Socialisti, indignatevi

Ho chiesto a Repubblica diritto di replica per le inesattezze riportate in un articolo che ci riguarda. Non mi è stato accordato. Solo leggere correzioni. Allora scrivo sul quotidiano del mio partito per manifestare tutto il mio sdegno.

Dobbiamo confrontarci con tutti ma non è accettabile che chi è fuggito dal partito dopo aver ricoperto ruoli significativi ed averlo rappresentato in parlamento si erga a censore. Parlo di Marco Di Lello, per anni a capo della segreteria, e di Claudia Bastianelli, per anni segretaria Fgs. Sostengono che il congresso di Salerno sia stato oggetto di gravi brogli, ‘nemmeno Ceausescu’ aggiunge ‘guittamente’ il napoletano. E dire che entrambi se ne sono andati sei mesi prima di indire il congresso. Di Lello dichiarò che avrebbe presentato un documento politico da discutere nel Consiglio Nazionale. Lo aspettiamo invano dal settembre 2015. Sostenne che avrebbe aderito al PD e ancora naviga nel gruppo misto. Oceano in tempesta. Affari suoi.

Ma come si permettono di esprimere giudizi su cose che non conoscono? Intendiamoci: chi esce da una comunità deve sempre incolpare gli altri di un torto, anche quando si tratta di ambizione, soprattutto quando si tratta di smisurata ambizione pur non essendo mai stati eletti, ma proprio mai, con un voto di preferenza. Proprio lui, che per il ruolo svolto e per le responsabilità avute, conosceva perfettamente la nostra organizzazione. C’erano brogli? Perché non li ha denunciati? Ha approvato, lui con lei, sempre il tesseramento nazionale, ha seguito personalmente quello di Napoli. Non aggiungo altro. Chi si comporta così è un sicario. Se io sono Ceausescu, Di Lello è mia moglie.

Ma stupisce ancor più la rappresentazione che si sta facendo del partito. Per questo bisogna indignarsi! Lo ricordo agli smemorati: il tesseramento nazionale è frutto degli iscritti che aderiscono alle singole sezioni, alle federazioni provinciali. La Direzione Nazionale prende atto degli elenchi provenienti da lì. Si vuol forse sostenere che i socialisti, ovunque si trovino, siano gente di malaffare? Io so bene quanto sia difficile, per un piccolo partito con una grande storia alle spalle, distrutto negli anni di tangentopoli, restare in piedi. Quando sono stato eletto la prima volta, non avevamo un parlamentare, i fondi in bilancio ci davano autonomia per cinque mesi, la Costituente Socialista era fallita, il risultato elettorale era stato dello O,9%, il tesseramento era precipitato da 70.000 iscritti a circa 10.000. Se siamo in piedi lo dobbiamo alle centinaia di compagne e di compagni che in tutta Italia lavorano con coraggio e con dedizione e che si sono rotti le palle di beghe interne e di tribunali. Da almeno cinque anni i numeri dei nostri iscritti oscillano intorno alle 20.000 unità. Nessun salto, né troppo avanti né troppo indietro. Dov’è allora l’inciucio?

E infine stupisce il silenzio dei ricorrenti di fronte alla presunzione dei sicari. Mi rivolgo a Craxi, che ricorrente non è, ma che di quel gruppo è il capo. Prima per ricordargli che il doppio incarico è previsto nel nostro statuto tanto che venne votato, di proposito in mia assenza, dagli organi del partito alla presenza dei parlamentari. Ma soprattutto perché si indigni con noi. Se la casa è la stessa, nemmeno tu puoi consentire a chi se n’è andato di sputare, con argomentazioni improprie e offensive, addosso a ciascuno di noi. Salvo che ci sia un diverso disegno politico di cui sento parlare ma a cui non voglio credere. Si dice sia un’idea di Massimo. Ecco, lo dico subito. Io li non ci sto. Se poi l’idea diventerà proposta e la proposta verrà presentata in congresso, allora i socialisti si esprimeranno liberamente.

Ho affidato ieri all’Avanti! le mie idee. Vorrei che ora si discutesse di quelle e di altre che verranno, solo di politica e di problemi degli italiani. E comunque bisogna difendersi dalla spudoratezza e dalla mistificazione. Sempre. La dignità non si calcola a peso.

Riccardo Nencini

Putin risponde ‘diplomaticamente’ a Obama

putinL’ossessione di Washington sulle spie rischia di far franare i già delicati rapporti con Mosca, ma stavolta la Russia non cede alle ‘provocazioni’ americane. Il Presidente Vladimir Putin ha infatti risposto augurando un buon anno alla famiglia Obama, ma non ha usato la stessa ‘carta’ del suo omologo americano. La Russia “non creerà problemi ai diplomatici americani e non espellerà nessuno” in risposta all’offensiva di Obama, dichiara Putin, di fatto respingendo la proposta del suo ministro che premeva per far allontanare dalla Federazione 35 diplomatici statunitensi, tanti quanto gli agenti russi coperti da prerogative diplomatiche dei quali il governo di Washington ha già decretato l’espulsione.
Ieri era arrivata infatti la decisione del presidente Barack Obama di espellere 35 diplomatici russi definiti ‘agenti dell’intelligence’ di Mosca e autori di attività di hackering durante le elezioni presidenziali che hanno visto vincere Donald Trump.
Inizialmente però sembrava prevalere il solito spirito da rappresaglia tra le due Potenze. “La reciprocità è la legge diplomatica nelle relazioni internazionali – dice il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov -. Per questo proponiamo al presidente della Russia di dichiarare persone non gradite 31 funzionari dell’ambasciata Usa a Mosca e altri quattro del consolato Usa a San Pietroburgo”. Dopodiché però la decisione finale è stata diversa e inaspettata.putin
La Russia si “riserva il diritto” di rispondere agli Stati Uniti ma non intende scendere al livello di una “diplomazia irresponsabile”.
La decisione del Presidente Putin non solo va contro ogni aspettativa, ma di fatto ‘scavalca’ anche l’autorità di Obama. Putin non solo ha rimarcato come questa sia una delle sue ultime decisioni, ma ha anche scritto al successore dell’attuale presidente Usa.
Vladimir Putin ha inviato un messaggio d’auguri al presidente eletto Usa Donald Trump, auspicando un salto di qualità nei rapporti Washington-Mosca. Il leader del Cremlino scrive al futuro inquilino della Casa Bianca: “Spero che i nostri due Paesi, agendo in chiave costruttiva e pragmatica, sappiano ripristinare i meccanismi di cooperazione bilaterale in vari campi e portare a un livello qualitativamente nuovo l’interazione nell’arena internazionale”.

Vanni Santoni intervista
sul tempo presente

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Vanni Santoni (1978), vive a Firenze. Dopo l’esordio con Personaggi precari ha pubblicato, tra gli altri, Gli interessi in comune (Feltrinelli 2008), Se fossi fuoco arderei Firenze (Laterza 2011), Terra ignota e Terra ignota 2 (Mondadori 2013 e 2014) Muro di casse (Laterza 2015). Scrive sul Corriere della Sera e dirige la narrativa Tunué.

Con questa intervista si vuole inaugurare una serie dedicata a scrittori contemporanei e ad aprire le danze c’è Vanni Santoni,  autore tra i più originali e atipici della scena nostrana, che ringrazio di cuore.

Raoul Bruni nella recensione a Muro di casse definisce la tua opera un romanzo saggistico, direi una sorta di docufiction. E sempre Bruni trattando dei tuoi “personaggi precari” ha evidenziato la struttura per micronarrazioni. Claudio Giunta nella sua recente antologia per i licei ha inserito un percorso sul pastiche narrativo. In questo contesto appare sempre più chiaro che la peculiarità della tua scrittura stia nel rinnovare i generi e superarli in un equilibrio direi perfetto tra forma e contenuto. E in questo sei un autore assolutamente contemporaneo. Sbaglio?

