giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Scrive Niccolò Musmeci:
Io e il Collettivo
Pubblicato il 14-11-2016


Camminando si scoprono punti nuovi della città e certe volte ti riesci ad infilare in posti assai interessanti. A lato di quella straducola incastonata fra i palazzi c’è il Collettivo. Rientra in un edificio, l’anticamera del Collettivo, tappezzata di manifesti sul vivere insieme, con bandiere di sgargianti colori sbiaditi. Sopra di tutto troneggia la vecchia insegna, di tempi politicamente più dinamici: S.CHE. Avvicinandomi a quella porta di plastica e finto ottone iniziai a sentire delle voci che si alzavano ritmate in una grande litania. Entrando dentro si metteva piede in una sala con tante sedie a fila. Il pavimento in cotto lurido di suola e di cenere, le pareti con immagini familiari sia nei libri di storia sia nei documentari sulle distopie. Le persone dentro erano di varia età e tipologia. Un vecchio vestito a strati di maglioni e giacche logore, ragazzi in felpa o in giubbotti lacerati, ragazze con pesanti stivali comodi come il cemento e per il resto uguali. La sala era offuscata in un malinconico e sicuramente economico fumo di sigarette e sigaracci. Infine entrò un tizio agghindato similmente a questo gruppo e si sedette su di una sedia dietro una scrivania posta al lato opposto delle file di sedie. Alla sua destra ed alla sua sinistra aveva un signore di mezza età non propriamente in salute dallo sguardo opaco e a sinistra una ragazzina in stile punk, ma non troppo. Iniziò a parlare il primo “Compagneros siamo qui riuniti oggi per avanzare proposte per il miglioramento del Collettivo. Come sapete alcuni di noi propongono un cambiamento per le nuove battaglie contro il fascismo e lo squadrismo intollerante che elimina il diritto alla rivolta e alla parola che noi…” si insomma le solite cose. Quando un discorso continua e non ti appassiona difficilmente lo segui, ma sforzandosi si può riprendere il discorso “… necessari alla rivoluzione. La classe borghese non accetta la nostra esistenza e crede di poter sviare i comrades uniti nella sofferenza alla via della giusta verità rivoluzionaria! Oggi però voteremo per la riforma dello stato della rivoluzione oppure per la riforma della vera via verso il progresso”. Le voci si fecero rumorose e la foschia dei fumi di Virginia, Kentuky e additivi si diradò. Un vecchio con un ascot rosso assai antico si alzò e parlò “ I tempi sono cambiati e non si può più trattare della politica come un tempo, oggi il popolo è incosciente della sua potenza, non vuole più auto determinarsi, chiede gioie che non si può permettere, eppure spera in un miglioramento che forse il caso porterà. Noi dobbiamo adeguare gli ideali a diversi metodi ed essi cambiano con il tempo, dobbiamo proporci al pubblico con sistemi nuovi, abbandonando le vecchie forme di lotta. Guardate gli scioperi insomma, le occupazioni (colpo di tosse dato da ammezzati forti in gran quantità) e si insomma non servono più! Credo che dobbiamo adattarci ai tempi che verranno oppure non sopravviveremo…””Gli scioperi però non rompono i coglioni!” La voce ruvida era stata interrotta da una meno matura. Erano nate due fazioni, una a sinistra della sala, urlanti bestemmie e insulti contro il vecchio e alcuni ragazzi che lo difendevano. “ Lasciatelo parlare!” “Che ha detto di male” “ perché lo interrompete?” ma l’efficacia fu tenue e alcuni di loro uscirono impauriti da tali gestualità bestiali. Fu il soggetto seduto dietro la scrivania a fermare il turpiloquio e tutte le ingiuriosi verbali “ Frères miei! Accettiamo la proposta, che verrà messa fra le votazioni, ricordate che siamo in una democrazia diretta. Do la parola a questa ragazza nelle prime file.”