domenica, 22 gennaio 2017
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Opinioni e commenti
 

FATTI NON PAROLE
Pubblicato il 25-11-2016


“Il 25 novembre è la giornata delle parole, delle manifestazioni, delle campagne di sensibilizzazione, è giusto così ed è importante che almeno una volta l’anno si parli di femminicidi e di violenza sulle donne. Poi però negli altri 364 giorni servono i fatti”. Pia Locatelli, capogruppo del Psi e presidente del comitato Diritti umani della Camera, da sempre impegnata per i diritti delle donne (è stata per due mandati presidente e attualmente è presidente onoraria dell’Internazionale socialista donne), fa il punto della situazione nella Giornata internazionale contro la violenza.

Iniziamo a parlare di numeri: dall’inizio dell’anno ad oggi sono 102 le donne vittime di femminicidio, praticamente una ogni 74 ore…

Tantissime. Ancora troppe, anche se il dato è leggermente in calo del 9% rispetto allo stesso periodo del 2015, quando si contavano otto omicidi in più, per un totale di 116 in 12 mesi. Se confrontati con quelli dei due anni precedenti, i numeri risultano percentualmente in aumento rispetto all’anno 2014, che ha visto la triste conta di 110 vittime e in calo rispetto al 2013, in cui si sono registrati ben 138 femminicidi. Ma la cosa più allarmante è che gli assassini sono soprattutto mariti o compagni. I dati confermano purtroppo che il trend continua ad essere costante, tanto più che non cambiano i dati relativi al reato di maltrattamenti, un reato molto pericoloso perché può sfociare in tragedia.

Che risposte può dare la politica e le istituzioni per fermare quella che sembra essere una mattanza senza fine?

Devo dire che fino a qualche anno fa la politica era sostanzialmente assente. In questa legislatura, invece, grazie anche alla sensibilità dimostrata dalla Presidente Boldrini, il tema del femminicidio e della violenza sulle donne è stato affrontato sin da subito. Il primo provvedimento approvato da questo Parlamento è stato la ratifica della Convenzione di Istanbul avvenuta il 28 maggio del 2013: siamo stati il quinto Paese a farlo e abbiamo contribuito alla sua entrata in vigore nel 31 luglio 2014. A questo importantissimo passo ne è seguito uno di non meno importanza: l’approvazione della legge, il 9 ottobre 2013, contro la violenza sulle donne. Misura indispensabile per evitare che la ratifica della Convenzione fosse solo un’operazione di immagine. Il testo che ci è arrivato sotto forma di decreto del Governo, e che risentiva del mancato coinvolgimento delle associazioni femminili e affrontava il tema della violenza soprattutto come un problema di sicurezza, è stato migliorato dal Parlamento soprattutto nella parte che coinvolge il Ministero dell’Istruzione e quindi la prevenzione. All’approvazione della legge è seguito il varo del Piano antiviolenza. Un’operazione lunga e travagliata che ha visto luce, anche per la mancanza di una Ministra alle Pari opportunità, dopo un anno e mezzo e che ancora non è pienamente operativo, anche per la scarsità di fondi a disposizione. Proprio ieri la Conferenza delle Regioni ha approvato la ripartizione degli oltre 31 milioni di euro destinati al Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere.

Quanto ha pesato la presenza delle donne in Parlamento che in questa legislatura è la più alta dalla nascita della Repubblica?

Indubbiamente c’è un segnale di cambiamento anche se non così forte come vorrei. Proprio per far sentire la nostra voce e cercare di imprimere un approccio di genere nelle politiche, su impulso della Presidente, è stato creato un Intergruppo parlamentare che raccoglie donne di tutti gli schieramenti. Abbiamo cercato di fare rete e di proporre delle iniziative trasversali. Ci siamo in parte riuscite, con difficoltà lo scorso anno perché eravamo agli inizi, con maggiore efficacia quest’anno. Nella legge di bilancio abbiamo presentato 12 emendamenti che il presidente della commissione Francesco Boccia ha voluto considerare ‘fuori quota’, a voler significare che tutti hanno firmato, indipendentemente dai gruppi. Siamo riuscite a far approvare un emendamento che estende alle lavoratrici autonome il diritto al congedo di tre mesi con il percepimento di un’indennità mensile, già previsto per le lavoratrici dipendenti, per le donne vittime di violenza; uno che stanzia fondi per i centri antiviolenza e le case rifugio e destina al Piano altri 5 milioni all’anno, per il triennio 2017-2019; uno per tutelare gli orfani di femminicidio. Questi sono fatti non parole.

E per quanto riguarda la prevenzione?

Gli interventi da portare avanti sono molteplici: da una maggiore attenzione da parte delle forze dell’ordine alle denunce o alle segnalazioni, a una piena attuazione del piano antiviolenza con l’immediata riapertura dei centri, a un’operazione culturale da portare avanti nelle scuole, alla sensibilizzazione e alla formazione di alcuni giudici che a volte concedono troppe attenuanti o lasciano in libertà stalker e violenti, fino ad arrivare a atti molto concreti come dotare le donne “a rischio” di dispositivi elettronici per allertare le forze dell’ordine in caso di pericolo. Tutto questo però non basta perché aiuterebbe solo le donne che sono consapevoli delle violenze subite e di quelle che potrebbero subire. Per le altre è necessario intervenire con una massiccia campagna di informazione, una sorta di decalogo che indichi quali sono i segnali di pericolo e come comportarsi già dal primo campanello d’allarme. Ci sono tante cose che si possono e si devono fare per fermare questa mattanza quotidiana: molte, come l’educazione ai sentimenti e al rispetto, richiedono tempo, altre devono essere operative subito.

Molti invocano anche un inasprimento delle pene. Può essere la strada giusta?

Non è inasprendo le pene o invocando la castrazione chimica che si ferma la violenza sulle donne: che i colpevoli paghino è giusto, ma vuol dire che siamo arrivati troppo tardi e questa è già una sconfitta. Mi interessa di più una donna viva che un colpevole in carcere.

Cecilia Sanmarco

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