Non sta a me dire se quell’equilibrio ci sia, o quanto io sia contemporaneo. Sicuramente mi sono sempre interessate più forme espressive, ho sempre visto i generi come comparti non stagni, da cui si può uscire e rientrare (a patto di farlo con consapevolezza) o prendere ciò che ci serve, e credo che il romanzo, oggi, sia una forma così ampia da permettere di includere, in modo armonico, quasi qualunque cosa. Ho scritto due romanzi SFFAF_coverse vogliamo “ortodossi”, Gli interessi in comune e Se fossi fuoco arderei Firenze, un romanzo a tema sportivo strutturato come i novellari medievali (L’ascensione di Roberto Baggio), un ibrido saggio-romanzo come Muro di casse, due fantasy intertestuali come Terra ignota e Terra ignota 2, due libri di epigrammi (le due edizioni, diverse nei contenuti, di Personaggi precari) e due novelle (Tutti i ragni e Emma & Cleo, contenuta nell’antologia L’età della febbre). Inoltre ho coordinato i lavori di un romanzo storico a 230 mani, In territorio nemico. Dato che non sta a me neanche fare bilanci o tracciare linee interpretative di questa produzione, per quanto ora cominci a vederla con la chiarezza dell’esperienza, posso provare a spiegarla alla luce di quanto detto o scritto da altri. Sicuramente il filone centrale della mia produzione è quello che parte da Personaggi precari (che fu il mio “sketchbook” prima di assumere una propria identità letteraria), si amplia e struttura negli Interessi in comune, continua con Se fossi fuoco arderei Firenze e Muro di casse, e andrà avanti con La stanza profonda, romanzo in arrivo a primavera e legato a triplo filo (formale, tematico e editoriale) con Muro di casse, nonché col prossimo romanzo “grosso” che ho da tempo in lavorazione, il quale dovrebbe diventare, dopo Gli interessi in comune, il prossimo centro focale da cui si dipaneranno i raggi dei miei lavori a venire. Le due novelle, pure, per quanto scritte su commissione (mi furono chieste rispettivamente da Giorgio Vasta, curatore della collana Zoo in cui uscì Tutti i ragni, e da Christian Raimo, co-curatore dell’antologia in cui uscì Emma & Cleo), sono una sorta di satelliti staccatisi, o attratti, da questo blocco centrale. In un binario parallelo, poi, ci sono i romanzi fantasy, i quali però col terzo volume, in arrivo nell’autunno 2017, vedranno un collegamento con la mia produzione realistica, e in un binario ancora più distante ma sempre parallelo, quella che potremmo chiamare la mia “attività collettiva” – L’ascensione di Roberto Baggio è stato scritto a quattro mani col drammaturgo Matteo Salimbeni, mentre il coordinamento di In territorio nemico, al di là degli altri 113 autori, è stato svolto a quattro mani con lo scrittore Gregorio Magini – che ha portato alla realizzazione di due libri abbastanza lontani a livello tematico, se non strutturale, rispetto al resto della mia opera. Credo che questa mia vocazione al networking, alla visione della letteratura come attività sociale (ho del resto cominciato a scrivere unendomi a una rivista autoprodotta) abbia trovato la sua continuazione naturale nella direzione della collana di narrativa di Tunué, e che i due libri succitati rimarranno relativamente scollegati rispetto al resto della mia bibliografia, per quanto ci sia stato chi ha voluto vedere in In territorio nemico un’opera speculare rispetto a Personaggi precari: da un lato la moltiplicazione parossistica degli autori, dall’altro quella dei personaggi, sempre nel tentativo di mettere in crisi e ricomporre l’idea di romanzo (è, credo, interessante, il fatto che ci sia chi considera Personaggi precari nient’altro che un romanzo, così come è interessante il fatto che nel mondo anglosassone sia stato immediatamente classificato come “prose poetry”). Ora che il discorso di Personaggi precari si è esaurito – ho continuato a scriverne, ma sempre più occasionalmente, e la prossima edizione, che dovrebbe aver luogo nel 2018, non sarà un libro completamente diverso nei contenuti, come fu per la seconda rispetto alla prima, ma solo un aggiornamento con un pugno di testi nuovi – il mio nuovo sketchbook è diventato 999 rooms, un progetto tra l’intertestuale e il poetico, in cui la presenza di “personaggi” è decisamente ridotta – probabilmente, mi fai venire in mente adesso, proprio perché dopo i settemila e più ritratti che compongono l’intero corpus di Personaggi precari, le mie esigenze “esplorative” sono ora del tutto diverse. Tornando alla seconda parte della tua domanda, credo che oggi l’autore abbia il compito di essere anzitutto un prisma, una “funzione”, potremmo dire, di raccolta, elaborazione e riconfigurazione di contenuti. Tutte caratteristiche che ha sempre dovuto avere, ma che in quest’epoca diventano di primo piano. È chiaro che rispetto a tali modalità operative (e agli obiettivi per i quali prendono forma) gli oggetti narrativi chiusi funzionano meno: la complessità va affrontata con oggetti permeabili, e penso a una permeabilità doppia, tanto in fase di costruzione del testo, ovvero rispetto alla gamma di modalità narrative, punti di vista (il momento fertile della cosiddetta autofiction deriva del resto dalla ricerca di punti di vista non rigidi, che non rischino di rimbalzare su testure del reale ormai troppo complesse e mobili per essere raccontate in modo credibile da voci oggettivanti), generi, tipologie di testo, architetture strutturali, fonti e discipline di riferimento che si possono utilizzare, che in fase di lettura: libri non “chiusi”, quindi, ma aperti, porosi, meticci e modulari, che fungano da collegamento con altri libri e altri discorsi prima e dopo di loro, e che (ma questa è una caratteristica che hanno in generale i buoni libri) si prestino a letture diverse a seconda del contesto e del momento.

A livello di contenuto hai scelto di muoverti in luoghi impervi o meglio ti sposti in terre poco esplorate o vergini come Iacopo, Cleo e Viridiana che vivono a pieno la stagione dei rave, ma penso anche ai lacerti che compongono l’umanità composita di quell’invenzione stilistica che sono i personaggi precari o gli uomini e le donne che si incontrano in quella atipica guida romanzata che è Se fossi fuoco arderei Firenze. Cosa ti spinge a scegliere quelle “personae”, quel tessuto narrativo?

In generale prendo ispirazione dal mondo intorno a me, da me stesso e dalle persone che mi circondano, o almeno così è avvenuto per Gli interessi in comune e Se fossi fuoco arderei Firenze (avviene anche in Personaggi precari, ma lì le suggestioni che danno origine a questo o quel personaggio sono spesso anche puramente letterarie). Per certi cover_MDC_smallversi può valere anche per Muro di casse, ma il caso dei suoi tre protagonisti è particolare. Lì sapevo di lavorare a un libro, se non “a tesi”, sicuramente “a tema”, quindi ho raccolto prima tanti materiali, che andavano dai report dei miei viaggi per feste e teknival, a quelli dei miei amici e conoscenti, fino a quelli, raccolti appositamente per il libro attraverso interviste, ai primissimi protagonisti, inglesi, della scena rave. Poi sono arrivati i materiali concettuali, frutto delle letture programmate per il libro – penso ai vari Bey, Hofmann, Lapassade, Rouget, Turner, fino a Deleuze, Lyotard e Thoreau. Solo dopo aver capito cosa volevo raccontare e di quali contenuti volevo innervare tali racconti, ho cominciato a pensare ai personaggi. Il primo che ho definito è stato quello di Viridiana, perché lo avevo già in parte sviluppato in un altro romanzo, incompiuto, una parte del quale si svolgeva nell’ambito della scena free tekno. Viridiana era la crasi di varie donne forti e controverse che avevo conosciuto nella scena rave, e con le quali in alcuni casi avevo fatto anche un po’ di strada assieme, ed era dunque perfetta per condurre la parte del romanzo in cui si raccontano i “duri e puri”, l’anima profonda e irriducibile della controcultura tekno. È stato lì che ho capito che si poteva avere un libro in tre parti, corrispondenti a tre progressivi stati di coscienza e a tre progressivi livelli di partecipazione a quel movimento. Se Viridiana rappresentava lo spirito e il grado massimo di partecipazione, allora doveva collocarsi nella terza parte, e prima di lei ci dovevano essere i due gradi logicamente precedenti: una figura che rappresentasse l’intelletto e una partecipazione media (e mediata da altre ragioni), e una che rappresentasse i sensi e una partecipazione solo occasionale. Per quest’ultima figura, mi serviva quindi un edonista, abbastanza sveglio da poter “reggere” i discorsi e le riflessioni che gli avrei fatto fare, ma anche scanzonato, spigliato con l’altro sesso e dotato magari di una vena malinconica (giacché comunque uno dei temi di Muro di casse è quello dei paradisi perduti). Mi accorsi che lo avevo già, era Iacopo Gori degli Interessi in comune. Si trattava solo di far passare dieci anni dalla fine di quel libro e immaginarlo diventato raver, cosa che del resto era nel personaggio. È stato anche interessante vedere come un personaggio, nato come mio alter-ego o quasi, fosse oggi completamente un’altra persona: eravamo diventati adulti in modo differente. Fatti Iacopo e Viridiana, restava da ideare la figura di mezzo. Quella parte centrale del libro avrebbe avuto caratteristiche differenti dalle altre due: se la prima e la terza erano per lo più narrative, nella seconda, anche per il suo essere dominata dalla dimensione intellettuale, ci sarebbe stato il grosso della “teoria” che avevo accumulato, quindi mi serviva una figura adatta a una sorta di dialogo platonico, qualcuno che fosse molto competente sia a livello sociologico che storico-politico, magari un po’ polemico e tranchant, se non un filo respingente, così da animare il dialogo e non rendere pedante o, peggio, propagandistica, la somministrazione di così tanto materiale teorico. Così è nata Cleo. Un personaggio che però aveva anche, ben nascosto, un lato sentimentale. Da quel filone è nato il racconto lungo Emma & Cleo contenuto nella raccolta L’età della febbre uscita per minimum fax in contemporanea a Muro di casse.

