venerdì, 28 aprile 2017
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Opinioni e commenti
 

Consultazioni. M5S all’attacco: “Noi siamo pronti”
Pubblicato il 09-12-2016


di-maioVia alle consultazioni. Che partono al buio con le forze politiche ferme sulle loro posizioni, bloccate da veti incrociati. Ma Sergio Mattarella tiene la barra dritta e sembra determinato a chiudere in fretta, sviscerando le soluzioni in campo che rimangono diverse, nella consapevolezza del fatto che il Pd rimane il partito di maggioranza e che non si può non tenere conto di quello che dirà al Quirinale sabato prossimo. “Ora è il tempo della pazienza e della tenacia”, è il messaggio che infatti consegna il Capo dello Stato ai suoi fedelissimi.
Renzi, che oggi è tornato in famiglia dalla sua Pontassieve controlla a distanza, ma l’ipotesi di un reincarico allo stesso premier rimane ad oggi la più razionale. Tanto che il Colle ricorda che nulla oggi è cambiato e che non trovano conferme indiscrezioni giornalistiche che delineano un allungamento dei tempi da parte del Quirinale o l’idea di affidare mandati esplorativi. Si cerca insomma l’incarico per domenica. Già questa sera con l’ex presidente Napolitano e i presidente delle Camere, “in un’atmosfera molto serena”, si e’ entrati nel merito e nella tempistica che ruota tutta intorno alle legge elettorale.
“Siamo pronti a governare: per noi non esiste un governo con tutti e non esiste un governo di larghe intese”. Lo ha detto il deputato M5S e vice presidente della Camera, Luigi Di Maio che aggiunge: “Si deve fare la legge elettorale, si fa in Parlamento, alla Camera, poi si completa con quello che dice la Corte Costituzionale, e si va al voto. Lo si fa con il governo che c’è, in carica per l’ordinaria amministrazione”.
All’esterno del Colle i riflettori in questo momento sono equamente divisi sul Partito democratico e Forza Italia. Nel Pd ad oggi si conferma la linea indicata da Renzi in direzione e cioè un governo di responsabilità nazionale con tutti oppure le urne dopo la sentenza della Consulta. Al di là delle dichiarazioni ufficiali però nelle file dei Dem la tensione è alle stelle e le divisioni sul futuro faticano ad essere tenute sotto traccia. La minoranza del partito infatti non fa mistero di puntare ad un governo a guida Pd che duri fino alla fine della legislatura.
“Ho promesso al Presidente Mattarella, con cui i rapporti non sono buoni ma perfetti, il massimo supporto e la massima disponibilità per risolvere questa brutta situazione e superare la crisi”. Lo afferma il Presidente del Consiglio dimissionario, Matteo Renzi, conversando con ‘Il Messaggero’. Renzi prosegue: “Ormai sono una sfinge, mi sono tolto di mezzo e aspetto di vedere cosa succede. Avete visto in quale palude ci siamo cacciati con il NO al referendum? Crisi, inciuci, trame e governi balneari”. Le acque sono agitate anche dentro Forza Italia. Silvio
Berlusconi è atteso a Roma per fare il punto con il vertice del suo partito alla vigilia dell’incontro con Mattarella previsto per sabato pomeriggio. Ufficialmente la linea del Cavaliere non cambia: Una maggioranza c’è già in Parlamento – è il ragionamento – sta a loro esprimere un presidente del Consiglio.
Forza Italia non è disponibile a dare sostegno a nessun governo ma a discutere sulle modifiche della legge elettorale assolutamente sì.
Come spesso accade però, il Cavaliere si tiene aperte diverse opzioni e la suggestione di poter tornare protagonista al governo è un opzione che in assoluto non si può ancora scartare. L’ex premier attende di ascoltare quello che dirà Mattarella (nonostante già da diversi giorni il Colle sia in contatto con Arcore tramite Gianni Letta) e le opzioni che il Capo dello Stato metterà sul tavolo. Berlusconi sa bene però che dare il via libera ad un governo con i voti di Forza Italia metterebbe la parola fine sull’alleanza con Lega e Fratelli d’Italia e
rischia di mettere in discussione anche la tenuta del suo partito, contrario a fare l’ennesima torsione. A meno che, si ragiona in ambienti azzurri provando ad interpretare il pensiero del Cav, non venga offerta sul piatto della trattativa un Italicum fortemente connotato in senso proporzionale, con un forte sbarramento. Cosa che, si ragiona sempre, consentirebbe ad Fi di avere una sua autonomia di movimento nell’ambito del centrodestra, senza dover sottostare per forza alle richieste degli alleati. Ma una soglia di entrata alta metterebbe in crisi
la maggioranza visto che sarebbe inaccettabile per Alfano e i piccoli partiti.
Indisponibili a sostenere un nuovo esecutivo sono il resto dei partiti dell’opposizione anche se a far discutere è in particolare il Movimento Cinque Stelle. Il vice presidente della Camera Luigi Di Maio apre alla possibilità di andare al voto dopo la sentenza della Consulta con Renzi dimissionario a palazzo Chigi. Che la vera battaglia pero’ sia la legge elettorale è fuori discussione. Da ciò infatti dipenderà la conformazione futura di molti partiti, a partire da quelli del centrodestra.

A dare una schiarita all”intoppo ci pensa Matteo Orfini.
“Una premessa: questa legislatura nasce con l’impegno solenne a fare riforme e legge elettorale. Così giustificammo maggioranze disomogenee. Il 4 dicembre questo film è finito. E questo porta alla fine della legislatura”. E’ quanto afferma a Repubblica, Matteo Orfini del Pd, che aggiunge: “Resta il problema del sistema di voto, che è ciò che giustificherebbe il prolungamento della legislatura. Prima di decidere, però, chiediamo alle altre forze cosa intendano fare. Il M5S, ad esempio: propone di estendere l’Italicum al Senato, mentre Di Battista vuole elezioni subito, ma non spiega chi nel frattempo governa. E Berlusconi? Reclama un tavolo sull’ Italicum, ma non dice chi guiderà l’esecutivo”. “Lo sostenevo già prima del referendum – dice quindi Orfini sul Pd -: dopo il 4 dicembre serve subito un congresso. Ci sono state divisioni e lacerazioni profonde. Questo tema va affrontato: non si può pensare che l’anarchia possa essere la fisiologia del Pd”.
Su Dario Franceschini, Orfini osserva: “E’ stato un ottimo ministro dei Beni culturali ed è un importante leader del Pd. Ma non è l’azionista di maggioranza del partito. Ne’ lui, ne’ nessun altro può immaginare di gestire il Pd come una federazione di correnti, perché non si fa il bene del partito”.
Sul fatto che in molti lo considerano “l’uomo del Presidente”, Orfini insiste: “Escludo che si possa considerare Franceschini come l’uomo del Presidente della Repubblica, perché il Presidente parla con il Pd e non certo con questa o quella fazione del partito”.
“Giuliano Pisapia – dice anche Orfini – ha fatto un’intervista molto coraggiosa, anche per la tempistica, ed è un interlocutore importantissimo. Chi ha a cuore le sorti della sinistra, si pone in interlocuzione con il Pd, perché l’alternativa è la destra. Ho letto reazioni isteriche alle sue parole, fortunatamente è solo la reazione di una frangia minoritaria”.

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