagli azionisti.

Il sistema avrebbe in parole povere smesso di funzionare per aumentare il benessere dei lavoratori salariati che costituiscono il grande bacino di domanda in grado di acquistare prodotti e servizi prodotti e venduti da quelle aziende che hanno invece aumentato in modo esponenziale i loro profitti proprio comprimendo il costo del lavoro.

Tale processo sarebbe comunque destinato ad avvitarsi su se stesso per un graduale indebolimento della domanda prodotta proprio da quella classe media che ha visto una contrazione progressiva del proprio potere d’acquisto.

Da sinistra tornano ad alzarsi le voci di coloro he invocano Keynes alla faccia del crescente indebitamento di molte importanti economie europee ma anche di quella americana che non più di due anni fa ha visto il proprio Governo federale sfiorare il default.

La realtà è che viviamo una fase congiunturale soprattutto nei paesi occidentali che richiederebbe un pragmatismo freddo e analitico molto lontano dalle scelte di pancia che vengono propinate a gran voce dai movimenti nazional populisti, dal conservatorismo pro-establishemnt che i partiti tradizionali esprimono e dalle ricette economiche ispirate da assunti ideologici preconcetti.

È vero che alcuni stati sono super indebitati e questo vale soprattutto per l’Italia che alla luce del suo peso economico, espone a rischi di attacchi speculativi l’intera area Euro, ma è vero anche che dopo decenni di politiche della supply side economics e cioè tese ad aumentare la produttività e la competitività dell’offerta, accompagnate da politiche di contenimento della spesa pubblica, l’economia richiede a gran voce uno shock positivo di domanda che svolga una funzione anticiclica.

Una politica economica di stimolo della domanda disruptive che ristabilisca fiducia nel futuro, quindi aspettative positive, propensione degli imprenditori ad investire e delle banche commerciali a fornire credito.

Continuare ad agire sul lato dell’offerta, come la teoria economica liberista ha imposto ai Governi negli ultimi 25 anni, ha avuto una sua utilità in termini di riduzione del tasso di aumento dei prezzi e di aumento di produttività dell’offerta, ma va riconosciuto che le ricette adottate fino ad oggi non aiutano l’economia ad uscire dalla spirale dflazionista e recessiva in cui sembra essere irrimediabilmente caduta.

Continuare ad immettere liquidità nel sistema nella speranza che le banche secondo criteri di mercato la facciano confluire in piani di investimento privati delle imprese, si sta dimostrando una misura sterile ai fini della ripresa strutturale dell’economia.

Le banche commerciali sono strutturalmente avverse al rischio e tendono a trattenere la liquidità generata da BCE realizzando investimenti finanziari con rendimenti più interessanti, invece che re-immetterla nell’economia facendo credito alle imprese ; le stesse imprese infatti sono altamente insolventi e operano su un mercato competitivo e soprattutto debole con una domanda stagnante se non strutturalmente in calo.

Molte imprese inoltre non solo chiedono credito e non ottenendolo evitano di investire deprimendo ulteriormente la domanda aggregata, ma spesso non lo chiedono perché non esiste una domanda di prodotti e servizi che giustifichi la realizzazione di investimenti: perché aumentare la produzione o la produttività se si opera in un contesto in cui mancano gli ordini ?

Qual’è quindi la risposta di un riformismo pragmatico e post-ideologico che abbia lo scopo di far ripartire l’economia in modo che sia in grado di generare posti di lavoro reddito e nuova domanda ?

Un piano di investimenti pubblici strategici che si concentri sulle aree di arretratezza strutturale italiana ma anche di altri paesei europei ed occidentali che hanno un diretto impatto sulla qualità della vita dei cittadini:

o Trasporto pubblico locale
o Recupero urbanistico delle periferie
o Bonifiche ambientali
o Coibentazione e risparmio energetico di tutti gli edifici pubblici
o Banda larga e telecomunicazioni
o Sicurezza, controllo dei confini e difesa

A differenza però di quanti propongono un aritmetico aumento della spesa che consenta di realizzare questi investimenti, un riformismo pragmatico e post-ideologico deve continuare a perseguire la riduzione della spesa corrente e una forte razionalizzazione delle funzioni di acquisto nella pubblica amministrazione a partire da sanità e scuola, aree di intervento considerate invece sempre a torto intoccabili, ma ricche invece di sprechi e diffusi fenomeni di corruzione nella gestione degli appalti.

Fabrizio Macri – Zurigo

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