Sei anche autore di una prospettata trilogia di romanzi fantasy. Evento atipico per il nostro panorama, se si eccettua il caso Morselli, che omaggi firmandoti posponendo al tuo nome le sue iniziali o penso anche alla poetessa Gilda Musa che ha dedicato un’intera vita alla narrazione di fantascienza, anche curando la collana Urania. Da dove nasce questa tua passione? E come riesci a coniugare in qualche modo queste due facce di uno stesso scrittore?

La passione nasce nel 1986, quando mio padre, quasi per caso, portò a casa dalla sua libreria di fiducia la “scatola rossa”, il set base di Dungeons & Dragons. Fu un’epifania istantanea: fin da piccolo mi dedicai ai giochi di ruolo come dungeon master. Tuttavia questa passione rimase sempre confinata alla dimensione ludica, o al massimo al cinema, dove apprezzavo quella stagione fantasy anni ’80 che ci ha dato diverse pacchianate (che comunque amo incondizionatamente) ma anche un paio di capolavori come il Conan di Milius e l’Excalibur di Boorman. Ho sempre apprezzato molto il fantastico “colto” dei vari Borges, Calvino, Buzzati, Landolfi, e ovviamente la mia passione per Ariosto, Carroll, Tolkien e Lovecraft, cominciata, pure, nell’infanzia, non era mai venuta meno, ma le mie letture di riferimento erano comunque altre: mi sono formato veramente come lettore sui romanzi russi e francesi dell‘800 e sulla poesia, sempre ottocentesca, francese e inglese; quando poi, a ventisei anni, mi sono messo pure a scrivere, ho sviluppato un interesse e una passione, dettati anche dalla necessità di “recuperare terreno”, per la letteratura contemporanea nord e sudamericana. L’idea di scrivere un fantasy la devo infatti a Martina Donati, che ai tempi era in Giunti (inizialmente la saga doveva uscire lì, poi è subentrata Mondadori). Un giorno me la buttò là: “hai fatto il master IMG_9879per anni, sai scrivere romanzi e non hai ancora fatto un fantasy?”. Quella sera, quasi per gioco, dopo aver riletto qualche passo del Sandman di Gaiman, tirai giù qualche pagina. Erano quelle che oggi costituiscono i primi due capitoli del primo Terra ignota: anche se in versione embrionale, avevo “visto” la triade di protagonisti Ailis-Breu-Vevisa. Potevano esistere. Anzi, esistevano, perché stavo già scrivendo una nuova scena… Via via che andavo avanti, iniziavo a rendermi conto che, per quanto i miei gusti (e i miei interessi) letterari puntassero altrove, il fantasy, attraverso altri medium, era stato una parte cruciale della prima metà della mia vita. Con i fumetti, come col Sandman che andavo rileggendo o col Berserk di Kentaro Miura, col cinema, coi giochi di ruolo, con le grandi saghe videoludiche come Ultima, fino a quei veri e propri feuilleton fantastici, anche se non strettamente fantasy, che erano cartoni animati come Ken il guerriero, il primo Dragon Ball, Conan il ragazzo del futuro, I cavalieri dello zodiaco… Il materiale c’era: anzi, la mia distanza dalla parte più manierista e derivativa del genere, quelle interminabili serie di paperback che riuscivano solo a fatica a staccarsi dal magistero tolkeniano (quando non gygaxiano) poteva diventare un punto di forza. Mi rilessi allora tutto il Signore degli Anelli, mi procurai i romanzi considerati i nuovi capisaldi del genere, da Queste oscure materie al Trono di spade a Harry Potter, misi mano anche a vecchi ma cruciali testi come il Tito di Gormenghast di Mervyn Peake o The worm Oroboros di Eric Rücker Eddison e cominciai a inquadrare il tiro. Capii che poteva essere interessante creare un’opera intertestuale (oltre che transmediale nelle fonti) che includesse elementi dell’intero canone fantastico occidentale, ma senza sfoggi manifesti di cultura o, peggio, distacco ironico, quanto piuttosto “prendendolo sul serio”, ovvero inquadrando il tutto in modo più aderente possibile dentro gli schemi narrativi e gli stilemi del romanzo fantasy avventuroso classico. Mondadori mi è venuta dietro con molta attenzione e disponibilità anche nel packaging, che è perfettamente “heroic fantasy”, proprio come desideravo.

Sei anche direttore della collana di narrativa di Tunué. Come vedi la situazione sul versante italiano? Quali sono secondo te i punti di forza soprattutto dei giovani autori?

La situazione è di estremo interesse, ma non solo oggi: direi che da almeno un decennio sono apparsi, e continuano ad apparire, molti giovani autori e autrici che mostrano un grande potenziale, specie a livello stilistico. Adesso alcuni dei primi autori a essere comparsi stanno entrando nella loro fase di maturità e ciò sta portando e porterà a molti lavori interessanti.

Dal nostro specifico punto di vista, la situazione è eccellente, visto che abbiamo portato al successo libri di esordienti che puntavano tutto sulla lingua, libri a volte anche del tutto privi di un apparente potenziale commerciale, come è stato il caso di Dettato di Sergio Peter, sostanzialmente privo di trama, o etichettabili come “difficili” per la presenza di elementi dialettali, come nello Scuru di Orazio Labbate, o ancora dotati di temi secondo alcuni troppo forti, come per Dalle rovine di Luciano Funetta. Il fatto che lettori e librai abbiano invece accolto da subito e con grande entusiasmo la collana credo dimostri che in realtà bisogna puntare sul lettore da trenta o cinquanta libri l’anno, non su quello, se mai esiste ed è intercettabile, da uno.

Anche la bella partenza dell’ultimo nato, lo schizoide Medusa di Luca Bernardi, pare confermare tutto questo, ma per continuare a vincere bisogna anche saper cambiare mentre tutto va bene, e per questo in primavera usciremo con un libro atipico anche per noi, La stanza di Therese di Francesco D’Isa, che stupirà molti per i rischi stilistici e soprattutto formali che si prende.

Qual è il tuo prossimo progetto narrativo?

Sto lavorando a tre romanzi. Uno lo sto ultimando in questi giorni e sarà, come ti accennavo sopra, un libro gemello di Muro di casse, dedicato a un’altra sottocultura giovanile molto diversa da quella rave, ma che ha con essa in comune il fatto di essere stata stigmatizzata, derisa e, in alcuni casi, criminalizzata, quando in realtà si trattava di un’avanguardia: quella dei giocatori di ruolo. Il libro è simile a Muro di casse nell’ibridare saggio e romanzo, sebbene vada forse ancora un po’ più verso il romanzo, si intitolerà La stanza profonda e uscirà per Laterza la prossima primavera.

Ho poi in lavorazione un terzo libro fantasy per Mondadori, che sarà il completamento, in forma di prequel, della saga di Terra ignota. A differenza dei primi due volumi, però, pur mantenendo l’approccio intertestuale, non sarà un heroic fantasy “puro”, ma quello che oggi viene definito, non sempre appropriatamente, “urban fantasy”, ovvero un romanzo in cui gli elementi fantastici agiscono e sono presenti nel mondo contemporaneo. Ciò perché la funzione di questo “capitolo zero”, che avrà anche un titolo a sé stante, sarà anche di collegare i due Terra ignota al resto della mia continuity, o micro-canone, generale. Qualcuno ha infatti cominciato a notare, credo da quando ho messo lo Iacopo Gori degli Interessi in comune anche tra i protagonisti di Muro di casse, che tutti i miei romanzi sono collegati tra loro, quindi non è più un segreto, lo si può dire: in realtà, pur mantenendo la loro totale indipendenza, i miei libri sono tutti parte di un’unica macronarrazione. Anche La stanza profonda avrà infatti tra i protagonisti quel Paride già visto tra i personaggi degli Interessi in comune, e vi compariranno altri personaggi noti ai miei lettori.

C’è poi, come ti dicevo sopra, un terzo progetto, un romanzo molto grosso a cui sto lavorando già da diversi anni. Il titolo di lavorazione è I fratelli Michelangelo, ma è ancora troppo presto per parlarne nel dettaglio.

Consiglieresti ai lettori un tuo libro e il libro di altro autore che in quest’ultimo anno hai particolarmente amato?

