sabato, 3 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Vincenzo Iacovissi
Perché è giusto votare SI
Pubblicato il 29-11-2016


Mancano ormai pochissimi giorni alla fine di questa interminabile campagna referendaria. Molto è stato detto da entrambi gli schieramenti, spesso con toni eccessivi. Come tutti sappiamo, con il voto del 4 dicembre l’Italia affronterà un tornante delicato della propria storia, poiché da esso potranno dipendere molte scelte del futuro.

Lo dico subito. Ero e resto contrario al clima di demonizzazione reciproca che ha caratterizzato la campagna, perché la mattina del 5 dicembre, comunque vada a finire, ciascuno dovrà porsi il problema di ricucire il Paese, includendo vincitori e vinti in uno stesso disegno nazionale. Purtuttavia, però, non posso non rilevare quanto sia importante un voto favorevole alla riforma costituzionale.

A prescindere dalla opinioni personali, infatti, è indubbio che questa revisione della seconda parte della Costituzione realizza degli obiettivi al centro del dibattito politico-costituzionale da almeno quaranta anni, se è vero che, ad esempio, il tema del superamento del bicameralismo paritario si impose già nei primi decenni di funzionamento dell’architettura repubblicana. In particolare, la cronica instabilità dei Governi ha sempre beneficiato, come concausa, di un assetto istituzionale basato sul regime della c.d. “doppia fiducia”, cioè l’obbligo per ogni Esecutivo di ottenere (e mantenere) la fiducia da parte di ciascun ramo del Parlamento, con il rischio di maggioranze differenti tra Camera e Senato a fare da ostacolo ad una stabile azione di governo. L’esperienza dell’ultimo ventennio sta li a dimostrarlo, inducendoci quindi ad auspicare una rivisitazione capace di allineare il nostro sistema a quello delle democrazie europee comparabili, come Gran Bretagna Francia, Germania, Spagna, laddove, come noto, i Governi stanno in piedi fino a che possono contare su una maggioranza nella Camera politica di ciascuno di questi Paesi, e non in entrambe.

Votare SI significa quindi lasciarsi alle spalle questo unicum nel panorama occidentale, e rendere così più chiaro e franco il rapporto tra Esecutivo e Legislativo, e quindi, a cascata, anche tra politica e cittadini.

Ma c’è un altro aspetto meritevole di nota. La riforma provvede a rimuovere una serie di “guasti” nelle relazioni tra centro e periferia, ossia tra Stato e regioni, poiché razionalizza le competenze legislative tra i due livelli favorendo il ritorno allo Stato di una serie di materie strategiche, come energia, trasporti, finanza pubblica che fino a oggi sono parcellizzate in 20 regioni e che invece necessitano di una disciplina unitaria centrale, per non realizzare pericolose discriminazioni nell’accesso ai servizi a seconda del luogo di residenza. Ecco perché è da apprezzare l’abolizione delle c.d. “materie concorrenti” e un ritorno delle regioni al ruolo di enti substatali più adatto alle caratteristiche territoriali del nostro sistema.

Accanto a queste, diverse sono le disposizioni che innovano, dal ridimensionamento del decreto legge all’attribuzione al Governo di strumenti per governare efficacemente e senza abusi, dalla promozione di istituti di democrazia diretta (riduzione quorum per referendum abrogativo e introduzione di quello propositivo e di indirizzo), alla semplificazione dei livelli istituzionali.

Infine, con la riforma si procede ad una sostanziale contrazione dei costi, grazie alla riduzione del numero dei parlamentari, passando dagli attuali 945 ai futuri 730, e alla fissazione di un tetto alla retribuzione dei consiglieri regionali: misure che secondo le statistiche più autorevoli consentiranno un risparmio tra i 120 e i 150 milioni di euro l’anno. La democrazia ha certo il suo costo, ma la riforma lo riconduce ad un alveo fisiologico ed elimina quelle degenerazioni, soprattutto in ambito regionale, che hanno occupato le cronache scandalistiche degli ultimi anni.

Domenica mattina saranno queste le principali motivazioni che porterò con me nella cabina elettorale, con la speranza che dal giorno seguente l’Italia imbocchi la strada dell’innovazione e della modernità.

Una strada non priva di curve ed ostacoli, ma che vale la pena di prendere.

Vincenzo Iacovissi
Responsabile nazionale riforme istituzionali PSI

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Commenti all'articolo
  1. Andando per ordine, credo che il clima surriscaldato dell’attuale campagna referendaria, il quale non mi sembra aver avuto altri precedenti, sia figlio della politicizzazione che fu data all’origine, e mi pare di non essere il solo a pensarla così, e c’è altresì da prevedere che lascerà una coda di risentimenti e rancori, che probabilmente renderanno tutt’altro che facile la successiva “pacificazione”.

    Quando poi parliamo di “allineare il nostro sistema a quello delle democrazie europee comparabili”, bisognerebbe tener presente che vi sono Paesi in cui vige il “presidenzialismo” , o il premierato forte”, ovvero la “sfiducia costruttiva”, ossia meccanismi che puntano a rendere effettivamente più stabili gli Esecutivi (la Riforma costituzionale del 2006 andava in tal senso eppure fu bocciata).

    Sempre riguardo alla Riforma del 2006, prevedeva anch’essa una significativa riduzione numerica dei Parlamentari, e aveva altresì riscritto i rapporti fra lo Stato e le Regioni, rispetto a quanto stabilito in precedenza dalla revisione costituzionale del 2001, che con le materie “concorrenti” aveva creato incertezze di competenze, e anche contenziosi, stando a quanto capita talora di leggere .

    Eppure quella Riforma di dieci anni orsono venne respinta, ancorché contenesse pure misure “antiribaltone”, che cercavano di dar risposta ad un problema che mi pare essere piuttosto sentito, ma nonostante la sua bocciatura, ossia il prevalere dei NO, non successe, che io ricordi, alcun “sconquasso” sul piano dei mercati e dell’economia..

    Nell’attuale confronto referendario, però, le ragioni di contenuto sembrano ormai aver lasciato il passo a quelle di natura essenzialmente politica – cosa che non ci dovremmo nascondere – ed è verosimilmente per questo che il Paese si trova ad essere oggi così diviso e spaccato, e non sarà neppure semplice, a mio modo di vedere, il ricomporre questa “frattura” dopo il 4 dicembre.

    Paolo B. 30.11.2016

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