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Opinioni e commenti
 

Castro, Stalin e quella sinistra cieca – Ugo Intini – Il Mattino
Pubblicato il 01-12-2016


castro-il-mattinodi Ugo Intini

Se si guardano i giornali del marzo 1953 sulla morte di Stalin, assomigliano a quelli su Fidel: esaltazione assoluta a sinistra, enorme spazio al mito e poco ai lati oscuri sulla stampa indipendente. Sarà lo stesso per la storia di Cuba? In attesa, guardiamo nelle zone buie, che per tutti regimi comunisti, stranamente, si assomigliano anche a distanza di decenni.

Molte generazioni si sono chieste come i grandi intellettuali e i media siano stati ciechi verso i processi staliniani. Ma ci sono stati anche quelli castristi, neppure troppo tempo fa’. E quasi non ce ne siamo accorti. Arnaldo Ochoa aveva combattuto nella Sierra Maestra con Fidel. Era diventato il generale più prestigioso. Come tale, aveva comandato il corpo di spedizione cubano in Africa: 50.000 uomini decisivi per portare alla vittoria contro le milizie filo occidentali il governo comunista in Angola. Era tornato in trionfo all’Avana, osannato e riconosciuto come eroe nazionale. Nel 1989, improvvisamente, fu arrestato, accusato di traffico di droga, condannato a morte con un processo spettacolare e fucilato. Fu uno psicodramma nazionale e un giallo mondiale. Esattamente come nei processi staliniani, Ochoa si dichiarò colpevole, sulle piazze dell’Avana e di tutte le città cubane, gli altoparlanti diffusero davanti a una folla ammutolita le sue parole di disprezzo contro se stesso. Da anni, le autorità e la stampa americana accusavano Castro di procurarsi dollari spedendo droga negli Stati Uniti d’accordo con il cartello colombiano di Medellin. Il generale Ochoa e gli altri alti ufficiali condannati a morte con lui venivano indicati dagli osservatori occidentali come il punto di riferimento di un’opposizione crescente tra i militari, usata da Gorbaciov per spingere anche Cuba verso la perestroika. Castro pensò di scaricare lontano da sé la responsabilità per il traffico di droga? Volle liberarsi del contrappeso dell’esercito, come fece Stalin nel 1937 condannando a morte per tradimento il maresciallo dell’Armata Rossa Tuchacevskij insieme a molti generali? Raggiunse entrambi gli obbiettivi con un colpo solo?
Certo le campagne militari africane di Cuba furono lo strumento dell’imperialismo sovietico nel continente, contrapposto a quello occidentale. Ochoa stabilì con i colleghi sovietici rapporti stretti, combattendo non solo in Angola, ma anche nella regione somala dell’Ogaden, fianco a fianco con il generale Petrov. Di questo imperialismo, tutti si accorsero meno gli italiani. A Pechino, nel 1979, ero presente a un incontro con il successore di Mao, il presidente Hua Guofeng. Voi italiani- ci disse-siete certo esperti di Somalia. Vorrei il vostro consiglio sulla situazione nello stretto di Bab el Mandeb. Gelo e sgomento a causa della nostra clamorosa ignoranza.”Vedete- spiegò Hua pazientemente- il generale Petrov e i cubani stanno occupando in Somalia la zona dell’Ogaden. Hanno già un regime comunista loro alleato nello Yemen del Sud. Quindi controllano entrambe le sponde dello stretto di Bal el Mandeb, dal quale passa verso il Mar Rosso e Suez tutto il vostro petrolio. Quando vogliono, stringono le dita sulla vostra vena iugulare e vi soffocano”.