Quest’anno, per la straniera, mi sono piaciuti particolarmente Satantango di László Krasznahorkai (Bompiani), Terminus radioso di Antoine Volodine (66and2nd), Abbacinante – L’ala destra di Mircea Cărtărescu (Voland) e Bussola di Mathias Énard (E/O). Tra i libri italiani ho apprezzato Absolutely nothing di Giorgio Vasta e Ramak Fazel (Quodlibet/Humboldt), Storia umana della matematica di Chiara Valerio (Einaudi), Candore di Mario Desiati (Einaudi), Il cinghiale che uccise Liberty Valance di Giordano Meacci (minimum fax). Ho apprezzato anche Il grande animale di Gabriele di Fronzo (Nottetempo), un esordio interessante sia per atmosfera che per struttura, che mi sarebbe davvero piaciuto fare nella mia collana. Circa i miei libri, non posso sceglierne uno – niente favoritismi tra i propri “figli” – ma spero che i lettori continueranno a seguirmi e ad apprezzare anche i prossimi.

Andrea Breda Minello

Almaviva inaugura l’anno nuovo con 1660 licenziamenti

almaviva-4Dopo l’incontro al Ministero dello Sviluppo Economico a seguito della conclusione della procedura di licenziamenti collettivi con la firma di una intesa sulla base della proposta di mediazione del Governo, Almaviva Contact ha dichiarato: “Non esiste alcuno spazio per modificare gli accordi”.
In quel contesto, le rappresentanze sindacali della sede di Roma, le uniche legittimate alla firma, si sono rifiutate all’unanimità di sottoscrivere l’accordo contrariamente alle rappresentanze sindacali della sede di Napoli che hanno firmato l’accordo. Il Ministro Carlo Calenda ha dichiarato: “La Rsu di Roma non ha firmato mentre la Rsu di Napoli si, quindi a questo punto non ci sono alternative ai licenziamenti. Abbiamo salvaguardato i posti di lavoro a Napoli, ma non c’è da festeggiare”.
Almaviva sottolinea che “a seguito di sorprendenti dichiarazioni sindacali, c’è chi vorrebbe cancellare tutto affermando che la totalità delle rappresentanze sindacali di Roma avrebbe agito contro il volere della maggioranza dei lavoratori. Come se i quasi tre mesi di trattativa fossero semplicemente stati un gioco”. Il gruppo societario continua insistendo: “ solo chi non conosce la normativa o pensasse di ignorarla potrebbe ritenere di riaprire un procedimento formalmente concluso e sottoscritto dalle parti congiuntamente ai rappresentanti dei Ministeri dello Sviluppo Economico e del Lavoro. La norma, infatti, passati i 75 giorni di procedura volta a ricercare ogni strada possibile per arrivare ad una intesa, non dà spazio a possibilità di ripensamenti successivi, né consente eventuali integrazioni o modifiche al testo d’accordo”.
L’ipotesi di attivare una trattativa supplementare, in conclusione: “oltre che fuori da ogni logica ed in contrasto con il mandato di rappresentanza sindacale dichiarato, risulta inoltre legalmente e tecnicamente impossibile perché invaliderebbe l’intera procedura conclusa con la mediazione del Governo”.
Una lavoratrice di Almaviva Contact si è scagliata contro il rappresentante sindacale colpevole di non aver firmato quell’accordo che le avrebbe permesso per altri tre mesi di non pensare al dramma di cosa “dover dare da mangiare alla bimba da 4 anni”.
L’inferno della precarietà è da sempre associato, nella vulgata comune, ai call center. Il film “Tutta la vita davanti” ha rappresentato la sublimazione sul grande schermo di opportunità e disagi legati a questo mondo. Nel tempo queste condizioni si sono senz’altro evolute con il contratto nazionale del 2013 con più tutele e welfare per i collaboratori a progetto, il cosiddetto “out bound” dove i lavoratori non rispondono alle telefonate, ma telefonano per offrire servizi commerciali. Naturalmente, non è uno di quei lavori che si sognano da bambini.
La conclusione nella vertenza Almaviva Contact colpisce. Denota una sequenza di errori, di pressapochismo, di quel “tanto peggio tanto meglio” tipico dei cattivi profeti. E’ incredibile l’incrocio di responsabilità che si è sviluppato con logiche inconsuete. Le Rsu romane, incredibilmente, hanno servito all’azienda su un piatto d’argento la chiusura di una sede e il licenziamento di 1.666 persone. Non è chiaro cosa speravano di ottenere le RSU della sede di Roma quella sera non firmando l’accordo, anche perché nel frattempo i colleghi napoletani hanno fatto l’opposto. Il sì alla proposta di mediazione del governo era stato approvato anche dai leader di Cgil, Cisl e Uil Camussso, Furlan e Barbagallo. Il ministro stesso li aveva convocati e loro erano andati al Mise, tutti e tre, il 21 dicembre: ultimo giorno utile per trovare un possibile accordo. Il governo era riuscito nell’accordo: 3 mesi in più di tempo per permettere alle parti di raggiungere l’intesa e nel frattempo ci sarebbe stata la proroga della cassa integrazione già scaduta.
La motivazione dei sindacalisti romani di “non cedere al ricatto” è stata impulsiva e fuori dai lumi di ragionevolezza. Firmando, ci sarebbero stati tre mesi di tempo per affrontare i problemi di riorganizzazione aziendale e riallocazione dei lavoratori. Scelta che sarebbe stata meno drastica di una dolorosa eutanasia.
Almaviva Contact, inizialmente, aveva deciso di licenziare 2.511 lavoratori, dopo che a maggio era stato firmato un accordo che chiudeva la partita per 3mila licenziamenti annunciati a marzo. Quello di ottobre fu senz’altro un dietrofront di Almaviva Contact.
Sorprendentemente, le Rsu di Roma hanno deciso di recidere la speranza per un dialogo costruttivo anche se i primi tre mesi di trattativa non hanno prodotto gli sviluppi attesi.
Tutte le Rsu (non solo la Slc Cgil che aveva 7 delegati su 15) non hanno firmato l’accordo. Pare che i rappresentanti delle altre due sigle sindacali (Fistel Cisl) e Uilcom abbiano opposto il rifiuto solo per stare in scia e per non sentirsi piovere addosso l’accusa, troppo spesso mossa loro all’interno di fabbriche e aziende, di collaborazionismo con il “padrone”.
Il risultato drammatico è che 1.666 persone stanno per ricevere la lettera di licenziamento : il dono più sgradito che possa giungere ad un lavoratore ed ancora peggio durante le festività natalizie.

Scrive Leonardo Scimmi:
Fare gli europei

Il Ministro questa volta ci ha sorpreso più del solito, prendersela addirittura con gli italiani all’estero, come è possibile! Se esiste una categoria buona per ogni buonismo, per ogni spolverata alla coscienza del politico di professione, quella è la categoria degli italiani all’estero. Quei bravi ragazzi e ragazze che – stante la perdurante crisi dell’economia italiana – sono andati a cercar fortuna e lavoro all’estero, come una volta!!lasciando genitori fratelli sorelle e fidanzati in Italia per dare lustro all’estero alla gens italica, punta estrema della civilizzazione mondiale, sebbene non sempre e da tutti riconosciuta tale. Ed il Ministro che fa? va a criticare con frasi secche e poco diplomatiche proprio gli italiani all’estero? Dopo che in blocco hanno votato SI al Referendum, dopo che da anni votano perlopiù’ per il PD, all’estero, si va a dire che questi emigrati – perché emigrati sono – non sono niente di eccezionale, anzi, alcuni meglio che se ne vadano dall’Italia!
Ebbene, nessuno mette in dubbio che gli emigrati non siano tutti ricercatori universitari, ma in fondo che differenza fa, sempre figli della madre Italia sono, frutto di anni di scuole e tasse italiche, studenti piu’ o meno attenti della Divina Commedia, del Manzoni, di Leopardi e del Foscolo, alcuni perfino Virgilio e Cicerone hanno affrontato, esperti di Caravaggio Tiziano e Canova, o – teniamoci forte – cultori di Saffo Sofocle e Platone! e qualcuno li vorrebbe definire come dei “pistola”, che non so bene da quale dialetto derivi ma di certo non suona come un complimento.
Ed allora, noi accettiamo le scuse o le revoche e perfino le spiegazioni e le smentite, tanto oramai, ma lo facciamo perché il punto, ci si consenta, é un altro e nessuno si aspettava che lo si cogliesse.
Il punto é che questi italiani all’estero sono la sola speranza dell’Italia, in un mondo che ha ripreso a radicalizzarsi, a cedere al populismo nazionalista, dove la cosiddetta polarizzazione non é solamente economica – pochi ricchi e tanti poveri – ma anche (che bei tempi quelli del ma anche!) culturale, dove in molti si scagliano contro la Casta contro gli Eurocrati contro l’Euro e contro l’Europa e pochi, in vero, capiscono invece e difendono la complicata e burocratizzata Europa e le sue difficili conquiste, consapevoli che l’Europa é un progetto giusto e utile, necessario nei nostri giorni, e che occorre tanto sforzo culturale e pedagogico per impedire la deriva nazionalista.
In Europa si é creata una separazione enorme tra i burocrati esperti e poliglotti ed i cittadini nazionali, alle prese con il quotidiano nazionale della crisi, lontano anni luce dalle alchimie giuridiche ed economiche di Bruxelles. Si é investito sull’Euro ma non sulla cultura europea, ed ora se ne pagano le conseguenze!
Ecco, quando si parla di italiani all’estero e di Erasmus non vorremmo sentir parlare di cervelli di tasse o di levarsi dai piedi, ma vorremmo che si parlasse di quel pezzo di Italia che é già europeo, e che potrebbe essere molto utile per spiegare agli italiani che l’Europa é un bene, che occorre realizzare un’Europa federale, senza barriere, senza confini interni, né geografici né culturali, che il pluralismo il multilinguismo ed il multiculturalismo é una fase del progresso inevitabile ed occorre lo sforzo di ognuno per essere piu’ tolleranti e pronti ad abbracciare l’essere Europa, come per l’Italia, fatta l’Italia si fecero gli italiani, con la cultura con la retorica con le scuole con tutti gli strumenti necessari a parlare ai cittadini.
Gli italiani all’estero sono una risorsa, hanno già una parte di Europa dentro e potrebbero essere molto utili ad un Paese che ha perso lo slancio internazionale aperto coraggioso dei navigatori e dei poeti, da Colombo al Foscolo al Casanova, per citarne alcuni, cittadini europei ante litteram di cui oggi si sono perse le tracce in Italia, ma non fuori d’Italia.

