lunedì, 27 febbraio 2017
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Opinioni e commenti
 

Alessandro Pietracci
Il rancore dopo il referendum
Pubblicato il 15-12-2016


Nella vita e nella storia, individuale e collettiva, siamo chiamati a compiere scelte spesso difficili, se non laceranti o dolorose, che, quando non riguardano esclusivamente la nostra dimensione personale, finiscono sempre per scontentare qualcuno. Le opinioni sono tante, i desideri diversificati, le attese incomponibili, i punti di vista singolari: dal condominio allo Stato, le decisioni prese non trovano quasi mai un consenso unanime. Come fare affinché l’altro (sia esso un nostro familiare, un collega di lavoro, oppure un partito di opposizione in Parlamento…) accetti la nostra scelta benché non l’abbia affatto voluta e approvata?
Le civiltà umane si sono date diverse risposte, cercando di costruire comunità che permettano a tutti di sentirsi “a casa”, a prescindere da chi detiene in quel momento il potere. Esistono fattori identitari, ambientali, etnici e culturali, che determinano e cementano questa collaborazione reciproca. Tuttavia mano a mano che le comunità si sono allargate, diventando più complesse, servono regole giuridiche stabilite, procedure condivise e istituzioni riconosciute per garantire coesistenza pacifica e capacità di gestione. Essere in grado di litigare, di discutere, di contrapporsi e infine di decidere a maggioranza senza ricorrere alla violenza: questa è la politica. Che poi può assumere varie forme. La democrazia è un modo per scegliere senza violenza, con in più l’idea che al centro del processo debba esserci l’interesse collettivo.
La democrazia parlamentare è un sistema, in Italia, ormai consolidato dal secondo dopo guerra: un’immagine ideale per cui i cittadini, teoricamente liberi e coscienti del proprio ruolo, partecipano alla vita pubblica attraverso la partecipazione a questo o quel partito e soprattutto attraverso il voto In realtà in Italia abbiamo assistito negli ultimi quarant’anni ad una drastica diminuzione dell’affluenza alle elezioni: siamo passati dal 93% del 1976 al 73% del 2013 (nello stesso periodo per le consultazioni referendarie siamo scesi dal 87% del 1974 al 65% di oggi.
Questo è un campanello d’allarme drastico anche perché si accompagna ad una disaffezione generalizzata verso la classe dirigente, ad una sfiducia nella possibilità di cambiare realmente le cose. A lungo andare queste circostanze minano alle fondamenta la democrazia. Aggiungiamoci l’aumento della disuguaglianza e l’impoverimento della “classe media”, e arriviamo alla situazione odierna. Economia “molecolare”, “rancore” verso la “casta”, “rintanamento” nel quotidiano: queste alcune tendenze evidenziate nell’ultimo rapporto Censis sulla situazione dell’Italia. Di qui, secondo l’istituto di ricerca, “Il grande distacco tra potere politico e popolo; in crisi la funzione di cerniera delle istituzioni”.
Una democrazia forte non ha paura della divisione. Nel 1946 lo scarto tra i favorevoli alla Repubblica e quelli alla monarchia era più sottile dal divario tra i Sì e No a questo ultimo referendum. E si trattava di una scelta di peso molto diverso! Eppure adesso abbiamo paura di dividerci in due. Nonostante ciò, restiamo sulle barricate, l’un l’altro armati (per fortuna per ora soltanto a parole). Le forze politiche (in particolare il centro sinistra) si sentono assediate dai “populisti” o meglio dai rivoluzionari 2.0 che promettono di distruggere tutto per una palingenesi ottimistica con un afrore di imbroglio.
Certamente nella consultazione del 4 dicembre, si sono contrapposti anche i favorevoli innovazioni introdotte dalla riforma e quanti preferivano mantenere la Costituzione vigente, pur con i limiti tante volte denunciati. Ma l’Italia si sta divaricando di più tra i “sommersi” ed i “salvati” della globalizzazione; tra chi si vede scivolare nella povertà e chi immagina un futuro migliore; tra chi cerca un capro espiatorio e chi si rimbocca le maniche; tra i “senza diritti” e i super tutelati; tra chi crede ancora nelle istituzioni e chi dirà sempre “No”. Un No che negli Stati Uniti si tramuta in quell’urlo nelle urne del successo di Trump, che in Europa si scaglia contro l’immigrazione, rea di ogni tipo di nefandezza. Siamo meno ricchi: colpa del governo, dell’Europa, degli stranieri, della politica in generale. Così i demagoghi, quelli che usano il “linguaggio della gente” (sempre retrivo e volgare), i moralisti che a parole si contrappongono ai corrotti, hanno fiato e consenso. Metterli concretamente alla prova di governo sarebbe però inquietante e pericoloso.
Intanto la nostra democrazia rischia e la classe dirigente viene accusata, spesso a ragione, di essere lontanissima dai bisogni della gente. D’altro canto però le promesse facili – quelle che magari possono portare voti – alla prova dei fatti hanno un effetto contro-producente: innalzano e fanno cadere in un brevissimo lasso di tempo. Quello di cui abbiamo bisogno è di recuperare fiducia nelle istituzioni. In che modo? Ce ne sono tanti, ma forse è meglio cominciare da noi stessi, magari impegnandoci di più e meglio nella cosa pubblica.

