martedì, 27 giugno 2017
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Opinioni e commenti
 

Reddito di inclusione
e lotta contro la povertà
Pubblicato il 22-11-2016


Le stime sulla povertà esistente in Italia provengono dall’indagine che l’ISTAT conduce per rilevare la struttura e il livello della spesa per consumi delle famiglie residenti, tenendo conto delle loro principali caratteristiche sociali, economiche e territoriali. A tal fine, vengono rilevate tutte le spese sostenute per acquistare beni e servizi destinati al consumo familiare; ogni altra spesa effettuata per scopo diverso dal consumo è invece esclusa dalla rilevazione.

Lo stato di povertà delle famiglie viene stimato in base alla loro incapacità di acquisire determinati beni e servizi primari, considerati essenziali per vivere in modo dignitoso. L’ipotesi posta alla base dell’indagine ISTAT sulle spese è che i bisogni primari e i beni e i servizi idonei alla loro soddisfazione siano omogenei su tutto il territorio nazionale, tenendo però conto del fatto che i costi sono variabili tra le varie zone del Paese.

Com’è noto viene distinta la povertà assoluta da quella relativa. Il valore monetario dell’insieme dei beni e servizi primari necessari alla sopravvivenza di una famiglia corrisponde alla soglia di povertà assoluta; questa, quindi, è espressa dal valore monetario, a prezzi correnti, del “paniere di beni e servizi” considerati essenziali per ciascuna famiglia, definita in base all’età dei componenti, alla ripartizione geografica e alla tipologia del comune di residenza. Una famiglia è assolutamente povera, se sostiene una spesa mensile per consumi pari o inferiore a tale valore monetario.

La povertà relativa valuta la disuguaglianza nella distribuzione della spesa per consumi, individuando le famiglie povere in quelle che presentano una condizione di svantaggio rispetto alle altre. Viene definita povera, in termini relativi, una famiglia di due componenti con una spesa per consumi inferiore alla spesa media per consumi pro-capite riferita all’intero Paese.

Nel 2014, dopo due anni di aumento, la consistenza della povertà assoluta sembrava essersi stabilizzata: 1 milione e 470 mila famiglie (5,7% di quelle residenti) era in condizione di povertà assoluta, per un totale di 4 milioni 102 mila persone (6,8% della popolazione residente). Di queste, il 4,2% circa risiedeva nelle regioni del Nord del Paese, il 4,8% nelle regioni del Centro e il 9% nelle regioni meridionali. Anche la povertà relativa nel 2014 sembrava essersi stabilizzata, interessando il 10,3% delle famiglie e il 12,9% delle persone residenti, per un totale di 2 milioni 654 mila famiglie e di 7 milioni 815 mila persone. Di queste, il 4,9% circa risiedeva nelle regioni del Nord, il 6,3, in quelle del centro e il 10,3% nelle regioni meridionali.

Gli ultimi dati diffusi dall’Istat non sono però del tutto tranquillizzanti; sia la povertà assoluta che quella relativa sono aumentate, passando la prima da 4,1 milioni di persone a 4,5 milioni e la seconda da 7,8 milioni circa di persone a 8,3 milioni. Il trend della povertà assoluta e relativa in Italia sembra tornato a crescere, sia pure tendenzialmente, evidenziando un problema sociale per il quale non vi è mai stato nel Paese una sufficiente attenzione.

Nel mese di luglio è stato approvato alla Camera dei Deputati un disegno di legge delega che dovrebbe introdurre in Italia una prima misura strutturale di lotta alla povertà, centrata sull’erogazione di un “reddito di inclusione”; questo forma di reddito, sarà caratterizzata da “tre aspetti importanti sinora trascurati nel sistema di lotta alla povertà in Italia: universalità, efficienza e complementarietà a un reinserimento nel mercato del lavoro”. E’ quanto sostiene “Tortuga” (pseudonimo di un “gruppo di studio” dell’Università Bocconi), in “Reddito di inclusione, primo passo contro la povertà”, apparso sul n. 2/2016 del quadrimestrale di politiche sociali, diritto e pratiche sociali “Nuove Tutele”, del “Patronato INAS della CISL”.

Il reddito di inclusione sarà universale, in quanto sarà erogato a livello di nucleo familiare, sull’intero territorio nazionale, a tutti coloro che vivono in condizioni di povertà assoluta; il suo ammontare sarà determinato secondo l’”Indicatore della Situazione Economica Equivalente” (ISEE), che terrà conto del patrimonio (mobiliare e immobiliare) e delle caratteristiche, per numerosità e tipologia, del nucleo familiare. La nuova forma di reddito sarà volta a semplificare la burocrazia assistenziale, per rendere più efficiente in generale l’intero sistema di sicurezza sociale, oltre che per realizzare uno stretto legame fra il reddito corrisposto ai beneficiari ed il reinserimento di questi nel mercato del lavoro.