Leonardo Scimmi

Critica del progresso e ruolo del populismo nelle società in crisi

christopher_laschÈ largamente diffusa l’idea che Cristopher Lasch, storico e sociologo statunitense, morto prematuramente nel 1994, sia stato un conservatore di sinistra. Che Lasch sia stato un conservatore solo perché ha criticato l’idea di progresso, così come questa è stata formulata dai moralisti e dagli illuministi inglesi e francesi del Settecento e difesa, nel corso del Novecento, tanto dai teorici liberali quanto da quelli della sinistra, è un’idea che può essere derivata solo da una lettura parziale della sua analisi critica, considerata troppo esposta al pericolo di derive populiste. Che poi Lasch sia stato un critico di sinistra è un fatto confermato, soprattutto alla luce della crisi globale che sta sconquassando il mondo attuale, dalle pagine profetiche contenute nel libro ”Il paradiso in terra. Il progresso e la sua critica”, uno dei suoi ultimi saggi scritto, prima della morte.
Il saggio impressiona, non solo per la precisione con cui sono stati previsti, con grande anticipo, gli effetti della Grande Depressione del 2007/2008 sulle condizioni di vita dei popoli; ma, soprattutto, per la riconduzione della critica sociale più efficace delle cause della crisi ai “movimenti populisti”, i quali si stanno sempre più affermando all’interno dei Paesi maggiormente esposti alle conseguenze negative della cri stessa. Anziché demonizzarne la presenza, come fanno gli establishment dei Paesi nei quali sta proliferando il populismo, Lasch valuta positivamente il ruolo di tali movimenti; egli rivendica per essi, non tanto la capacità di contribuire a porre rimedio ai mali che affliggono il mondo, quanto quella di “mettere alla frusta” le élite al potere, attraverso una critica radicale alle insufficienze della loro azione; critica che, a parere di Lasch, trarrebbe “gran parte delle sua ispirazione morale nel radicalismo popolare e, più in generale, in quella varietà di critiche del progresso […] portata avanti da quei moralisti la cui sensibilità è stata orientata dalla concezione del mondo dei produttori”.
L’idea di progresso – afferma Lasch – “rappresenta una versione secolarizzata della fede cristiana della provvidenza”. Grazie a questa versione, l’Occidente ha potuto immaginare la storia “come un processo generalmente in moto verso l’alto”; per gli storici del XX secolo, però, l’idea che il progresso potesse tradursi “in un qualche stato finale di perfezione terrena” è divenuta “l’idea morta tra le più morte”, ovvero l’idea che più di ogni altra “è stata spazzata via dalle esperienze del ventesimo secolo”, mentre l’avvento dei regimi totalitari giunti al potere nel corso degli anni Trenta del secolo scorso ha definitivamente screditato ogni visione utopistica del futuro. Il crollo dell’utopia ha concorso definitivamente a far riconoscere e accettare che era possibile salvare la “fede nel progresso”, solo “rinnegandone i toni perfezionistici”.
Una volta stabilite le differenze tra la visione profetica del progresso, di origine cristiana, e quella moderna, diventa possibile capire, secondo Lasch, cosa ha avuto di originale quest’ultima: “non la promessa di un’utopia secolare che avrebbe portato la storia a un lieto fine, ma la promessa di un costante miglioramento, di cui non si poteva prevedere la fine”. L’idea moderna di progresso non ha mai sostenuto la promessa di una società ideale; tuttavia, il fatto che niente fosse dato per certo ha dato origine al senso di provvisorietà, divenuto oggetto di celebrazione o di deplorazione come “intima essenza” dell’idea moderna di progresso. Si è pensato che solo la scienza fosse imperitura, e benché si accettasse popperaniamente la provvisorietà delle sue certezze, il carattere irreversibile del suo sviluppo storico ha consentito di porre rimedio al senso di disperazione cui poteva dare origine la rimozione della fede religiosa di poter raggiungere, attraverso il progresso, “uno stato finale di perfezione terrena”.
La rottura decisiva con il vecchio modo di pensare al progresso è avvenuta quando i bisogni umani, attraverso l’affermarsi della teoria economica come scienza autonoma, sono stati considerati, non più naturali, ma storici e sociali, e quindi suscettibili d’esser soddisfatti in maniera crescente attraverso una razionale organizzazione del sistema sociale. La nuova scienza economica, tuttavia, nonostante sia stata celebrata dai suoi più sensibili formalizzatori come lo strumento col quale liberare il mondo dall’indigenza e dalla povertà, il successivo sviluppo della società industriale, celebrato durante tutto il secolo XIX ed i primi lustri del XX, non ha saputo evitare che, a lungo andare, si dovessero fare i conti con la constatazione che l’abbondanza materiale, resa possibile dalla società industriale, si universalizzasse attraverso istituzioni, quali il mercato, supposte dotate di meccanismi autoregolatori. Lo sviluppo della società industriale, infatti, ha mostrato una crescente incapacità a soddisfare, già a partire dalla seconda metà del XIX secolo, la speranza che il mondo moderno potesse sottrarsi alla instabilità e alla libertà dal bisogno per tutti, diventando tale speranza largamente irragionevole.
Dopo il primo conflitto mondiale, è stato John Maynard Keynes ad operare una rivoluzione scientifica con la quale ha colto i limiti della teoria economica tradizionale, sottolineando che a fare “girare il motore” della crescita del livello di benessere non era il risparmio, ovvero, come precedentemente si sosteneva, l’astinenza dal consumare ciò che offriva il mercato; il risparmio, secondo Keynes, “era una virtù amara, adatta solo a condizioni di scarsità. Il denaro era fatto per essere speso, non accumulato”; una critica, questa, che investiva non solo la presunta capacità del mercato di autoregolarsi, ma anche l’idea che l’ideologia liberale progressista potesse garantire all’infinito una stabile e “giusta” crescita del benessere sociale. La rivoluzione keynesiana, formulata nel periodo tra le due guerre, produrrà effetti rilevanti sul piano sociale solo nei “Trent’anni gloriosi 1945-1975” del secondo dopoguerra. Solo nella forma keynesiana, l’dea di progresso è riuscita a sopravvivere ai rigori della prima metà del ventesimo secolo, incluso quello basato sull’ipotesi, adottata all’interno dei sistemi sociali autoritari, che il progresso potesse essere realizzato anche attraverso la perfettibilità della natura umana.
La versione liberale di progresso, però, si è rivelata – afferma Lasch – “straordinariamente resistente” ai colpi che gli avvenimenti, occorsi sul piano dell’organizzazione sociale dopo il secondo conflitto mondiale, gli avevano inferto; dopo che le presunte virtù del libero mercato autoregolato, di saper garantire una stabile crescita del benessere e della giustizia sociale, erano state largamente screditate, l’idea liberale, nella sua versione neoliberista, è riuscita di nuovo ad imporsi. Oggi, a parere di Lasch, con gli eventi succedutisi a partire dal 1975, compresi quelli connessi allo scoppio della recente Grande Recessione, è diventato difficile, quasi impossibile, “imbastire una difesa davvero convincente dell’idea di progresso”.
La linea di difesa non può che essere quella di “collegare il progresso a un’espansione indefinita dei beni di consumo”; tale espansione presuppone la creazione di un mercato globale “che comprenda tutte le popolazioni del mondo precedentemente escluse da ogni ragionevole prospettiva di benessere”. Il presupposto, che all’inizio del processo di globalizzazione delle economie nazionali era assunto con tanto entusiasmo, oggi ha cessato di ispirare fiducia, per via del fatto che le economie avanzate in crisi, non solo non sono più in grado di portare a compimento progetti ambiziosi, ma neppure riecono a porre rimedio alle disuguaglianze distributive esistenti al loro interno.
Di fronte al malcontento generato dai sistemi economici in crisi, sono state ricuperate alcune tradizioni sommerse della critica sociale; dopo la riemersione dell’idea liberale di progresso, il crescente disagio sociale causato dai fallimenti delle presunte virtù del libero mercato ha spinto i teorici della politica a riscoprire – afferma Lasch – l’“umanesimo civico”, trasformandolo in “parola d’ordine di quanti criticano, da destra o da sinistra, il liberalismo come una filosofia politica sempre meno capace d’imporre agli egoismi particolari la dedizione al pubblico bene”. Secondo questi teorici della politica solo una ripresa dello “spirito civico” può consentire di affrontare i problemi che minacciano di sovvertire il mondo; per questi teorici, a parere di Lasch, la protesta sorretta dallo spirito civico che “pone l’accento sui doveri di partecipazione attiva del cittadino, è molto più adeguata ai bisogni di oggi di quanto non lo sia la filosofia liberale dell’avido individuo”.
Gli storici del movimento dei lavoratori e della cultura di classe del diciannovesimo secolo sono in disaccordo su numerosi problemi; su un punto, però, secondo Lasch, esprimono tutti “un accordo quasi universale”: quello per cui sono stati “gli artigiani qualificati, non i lavoratori dei nuovi impianti industriali, a dominare il movimento dei lavoratori nei primi decenni dell’industrializzazione”. L’assunto che siano stati gli artigiani a dominare il movimento dei lavoratori nel diciannovesimo secolo è spesso negato solo da coloro che “sperano ancora di far quadrare la nuova storia del movimento operaio con il marxismo”. Con la loro critica, gli artigiani non hanno inteso rinunciare di diventare “padroni di se stessi”; hanno inteso solo difendere il loro “stile di vita”, che veniva eroso dall’industrialismo, “grazie a qualche forma di proprietà cooperativa dei mezzi di produzione.
Il movimento degli artigiani non respingeva l’idea in sé di progresso; esso implicava però che il progresso non fosse disgiunto da “una solidarietà locale, regionale o nazionale di fronte al pericolo di un’invasione dall’esterno, che è qualcosa di assai più sostanziale – afferma Lasch – dell’ipotetica solidarietà internazionale del proletariato”. La scoperta delle origini artigiane del radicalismo critico contro gli effetti dell’avvento della società industriale, per la difesa del modo tradizionale di vivere e per l’affermazione di un forte senso d’identità locale, ha spinto molti storici, non del tutto disinteressati ideologicamente, a considerare riduttivamente la critica artigiana del diciannovesimo secolo contro l’industrialismo: “più come una forma di populismo – afferma Lasch – che come il primo passo verso il sindacalismo e il socialismo ‘maturi’”. A parere dello studioso americano, la critica artigiana ha significato qualcosa di molto preciso: soprattutto, “difesa della professionalità, opposizione a tutta la struttura della finanza strumentale alla montante società industriale e rifiuto del lavoro salariato”. Sennonché, non essendo ancora disponili le teorizzazioni che James Meade esporrà un secolo dopo in “Agatotopia”, la scoperta del fatto che un sistema di cooperative non può funzionare senza un qualche appoggio da parte dello Stato è giunto troppo tardi “per permettere agli operai e ai contadini di far causa comune“ con gli artigiani.
Il disprezzo con cui in tanti guardano al populismo del secolo scorso porta con sé l’ipotesi, anzi la presunzione, che il nostro tempo dominato dall’ideologia neoliberista disponga del “knw how” necessario per conciliare efficienza nell’uso delle risorse, giustizia sociale e libertà decisionale dei componenti il sistema sociale. Nulla però, in questi ultimi cinquant’anni, giustifica una simile ipotesi; perciò, a giudizio di Lasch, il senso della critica artigiana del diciannovesimo secolo alla società industriale merita d’”essere presa nella più attenta considerazione”; essa, la critica populista, malgrado la sua sconfitta, può in prospettiva ancora insegnare alle generazioni attuali a rendersi conto dell’urgenza di superare la situazione contemporanea e della dense nubi che oscurano il loro possibile futuro se rinunciassero a portare avanti la loro critica radicale allo status quo.
Quanto si qui esposto, commentando l’analisi di Lasch, sulle origini e sul ruolo del populismo, si adatta bene alla situazione in cui versa l’Italia. La crisi politica ed economica, infatti, da anni sta sempre più aggravando la tenuta del sistema sociale del Paese, sino a favorire la lievitazione di una crescente protesta popolare. La protesta, tuttavia, non costituisce in sé la soluzione dei mali che affliggono il Paese, ma pone delle precise richieste all’establishment che, anziché dare delle risposte credibili, sinora non ha fatto altro che demonizzare il movimento che la esprime. Il fatto che a quest’ultimo si imputi la presunta incapacità di governo non può giustificare la tendenza a trascurare il senso della protesta, accusando il movimento d’essere chiuso ad ogni tentativo di coinvolgimento nelle scelte politiche.
Un movimento di protesta non può lasciarsi coinvolgere nella responsabilità di scelte politiche ed economiche per la cura di interessi che sono estranei a coloro che vi aderiscono; soprattutto se esso non dispone dell’appoggio di “gruppi” portatori di specifiche interpretazioni della teoria economica. Indubbiamente, ciò può costituire un motivo di debolezza, che può esporre il movimento al pericolo d’essere affiancato, nell’esercizio della protesta, dal populismo di estrema destra. Si può solo osservare, tuttavia, che un populismo adatto alla situazione politica ed economica dell’Italia del ventunesimo secolo, oltre a rimarcare la sua diversità dalla nuova destra xenofoba e nazionalista, dovrà anche evidenziare di non aver niente in comune con i movimenti populisti del passato, se non l’ispirazione morale al radicalismo della loro protesta.
D’altra parte, l’establishment del Paese conosce bene il senso delle richieste del populismo progressista e riformista nazionale; in ultima istanza, che si ponga rimedio agli esiti disastrosi di una globalizzazione senza regole, che si rimuovano le disuguaglianze personali e territoriali e che il processo di integrazione europea sia portato a compimento sconfiggendo l’egemonia ordoliberista della Germania. Se non si sapranno dare risposte valide a queste richieste, si può fondatamente prevedere che il futuro non sarà benigno, né per l’establishment, né per i poteri forti che lo esprimono, né per l’intero Paese.

