sabato, 25 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Claudio Pavone e una memoria che non può essere condivisa
Pubblicato il 05-12-2016


pavoneSi è spento pochi giorni fa a Roma, all’età di 95 anni Claudio Pavone, un finissimo storico che ha consegnato alla cultura italiana l’opera fondamentale per la riscrittura della guerra civile occorsa nel nostro paese tra il 1943 e il 1945. La scomparsa dell’accademico romano, che ha suscitato il cordoglio del mondo culturale e della comunità degli storici italiani e internazionali, tutti concordi nel riconoscere a Pavone, che prima di diventare professore universitario, tra l’altro tardi, negli anni settanta, era stato un ottimo archivista, le doti di ricercatore che lo avevano portato a produrre opere imprescindibili per capire in profondità momenti fortemente divisivi della storia italiana.

Pavone, che si era formato nell’ambito storiografico marxista, ma che non aveva mai aderito al Pci, era profondamente antifascista e aveva combattuto la guerra partigiana, esperienza che lo accomunò a molti dei contemporaneisti italiani. Il particolare non è da poco, se si considera che la storia contemporanea in Italia è sempre stata, in primis, storia politica, e che le posizioni e le ricostruzioni sono state fortemente politicizzate. Quando Pavone, nel 1991, sdoganò il termine “guerra civile” relativamente alla guerra tra partigiani e repubblichini, riconsegnando a quest’ultimi il riconoscimento dello status di combattenti, non mancarono le critiche, giunte soprattutto da sinistra: i custodi delle verità storiografiche non potevano accettare che nel proprio seno si consumassero degli strappi e, meno che meno, che nel valore civile che doveva avere la professione di storico qualcuno rischiasse di alimentare una prospettiva di riabilitazione di esperienze fasciste. Ma Pavone non si arrese, e cercò anzi, con coraggio, di prendere le distanze da certe degenerazioni che l’uso pubblico della storia cercava di imprimere ai fatti, agli eventi che lo storico stesso aveva vissuto in prima persona. Il tema della “memoria comune” o della “memoria condivisa” fu bersaglio di alcuni suoi scritti: non c’è niente di più soggettivo della memoria, aveva affermato, ed era impensabile che chi aveva fatto la resistenza e chi aveva combattuto per la repubblica sociale avessero la stessa memoria, la stessa percezione di quello che era avvenuto.

Anche questa è una grande lezione intellettuale, di fronte a chi vuole omogeneizzare tutto, ad ogni costo. Una lezione di onestà e di chiarezza, che serve ad ogni uomo che pensi al proprio impegno civile. Anche per questo, in un modo fatto di aspiranti o presunti fenomeni, l’onestà di Pavone ci mancherà. A testimoniarla, però, resteranno le sue imperiture opere.

Leonardo Raito

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