Alessandro Pietracci,
Segretario Provinciale del Psi

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Commenti all'articolo
  1. “Una democrazia forte non ha paura della divisione” dice giustamente l’Autore di queste righe, portando l’esempio del Referendum tenutosi nel 1946, che, sempre a sua detta, riguardava “una scelta di peso molto diverso!”, e d’altronde quando ci si trova su posizioni tra loro incompatibili, ovvero non negoziabili come si usa dire, meglio forse il dividersi che lo stare insieme forzatamente.

    Le “separazioni” hanno peraltro segnato la vita del movimento socialista, facendolo spesso diventare oggetto di critiche anche pungenti, ma a mio avviso immeritate, perché sono stati quantomeno momenti di chiarezza e di “non ambiguità”, che andrebbero per così dire rivalutati.

    C’è da aggiungere che settant’anni fa la scelta era anche molto netta e precisa, tra Repubblica e Monarchia, e così potrebbe pure dirsi riguardo al 1974, quando fummo chiamati ad esprimerci sul divorzio, mentre per quella del 4 dicembre le posizioni in campo sembravano molto più articolate e composite, e quindi meno “divisive”, ma ciononostante il Paese si è sostanzialmente spaccato, e altrettanto è successo per più di un partito.

    Difficile sapere oggi se e come potrà essere archiviata la contrapposizione preelettorale, e ricomposta nel contempo la “lacerazione” che si è di fatto prodotta, e può darsi che in qualcuno vi sia un velo di “rancore” o la voglia di rivalsa, ma anche chi non nutre questi sentimenti sa che in politica un voto non resta mai senza conseguenze, e chi ha tenuto una linea non condivisa dall’elettorato non può a mio giudizio far finta di niente – mi riferisco naturalmente ai vertici dei partiti – ma dovrebbe dire come intende muoversi, dentro e fuori dal rispettivo partito, dopo che le proprie tesi non hanno superato la prova delle urne.

    Paolo B. 17.12.2016

  2. “Una democrazia forte non ha paura della divisione” dice giustamente l’Autore di queste righe, portando l’esempio del Referendum tenutosi nel 1946, che, sempre a sua detta, riguardava “una scelta di peso molto diverso!”, e d’altronde quando ci si trova su posizioni tra loro incompatibili, ovvero non negoziabili come si usa dire, meglio forse il dividersi che lo stare insieme forzatamente.

    Le “separazioni” hanno peraltro segnato la vita del movimento socialista, facendolo spesso diventare oggetto di critiche anche pungenti, ma a mio avviso immeritate, perché sono stati quantomeno momenti di chiarezza e di “non ambiguità”, che andrebbero per così dire rivalutati.

    C’è da aggiungere che settant’anni fa la scelta era anche molto netta e precisa, tra Repubblica e Monarchia, e così potrebbe pure dirsi riguardo al 1974, quando fummo chiamati ad esprimerci sul divorzio, mentre per quella del 4 dicembre le posizioni in campo sembravano molto più articolate e composite, e quindi meno “divisive”, ma ciononostante il Paese si è sostanzialmente spaccato, e altrettanto è successo per più di un partito.

    Difficile sapere oggi se e come potrà essere archiviata la contrapposizione preelettorale, e ricomposta nel contempo la “lacerazione” che si è di fatto prodotta, e può darsi che in qualcuno vi sia un velo di “rancore” o la voglia di rivalsa, ma anche chi non nutre questi sentimenti sa che in politica un voto non resta mai senza conseguenze, e chi ha tenuto una linea non condivisa dall’elettorato non può a mio giudizio far finta di niente – mi riferisco naturalmente ai vertici dei partiti – ma dovrebbe dire come intende muoversi, dentro e fuori dal rispettivo partito, dopo che le proprie tesi non hanno superato la prova delle urne.

    Paolo B. 17.12.2016

  3. “Una democrazia forte non ha paura della divisione” dice giustamente l’Autore di queste righe, portando l’esempio del Referendum tenutosi nel 1946, che, sempre a sua detta, riguardava “una scelta di peso molto diverso!”, e d’altronde quando ci si trova su posizioni tra loro incompatibili, ovvero non negoziabili come si usa dire, meglio forse il dividersi che lo stare insieme forzatamente.

    Le “separazioni” hanno peraltro segnato la vita del movimento socialista, facendolo spesso diventare oggetto di critiche anche pungenti, ma a mio avviso immeritate, perché sono stati quantomeno momenti di chiarezza e di “non ambiguità”, che andrebbero per così dire rivalutati.

    C’è da aggiungere che settant’anni fa la scelta era anche molto netta e precisa, tra Repubblica e Monarchia, e così potrebbe pure dirsi riguardo al 1974, quando fummo chiamati ad esprimerci sul divorzio, mentre per quella del 4 dicembre le posizioni in campo sembravano molto più articolate e composite, e quindi meno “divisive”, ma ciononostante il Paese si è sostanzialmente spaccato, e altrettanto è successo per più di un partito.

    Difficile sapere oggi se e come potrà essere archiviata la contrapposizione preelettorale, e ricomposta nel contempo la “lacerazione” che si è di fatto prodotta, e può darsi che in qualcuno vi sia un velo di “rancore” o la voglia di rivalsa, ma anche chi non nutre questi sentimenti sa che in politica un voto non resta mai senza conseguenze, e chi ha tenuto una linea non condivisa dall’elettorato non può a mio giudizio far finta di niente – mi riferisco naturalmente ai vertici dei partiti – ma dovrebbe dire come intende muoversi dopo che le proprie tesi non hanno superato la prova delle urne.

    Paolo B. 17.12.2016

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