Cosa resta di Renzi e cosa no

Quando un leader politico perde la discesa é rapidissima e più complicata la risalita. Non era così ai tempi della cosiddetta prima repubblica. Nenni rimase in minoranza solo un anno dopo il disastro del Fronte popolare del 18 aprile del 1948 e nel 1949 si riprese la segreteria al congresso di Firenze. Andreotti fu, nel giro di meno di vent’anni, protagonista di tutte le svolte di governo: quella di centrodestra del 1972, quella dell’unità popolare col Pci del 1976, quella del pentapartito e dell’asse col Psi del 1989. Ed ogni volta che calava il sipario si annunciava la sua eclissi. Cossiga, che nel 1978 si dimise da ministro degli Interni dopo l’assassinio di Moro, nel 1980 fu presidente del Consiglio e nel 1985 della Repubblica.

All’estero non é quasi mai stato così. Fa eccezione la Francia dove Mitterand fu eletto presidente nel 1981 dopo essere stato sconfitto nelle precedenti presidenziali da Giscard. Per il resto Blair é tramontato anche a causa della guerra in Irak, Schroeder dopo la vittoria della Cdu in Germania, Zapatero dopo il successo di Rajoy in Spagna, mentre Sarkozy non é riuscito a rinascere dopo la sconfitta subita da Hollande. Generalmente i premier sconfitti si ritirano anche dalla guida dei loro partiti. Perché, in quanto tali, diventano automaticamente candidati alle elezioni successive, anche se solo in Francia l’elezione del presidente è diretta.

In Italia non è cosi. Berlusconi ha vinto e perso due volte ed é ancora leader indiscusso del suo partito. Prodi ha vinto due volte, e ha avuto il tempo di ritornare dopo la sconfitta di Rutelli. Amato é l’unico caso di un presidente del Consiglio che abbia ricoperto il ruolo prima e dopo il 1994. Renzi, contrariamente agli altri tre, é anche più giovane e ha dunque più tempo per poter ritornare protagonista. Secondo il mio parere farebbe un errore a concepire il suo ritorno già in occasione delle prossime elezioni, soprattutto se saranno anticipate. Occorre un po’ di mesi, forse qualche anno, per sedimentare la sconfitta, per approfondirne i motivi, per correggere gli errori, per presentarsi con rinnovata credibilità.