. Anche in questo caso la ragazza si alzò e iniziò con un tono quasi adirato “Ma ci rendiamo conto della gravità di queste parole? La via della rivoluzione è già tracciata, siamo l’utopia razionale! Non possiamo contaminarci con le altre formazioni politiche da poco o finiremo anche noi, dobbiamo fare barriera! La vecchia via è l’unica vera via! Il mondo si adatterà al nostro metodo…” Slogan, belle parole e tanto fumo, molto più questo figurativo di quello precedente. Ma comunque il discorso stava appassionando tutti distogliendo la mia attenzione da questa voce così giovane quanto monotona. In fondo alla sala intanto la mia vista si pose su quell’assai poco garbato urlatore che interruppe il discorso riformatore. Un giovane uomo con un felpone grigio topo la testa rasata una dozzina di giorni fa e la barba rasata tempo fa con una macchinetta elettrica. Non si può notare il suo orecchino argentato che luccicava esattamente come i suoi occhi verdi chiari leggermente arrossati dalla botta di adrenalina e dal fumo ambedue presenti nella sala.“ Non è stato molto gentile urlare in quel modo a quel vecchietto, non credi?” “E tu chi diavolo sei? Cosa credi di fare? Quel vecchiaccio è un traditore e basta, tempo fa mi hanno detto che era un gran capo cellula e poi ha iniziato a interpretare a caso. Il metodo è il nostro ed è unico, la rivoluzione arriverà. Quel tizio non può andare contro la scia ideologica. La nostra idea è immobile e non si deve modificare o morirà. Vai pure da quel poveraccio, ma tu da che parte stai?” “ Io sono entrato per ascoltare ed osservare” “ Bene amico ora ascoltiamo il capo cellula, è lui che detiene la formula della vittoria”. E questo fu il mio biglietto di buona uscita, ma dopotutto dovevo capire. E così decisi di recarmi da quello che era l’unica persona che mi aveva veramente colpito quella sera, colui che nella sua vecchiaia conteneva più modernità della sala. “Per me non hai detto cose errate e come ti hanno trattato meriterebbero la tua assenza”, ma il vecchio con una grande aria di malinconia si alzò e si recò da un lato della sala dove i volumi si facevano più antichi. “ Qui riposa la mia storia, la mia vita, la mia passione. I tempi sono diversi e il mondo in cui vivevo si sta definitivamente dissolvendo, eppure sono legato a questo mondo, tanto legato… Come un vecchio ramo che non si vuole staccare dal vecchio albero appassito. Io continuo a tornare perché…” “ Si avviano le votazioni my comrades! Tendete in alto il braccio destro per il voto a favore della mozione del nostro veterano e affezionatissimo fratello Giampaolo, sennò state immobili. Via!” Una decina scarsa era a favore, ma mi venne spontaneo alzare la mano noncurante delle conseguenze. Infatti la maggioranza, dopo aver ringhiato contro i vinti e gioito per la vittoria si scatenò in svariati applausi, con qualcuno che andava a protestare contro il mio voto, che a quanto pare non era troppo gradito da questa “democrazia diretta”. Il vecchio Gianpaolo uscì con una faccia triste e nella mano un’ammezzato. Anche qui mi fu naturale seguirlo. E così si allontanò di alcuni passi fino a fermarsi. Accese il sigaro con una discreta abilità e infine sospirò nella sua nuvola di fumo. Dopo che la volata nicotinica si diradò malinconicamente parlò “ Torno per vedere un’improbabile riforma del collettivo, prima di vederlo sprofondare nell’obsolescenza. Adesso è tempo che qualcosa muoia per generare il nuovo, ma chi lo farà nascere?”. Infine mentre la sua figura si dileguava le voci dal circolo elogiavano l’ennesimo immobilismo. A lato di quella straducola era incastrato fra i palazzi l’ultima resistenza della vecchia geopolitica. Dopotutto la brace ci mette del tempo prima di divenire cenere.

Niccolò Musmeci

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