giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Ilda Sangalli Riedmiller
Seppellire la riforma sarebbe
un salto nel buio
Pubblicato il 16-11-2016


Le elezioni americane hanno dimostrato quanto ogni voto politico abbia due aspetti: uno concreto e uno simbolico. Sappiamo poco del programma elettorale di Trump anche perché in questi ultimi mesi ha detto molte cose in contrasto tra di loro. Sarà più isolazionista, più unilaterale, più muscolare nei rapporti internazionali. Ma è ancora troppo vago. La valenza simbolica della sua vittoria ha però già segnato uno spartiacque che vale di più (almeno per ora) di qualsiasi provvedimento reale. Vince il maleducato, il maschilista retrivo. Perché la gente, soprattutto quella più povera e disagiata, si identifica in questi atteggiamenti e allo stesso tempo sogna di diventare come il leader: ricco, potente, di successo (capace di restituire dignità ai “bianchi”). Vince chi urla di più. Chi promette una rivoluzione anti sistema. Vedremo cosa accadrà nei prossimi mesi.

Aspetti concreti e simbolici riguardano anche il referendum costituzionale del 4 dicembre. Vale la pena parlare del merito dei cambiamenti? Probabilmente solo pochi cittadini hanno il tempo e la voglia di orientare il proprio voto a seconda del proprio giudizio sui punti principali della riforma; molti altri decideranno secondo parametri diversi, in primis il favore o l’avversione al governo Renzi. La tradizione politica socialista però chiama a una politica diversa, basata sul confronto razionale intorno a battaglie chiare e comprensibili. Non si può discettare sull’inesistente. Dibattere a suon di insulti e di slogan, utili solo per confondere. Scriveva Luigi Einaudi più di 50 anni fa: la mente umana “è pigra e nel tempo stesso amantissima delle novità specie se popolari e seducenti ed odia le novità che promettono poco in seguito a lunga fatica”. Ma lui stesso credeva che soltanto una politica fondata sui fatti, sui dati, su ipotesi credibili e su soluzioni non azzardate sia l’unica a poter risolvere i problemi. Con Einaudi crediamo invece ancora al motto “conoscere per deliberare”.

Siamo di fronte alla proposta più ampia di modifica della Costituzione mai messa in campo. A qualcuno ciò spaventa, ma se pensiamo che la prima parte della Carta non viene toccata, siamo sicuri che i principi “usciti” dalla Resistenza rimangono tali e quali. Non sono in questione i contrappesi democratici. Neppure fantasmi di svolte autoritarie. La riforma cerca di chiarire maggiormente i poteri del premier (per esempio disciplinando l’utilizzo dei “decreti legge”) e supera il bicameralismo paritario. A mio avviso questo è un passo in avanti benché, forse, si sarebbe potuto fare qualcosa di più. Ma la politica deve fare i conti con l’esistente ed il meglio è nemico del bene Anche il capitolo sul regionalismo sembra sia un tentativo di riordinare una materia complessa che, purtroppo, era rimasta troppo farraginosa con la riforma del titolo V avvenuta nel 2001. Il federalismo non ha funzionato o almeno non ha funzionato come ci aspettavamo e bisognava assolutamente delimitare i poteri delle Regioni.

Non credo che ci sia un pericolo di neocentralismo. Anche perché, come dimostrano i paragrafi dedicati alle Autonomie speciali, non ci troviamo di fronte a un governo ostile agli enti locali. Per il Trentino si sancisce che non potrà cambiare nulla se non dopo la revisione dello Statuto di Autonomia, modificabile soltanto attraverso un’intesa pattizia tra lo Stato e la Provincia. Se la riforma venisse bocciata, qualsiasi ulteriore futura modifica sarà peggiorativa per l’autonomia del Trentino: questo va detto con chiarezza perché i centralisti più convinti sono quasi tutti sul fronte del NO.

Esiste però anche una valenza simbolica della consultazione. L’impatto di un voto negativo segnerebbe la legislatura e forse anche il governo Renzi. Sarebbe un’altra vittoria della politica delle grida, della negazione. Senza un orizzonte ulteriore, se non quello di una palingenetica rinascita dalle macerie. Avremmo solo macerie. Lo scenario nazionale, europeo e internazionale ci chiama a una scelta diversa, a scommettere sul futuro partendo da qualcosa di concreto, da una riforma che si attende da 40 anni. Il governo Renzi resta uno degli esecutivi più europeisti del continente. Un NO al referendum verrebbe interpretato come una vittoria delle forze anti europeiste.

Stiamo viaggiando in terra incognita. Seppellire la riforma sarebbe un ulteriore salto nel buio.

Ilda Sangalli Riedmiller 

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