Oggi più che mai è necessario capire infatti cosa modificare. Altrimenti la recente sconfitta non sarà l’ultima. Salverei di Renzi il suo carattere anti dogmatico, quel suo dissacrare alcuni tabù della sinistra che lo hanno fatto non dissimile da quel che abbiamo fatto noi negli anni ottanta, quel suo procedere per riforme anche costituzionali, tutt’altro che perfette e convincenti, soprattutto perché non sufficientemente sostenute, quel suo decisionismo che ben conosciamo non come un difetto, quel netto superamento del carattere post comunista (ma non post democristiano) del suo partito, quel suo cavalcare alcune innovazioni, come il Jobs act e la buona scuola, che pur con contraddizioni e revisioni necessarie, sono a mio giudizio buone leggi.

Non convince più, invece, quel suo carattere positivo e ottimista ai limiti dell’irreale, del fantasmagorico, del burlesco, il suo linguaggio da sms e da curva sud, il suo mito della rottamazione e del giovanilismo che poi si annulla nella dimensione della fedeltà, il suo circondarsi di vecchi compagni di scuola (il Giglio magico) o di suoi vecchi amici di corrente ai quali la pillola della rottamazione non viene prescritta. Non convince affatto un approccio costituito da mance e spese a pioggia, dagli ottanta euro all’abolizione dell’Imu sulla prima casa, che hanno impedito il concentrarsi di una somma alta di risorse sugli investimenti per far crescere il Pil e abbassare il suo rapporto col debito, quel suo cincischiare su spending review e tasse abbassate, assieme ad aliquote aumentate.

Quel che dovrebbe risorgere, se mai risorgerà, è un Renzi due, capace di comporre una squadra di governo con politici e tecnici di grande qualità ed esperienza, con una strategia fondata sulla ripresa economica (anche quest’anno lo chiudiamo sotto l’1 per cento di crescita, un dato inferiore a tutti gli altri paesi europei, con un limitato aumento dell’occupazione, ma dicono dovuto in larga parte all’uso e all’abuso dei vaucher). Lasci perdere per il domani la politica pirotecnica degli annunci, dei provvedimenti parziali, a volte anche elettorali, si presenti come uomo nuovo al servizio dello sviluppo, mite, serio, sofferente se é il caso, e non perda di vista le riforme costituzionali, magari facendo propria la proposta dell’elezione di un’assemblea costituente. Sarà capace Renzi di questa trasformazione? Sarà molto difficile. Di un uomo puoi cambiare tutto tranne il carattere. Non chieda aiuto a un costosissimo guru americano. Lo lasci ai democratici Usa per le loro sconfitte. Accetti buoni consigli da chi la politica la conosce. E un po’ anche l’Italia. Chissà…

Ringraziamenti famiglia Giuseppe Spiridigliozzi

“Vogliamo ringraziare sentitamente tutti coloro che in questi giorni di grande dolore hanno voluto rivolgere un pensiero al ricordo del nostro caro Pino. Innumerevoli sono state le dimostrazioni di cordoglio, pubbliche e private, giunte da tutta Italia da parte delle Istituzioni e delle tantissime persone che nella vita hanno incrociato la sua strada, conservando il ricordo di una persona integra, coerente, schietta e generosa.
L’affetto e la stima dimostrati in questi giorni sono la prova di un’esistenza ricca e vissuta pienamente fino alla fine, in mezzo alle persone, per le strade della sua amata Cassino, prestando sempre attenzione ai problemi grandi e piccoli di cui veniva a conoscenza e cercando, nel suo, di farsi sempre parte attiva per migliorarne le condizioni.
Se lui avesse potuto vedere tutte queste manifestazioni di affetto, ne sarebbe stato estremamente felice.

Le offerte ricevute sono state devolute all’Associazione Italiana per la ricerca sul cancro-AIRC.”

Cordialmente.

Famiglia Spiridigliozzi – Lena

L’EUROPA DA COSTRUIRE

EUROPA-elezioni

“Di priorità ne vedo due e investono l’iniziativa socialista in tutta Europa. Noi dobbiamo fare la nostra parte nella battaglia contro il populismo, le diseguaglianze e la superficialità. E dobbiamo fare la nostra parte per riscrivere i canoni del socialismo al tempo della rivoluzione tecnologica e della globalizzazione. Perché le chiavi di lettura del ‘900 non servono più. E la ragione per la quale abbiamo ripetutamente chiesto un Congresso straordinario del Pse come sede nella quale elaborare un pensiero nuovo”. Lo afferma il segretario del Psi Riccardo Nencini fresco di riconferma come Viceministro alle infrastrutture.

Da dove partire?
La lotta alle diseguaglianze e le grandi migrazioni. Sono questi i due fattori che destabilizzano le società e alimentano ovunque una destra radicale e populista. Vi è un sentimento mondiale che necessita una risposta e rispetto a questo sentimento la sinistra riformista non ha risposte efficaci.

Manca una risposta perché i partiti si sono indeboliti?
C’è molto di più. Lo scenario è più preoccupante. Mentre i socialisti seppero per primi interpretare le chiavi, che erano nuove per il tempo della società industriale, oggi sono il movimento culturale più in difficoltà perché i canoni del ‘900 sono profondamente cambianti. Non siamo più in una società dal benessere diffuso come dagli anni ‘60 alla seconda metà degli anni  ’90 quando per un quarantennio l’Europa si è distinta come società del benessere. Oggi c’è una crisi forte del ceto medio e c’è un allargamento della forbice tra pochi detentori di ricchezza e molte nuove povertà. Quindi la piramide ha allargato la sua base e ristretto il suo vertice. Ed è l’esatto contrario di quello che è successo nella seconda parte del Novecento grazie soprattutto al governo riformista con i socialisti in testa in Europa. Ma anche molte forze cattoliche hanno avuto una funzione di questa natura.

E ora?
Ora questo aspetto si è modificato ma le risposte ancora non le abbiamo. Altro punto: quando parlo di migrazioni mi riferisco a un fenomeno che sarà durevole nel tempo. Non c’è temporaneità, per questo va governato. Ma il sistema di governo non è il multiculturalismo un po’ cialtrone che si è manifestato in questi anni. Noi dobbiamo essere accoglienti ma nella valorizzazione dei nostri valori che sono basati sull’uguaglianza e la libertà a cominciare dalla parità uomo donna. Quindi il multiculturalismo deve essere consentito nel rispetto di questi principi fondamentali. Non può essere il fai come ti pare.

Ma c’è ancora bisogno di riformismo oggi?
Ha cambiato segno. Ma la necessità è ugualmente forte. Oggi si hanno aree di disagio anche nel mondo dei professionisti, del commercio, degli artigiani. Fino a 15 anni fa un professionista, un avvocato un architetto, era considerato la crema della società. Molto spesso oggi, o paghi la cassa forense o paghi l’affitto dell’abitazione. Quindi il livello del disagio è diventato trasversale, è diventato mutevole. Si sta ovviamente meglio rispetto al primo novecento, ma si sta peggio rispetto a venti anni fa. E questo peggioramento non ha riguardato soltanto il proletariato del nostro tempo, ma pezzi di queste classi sociali che sono precipitate nel disagio sociale. Quella che era l’ossatura dell’Italia negli anni ‘80 e ‘90, il terziario, oggi non vive una stagione felice. L’ha vissuta ma non la vive più. Terza condizione, c’è stata un’interruzione brusca dell’ascensore sociale e questo riguarda soprattutto le giovani generazioni. Se a un ragazzo di venti anni lo privi delle opportunità gli togli il futuro.

E a questo serve una risposta da parte della politica…
La prima cosa da fare, almeno a livello europeo, è la necessità di prendere misure che Nencini-Psiriguardano il modo della grande finanza. Sono misure obbligatorie. La crisi della politica ha aperto un oceano davanti ai grandi poteri finanziari. E sono poteri in gran parte incontrollati. Non solo non sono eletti, ma non subiscono nessuna forma di controllo. Siccome non è possibile renderli eleggibili, sono obbligatorie almeno forme di controllo. Però sono misure che i singoli stati singolarmente hanno difficoltà a prendere perché sarebbero inefficaci. Servono accordi come minimo comunitari.

Mentre l’Europa latita.
L’Europa non sta partecipando in nulla nella definizione della cornice internazionale di questo secolo. La partita se la stanno giocando gli Stati Uniti, la Cina e mi pare che si stia consolidando la Russia. Questo è a oggi il triangolo. Manca il quarto lato, quello dell’Europa. Manca una visione di una leadership europea, che in passato c’è stata: i Mitterrand, i Kohl, i Craxi, i Gonzalez. La stessa Thatcher. Erano leader che avevano una visione internazionale. E una visione di orizzonte con un intuito del futuro. Oggi si discute soltanto di quanto rigore debba essere immesso quotidianamente sulla scena comunitaria.