A parere di Tortuga, il reddito di inclusione che sarà introdotto presenta un insieme di limiti, individuati nella “limitatezza” della platea dei beneficiari, nell’”indeterminatezza” dello stanziamento  e nel fatto che l’Italia occupi una delle ultime posizioni a livello europeo nella graduatoria degli “interventi di sostegno” a favore di chi versa in condizioni di povertà. Con lo stanziamento di soli 1,6 milioni per i primi due anni, osserva Tortuga, la misura di sostegno non raggiungerà tutti coloro che versano in condizioni di povertà; il disegno di legge rimane poi vago sull’importo dello stanziamento, che verrà stabilito nel tempo “in base alle risorse contingenti”; la limitatezza delle risorse e la loro indeterminatezza continueranno a conservare l’Italia in uno degli ultimi posti nella graduatoria europea degli interventi di sostegno erogati, collocandosi solo prima della Grecia e della Romania.

Le osservazioni critiche di Tortuga sono sicuramente valide; esse sono però riferite al reddito di inclusione inteso solo come “misura di sostegno”, mentre tale forma di reddito, se veramente volesse avere la natura di “misura strutturale per la lotta alla povertà”, dovrebbe essere intesa in ben altro modo, cioè in termini di “reddito di cittadinanza”. In Italia, quando nel dibattito politico si discute di quest’ultima forma di reddito, non viene mai considerata la specificità della sua natura e delle sue funzioni.

Notoriamente, il reddito di cittadinanza è inteso non come misura assistenziale inquadrabile nella struttura propria dello stato di sicurezza sociale di stampo keynesiano, ma come strumento innovativo e riformatore del welfare State esistente; esso, infatti, oltre ad essere universale è anche incondizionato, nel senso che può essere speso dai percettori per qualsiasi scopo, non solo per il puro e semplice sostentamento. Infine – e questo è ciò che più conta – l’erogazione del reddito di cittadinanza è svincolata dallo scopo di dover favorire il reinserimento dei fruitori nel mercato del lavoro; in particolare, è questa caratteristica a connotare in termini strutturali e innovativi, non solo la lotta alla povertà, ma anche la promozione della crescita e dello sviluppo del sistema economico all’interno del quale il reddito di cittadinanza viene erogato.

Se il reddito di cittadinanza è omologato ad una indennità per la lotta contro la povertà, i soggetti vengono a trovarsi nella condizione di essere titolari di un diritto a ricevere un reddito, ma anche in quella d’essere subordinati alla posizione di soggetti in condizioni di indigenza destinati ad essere reinseriti nel mercato del lavoro, per il perseguimento di un obiettivo eterodiretto, quale è ad esempio lo stabile funzionamento del sistema economico attraverso il sostegno della domanda aggregata: obiettivo, questo, estraneo alla lotta contro la povertà.

E’ questo un punto qualificante del reddito di cittadinanza; esso consente di distinguerlo da ogni altra forma di misura pubblica in favore della povertà. Per meglio evidenziare la funzione del reddito di cittadinanza, possono valere le osservazioni che Walter Van Trier (“Social Dividend e Keynes-Connection”, in Democrazia e Diritto, 1990) ha formulato con riferimento agli assegnatari di un reddito di cittadinanza.

Nel welfare State di derivazione keynesiana, dove l’erogazione di una qualunque misura di sostegno è normalmente subordinata al reinserimento nel mercato del lavoro dei fruitori, il reddito di cittadinanza non può svolgere la funzione che gli è propria. Ipotizzando, invece, che gli assegnatari possano “lavorare in proprio”, utilizzando le risorse ricevute a sostegno della loro condizione, essi trasformerebbero una parte del valore dei beni e servizi da loro stessi prodotti in un’aggiunta netta al valore dei beni che potrebbero consumare se decidessero di non “lavorare in proprio”. E’ questa la ragione per cui, all’interno della logica keynesiana, gli assegnatari di una misura di sostegno, destinando le risorse ricevute solo all’acquisto di beni per il loro consumo, “avvantaggiano” il sistema economico, ma in misura inferiore a quella potenzialmente possibile, perché mancherebbero di utilizzare le risorse ricevute per contribuire alla realizzazione di un maggior livello produttivo complessivo.

Il reddito di cittadinanza possiede delle implicazioni che vanno ben oltre quelle dei redditi di sostegno erogati secondo la logica keynesiana; esso, infatti, “sgancia” la prestazione del welfare State in favore di coloro che si trovano in stato di bisogno, non solo dal fine di un loro reinserimento nel mercato del lavoro, ma anche dalla forma in cui il reddito di sostegno ricevuto può essere “consumato”; in altri termini, il reddito di cittadinanza “sgancia” la prestazione del welfare State in favore, ad esempio, dei poveri, dal loro contributo al miglioramento delle condizioni generali del sistema economico, limitato però solo agli effetti del loro consumo. Ciò significa che, con il reddito di cittadinanza, ai poveri sono assegnati i mezzi necessari per migliorare le loro condizioni esistenziali, con la presunzione che tale miglioramento possa tradursi in un “vantaggio” per tutti, perché sotteso anche a un’attività innovativa di impiego dei mezzi ricevuti, da “far bene” ai poveri ed all’intero sistema sociale cui appartengono. Il reddito di cittadinanza è ben altra cosa dal reddito di inclusione che si prevede di voler introdurre in Italia.

Gianfranco Sabattini

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