A Cuba, ancora oggi, immensi poster di Che Guevara affiancano l’autostrada al posto dei cartelli pubblicitari. Ma molti pensano che il Che andò a combattere per una improbabile e velleitaria rivoluzione in Bolivia perché era in urto con Fidel e non voleva fare la fine di Trotsky con Stalin. Se non ci mancasse spesso la memoria storica, ricorderemmo che la morte di Che Guevara ha una connessione anche con i nostri laceranti anni ’70. Legato alla sua fine è il nome del maggiore dell’esercito boliviano Quintanilla che, per allontanarlo dalla promessa vendetta cubana, fu trasferito come console ad Amburgo. Il governo di La Paz temeva i commandos dei servizi segreti cubani. Chiese invece di vederlo una elegante signora tedesca, estrasse una pistola dalla borsetta e lo uccise. Era una boliviana e guerrigliera comunista di origine tedesca, figlia di un simpatizzante nazista fuggito dopo la guerra dall’Europa. Si chiamava Monica Ertl. Scappando, perse la pistola: era stata acquistata a Milano dall’editore Giangiacomo Feltrinelli. Tornata in Bolivia, sarebbe stata a sua volta uccisa dal regime militare.
A distanza di tanti anni, le tragedie si stemperano, spesso sino alla banalità. L’uomo forte e persecutore di comunisti e guevaristi fu, per definizione, in Bolivia, il generale Hugo Banzer, che conquistò il potere con un colpo di Stato delle Forze Armate. Fu poi rieletto democraticamente e nel 2000 venne a Roma accolto con tutti gli onori. Ero lì quando incontrò il presidente della Repubblica Ciampi. Seduto accanto a lui, gli batté platealmente una mano sulle ginocchia e esordì con un gioco di parole dal gusto molto dubbio. “Presidente posso essere sincero? Si sono scritte cose molto ingiuste su di me. Ma la mia non
fue dictadura, fue dictablanda”.
Crollata a Mosca la casa madre, due soli regimi comunisti sono rimasti al mondo: in Corea del Nord e a Cuba. Su un punto, curiosamente, si assomigliano, quasi che, paradossalmente, l’ultimo stadio del comunismo porti a logiche dinastiche, ritornando alla monarchia. Figlio e nipote di Kim Il-sung hanno governato e governano a Pyongyang. Fidel Castro non aveva figli maschi e il successore è pertanto il fratello Raoul, che ha avuto un ruolo di punta nell’accusare e eliminare il generale Ochoa.
Credo che abbia fatto benissimo Obama ad avviare la normalizzazione dei rapporti con Cuba. L’ultimo regime comunista dell’emisfero occidentale sarà assorbito più facilmente attraverso il commercio e il turismo, mentre l’isolamento si è dimostrato controproducente: il presidente e i democratici americani hanno praticato saggiamente la realpolitik. Non ci hanno però mai aggiunto, come in Italia, l’indulgenza al mito della rivoluzione cubana. Un mito così forte che ancora fino a ieri era da noi difficile criticare Fidel. Ricordo con affetto e tristezza Carlos Franqui: un combattente castrista della prima ora, famoso giornalista e scrittore. Nel 1968, aveva osato condannare l’invasione sovietica della Cecoslovacchia e aveva dovuto a salvarsi con l’esilio. Ho organizzato per lui conferenze e interviste in Italia. Ma mai siamo riusciti a superare il muro di ostilità dei nostri media e della nostra cultura dominante. Che d’altronde non risparmiarono neppure Solgenitsin o Sacharov. Il mito, forse, è sempre più forte della verità. Almeno per quanti, in quel mito, sono cresciuti. A dire il vero, il fascino di Fidel in Italia si capisce meno, ma all’Avana ha una base molto semplice e formidabile. E’ la radicata, storica ostilità verso gli americani del Nord (gli yankee), accompagnata da complessi di inferiorità, invidia e risentimento (diffusi d’altronde ovunque nel continente sudamericano). Il tutto sintetizzato da una frase sola, sempre ripetuta, da decenni, a Cuba. “Viva Fidel, porque los yankee non pueden contra el”. Viva Fidel, perché aveva forse tante colpe, ma era l’unico che li faceva sentire alla pari dei più fortunati vicini, l’unico contro il quale lo strapotere di Washington (incredibilmente e per la prima volta) “nulla poteva”.

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