E anche sulla gestione dell’immigrazione la mancanza di Europa si è sentita.
L’Europa di fatto con i trattati di Dublino ha delegato all’Italia, per sua condizione geografica il ruolo di piattaforma per i migranti. Ed è una delega irresponsabile. La seconda piattaforma l’aveva individuata nella Turchia di Erdogan. Una piattaforma a pagamento. Quindi in questo caso la revisione del trattato di Dublino è la priorità. La seconda è la valorizzazione dei suoi valori. Cioè una norma che obblighi chi arriva in Europa a giurare sulle nostre Costituzioni e a conoscere la lingua del paese che lo ospita per godere degli stessi diritti e avere le stesse responsabilità. Questo è decisivo. Noi, ormai un anno fa, abbiamo presentato un disegno di legge di questo tipo.

Il dibattito sulla legge elettorale sta entrando nel vivo. Il Psi cosa propone?
Prenderemo presto una iniziativa con i Radicali e con quanti sostengono la nostra proposta di legge. Che è un sistema di tipo maggioritario, la cui partenza può essere anche il Matterellum.

Passiamo al Partito…
Si è concluso il tesseramento 2016 del PSI. Pur mancando gli ultimi dati dei versamenti postali, abbiamo superato la soglia dei 19.000 iscritti. Aperta una nuova federazione estera a San Paolo in Brasile. Un risultato in perfetta linea con il tesseramento degli scorsi anni, nonostante il calo di attenzione verso i partiti e la politica. Grazie davvero per la vostra lealtà. Dobbiamo mettere da parte i tribunali e occuparci esclusivamente di politica. Noi saremmo leali con il governo Gentiloni, ma saremo più liberi soprattutto sulle misure che riguardano il mondo del lavoro e il disagio sociale.

In ogni caso le elezioni non saranno più lontane del 2018. Il Psi come si sta organizzando per questo appuntamento?
Intanto voglio sottolineare  che il tesseramento è andato molto bene. C’è stata una risposta molto positiva in tutta Italia. Secondo: ricucire lo strappo referendario. Nei prossimi tre mesi ci dedicheremo a disagio sociale, periferie e immigrazione con una nuova lettura del riformismo in Italia che affidiamo al Convegno meriti e bisogni che stiamo organizzando. Nello stesso periodo teniamo in Sicilia una nostra iniziativa sui migranti. Vanno preparate tante costituenti regionali a partire dal coinvolgimenti del Nuovo Psi. C’è già un’iniziativa in Campania che sta dando ottimi frutti. Qui dovremmo fare un censimento di tutte le forze, uomini e donne, che si rifanno al socialismo italiano: dal sindacato a chi è rimasto al focolare in questi anni. Quindi vanno previste tra gennaio e marzo tante Costituenti regionali. Tante Epinay. Terzo ed ultimo: a patire dalle regioni e dalle città importanti che vanno al voto, penso alla Sicilia, a Palermo e a Genova, per le quali bisogna pensare di mettere in campo dei rassemblement socialisti, laici, ambientalisti e civici.

Da gennaio Guterres, un socialista vecchia maniera, sarà a guida dell’Onu. Cosa significa questa scelta?
Vorrei che fosse l’inizio di una di una controtendenza. Anche perché non è vero che i partiti sono in crisi, sono in crisi i partiti tradizionali. Però dove esistono vincono le elezioni. Quello di Grillo è un partito nuova maniera, ma è un partito. Tsipras, che vince le elezioni in Grecia, ha un partito. I conservatori inglesi che cambiano leader nell’arco di un mese con un referendum interno, sono un partito. Podemos, in Spagna, è un partito. Non sono movimenti generici di cittadini. Però sono movimenti che aggrediscono la società con sistemi diversi del partito ottocentesco.

Ma se il rischio è quello di Roma con i 5 Stelle…
Il Senato romano ordinò Carthago delenda est. Pare che la parola d’ordine della sindaca sia invece delenda Roma.

Daniele Unfer

A Natale regala
il dialogo interreligioso

dialogo-religiosoIl Comitato di #Cristianinmoschea, istituito a seguito dell’evento internazionale di dialogo interreligioso promosso, l’11-12 settembre scorsi,  dalle Comunità del Mondo Arabo in Italia (Co-mai) e dal movimento internazionale “Uniti per Unire”, come  annunciato alla stampa nella manifestazione di Roma del 22 dicembre “A Natale regala Dialogo”, è diventato una Confederazione: che conta già  oltre 2000 adesioni da parte di realtà religiose e laiche, come  moschee, centri culturali arabi e musulmani,. ma anche Ong, sindacati, istituti, Università, comunità e associazioni internazionali cristiane ed ebraiche.

La notizia ufficiale è trasmessa da Foad Aodi, Presidente di Co-mai e Uniti per Unire, in chiusura appunto dell’iniziativa #ANataleRegalaDialogo: che ha visto unirsi Imam, rappresentanti della Chiesa, delle  altre comunità religiose e delle associazioni d’ origine straniera, per leggere messaggi di pace a favore delle vittime del terrorismo.
“Lo spirito che muove la nostra missione è  creare un’unione interculturale, interreligiosa,internazionale e laica: per sconfiggere l’ignoranza, i pregiudizi e il terrorismo creando un grande laboratorio per il vero dialogo”, dichiara Aodi. “Ringraziamo le tante realtà che ci sostengono da tutte le Regioni italiane – prosegue – e che potranno fare riferimento ad una Confederazione con un piano di lavoro preciso e degli obiettivi mirati”.
La prima stesura dell’esecutivo del Comitato, prevede come portavoce Foad Aodi; al Segretariato Generale, Nader Akkad (Siria), Imam della Moschea di Trieste; Sami Salem (Roma), Imam della Moschea “Al Fath” di Roma; Sharif Lorenzini (Puglia), portavoce del Consiglio Supremo dell’Islam in Italia (Csi) e Presidente della Comunità Islamica d’Italia (Cidi); Umberto Puato (Roma), Presidente di CulturAmbiente; Jean Claude Calisesi (Francia) Consigliere Consolare per i francesi in Italia, Santa Sede, San Marino e Malta, e Laura Frustaci, dirigente del Viminale, presidente di Rise Onlus. Al Coordinamento organizzativo, Amir Yones (Piemonte), presidente della Comunità egiziana a Torino; Ivo Pulcini, presidente dell’Associazione “Tutti per un cuore… un cuore per tutti Onlus”; Federica Battafarano, portavoce di Uniti per Unire; Fabio Massimo Abenavoli, medico, presidente di ” Emergenza Sorrisi Onlus _ Doctors for Smiling Children” (Onlus distintasi, ultimamente, soprattutto per le molte missioni a soccorso dei feriti in Siria); Saadie Kadhim (Iraq), Presidente Associazione Amicizia Italia – Iraq; Badia Rami (Marocco), Presidente Associazione “Maraa” Mohammed Khalili, medico, presidente della Comunità Giordana in Italia; l’ ammiraglio Enrico La Rosa, presidente dell’Associazione culturale “Omega”, e vari altri-  Fan parte dell’Ufficio di Presidenza di diritto, in qualità di consiglieri, i rappresentanti delle varie realtà aderenti alla Confederazione.

Gli obiettivi sono: rafforzare il ruolo delle Comunità e Associazioni d’ origine straniera, religiose e laiche, per intensificarne la collaborazione con il Governo Italiano; contrastare attraverso l’unione le guerre alle religioni e il terrorismo; organizzare iniziative e eventi congiunti che favoriscano il confronto e lo scambio tra le diverse culture e religioni; portare avanti il messaggio di pace di Papa Francesco, per valorizzare la buona convivenza tra cristiani e musulmani nei vari Paesi di origine dei fondatori del Comitato stesso; aumentare le delegazioni congiunte nei luoghi di culto di tutte le religioni, per promuovere la conoscenza; favorire i gemellaggi tra le Università Euro-mediterranee; stabilire i requisiti per l’istituzione di un albo per gli Imam in Italia, sul modello, in parte, della Francia; consentire la crescita di figure islamiche competenti che possano portare avanti una buona informazione, lavorando insieme ai laici; gettare le basi per un accordo duraturo tra i rappresentanti dell’Islam e il Governo Italiano, col coinvolgimento di tutte le realtà associative, istituzionali, religiose e laiche; collaborare con le Istituzioni italiane, per combattere il radicalismo e le “zone grigie” dove gli estremisti possono trovare terreno fertile.

“Siamo fiduciosi che il nostro messaggio d apertura arrivi a tutti. L’Italia è pronta a dimostrare che la buona convivenza esiste e le nostre iniziative ne sono esempio”, conclude Aodi, recatosi il 26 dicembre in Vaticano a festeggiare con i cristiani . Da parte loro, anche gli esponenti di #Cristianinmoschea proseguono la missione a favore del dialogo: l’Imam Nader Akkad ha partecipato in Vaticano, il 25 dicembre, alla preghiera di Natale con Papa Francesco, mentre l’Imam Sami Salem il 26  ha pranzato con i detenuti nel Carcere di Roma. In programma, una prossima riunione nazionale, che raccoglierà tutti i membri della Confederazione.

Fabrizio Federici