venerdì, 24 marzo 2017
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Il «Corsera» e acido romanzo verso i socialisti
Pubblicato il 22-12-2016


tregua-nataleSull’«Avanti!» del 12 dicembre 1923 un articolo anonimo rilevò l’indirizzo antisocialista del «Corriere della Sera»negli anni che precedettero l’ascesa al potere del fascismo: «Per tre anni la cronaca del “Corriere”è fatta contro di noi; ogni incidente, ogni errore, è stato posto in una luce antipatica, per i socialisti. Nessun organo lavorò più del “Corriere” perché il fascismo fosse acclamato come salvatore del paese. Ora i salvatori sono un po’ tutti esigenti. Che di fronte a un’esigenza che diventa sfrontatezza il “Corriere” si impunti, è simpatico».

    L’articolo, uscito sicuramente dalla penna di Pietro Nenni, è significativo per comprendere l’avversione del «Corriere della Sera» nei confronti del socialismo italiano. Esso esprime un giudizio opposto a quello che si ritrova nel saggio introduttivo («Fedeli al “canone Albertini”: il “Corriere” la politica») con cui Paolo Mieli presenta il farraginosovolume Il romanzo del dell’Italia. Centoquarant’anni di «Corriere della Sera» (Trebaseleghe-Milano 2016, pp. 507).

    Fin dalla sua fondazione il «Corriere della Sera», di cui il primo numero uscì il 5-6 dicembre 1876, professò un indirizzo «blandamente governativo», assumendo una «linea sensibile agli interessi dell’imprenditoria lombarda» (p. 29). Il giudizio di Mieli è preciso, ma merita di essere meglio precisato se non viene connesso alla gravità della questione sociale a Milano e all’evoluzione del socialismo italiano, che trovò una struttura organizzativa nella costituzione del Partito dei Lavoratori Italiani (20-21 agosto 1892).

  Il «Corriere della Sera»sorse su iniziativa di Eugenio Torelli- Viollier (Napoli, 26 marzo 1842 – Napoli, 26 aprile 1900), un giornalista di fede monarchica, che nutrì una forte acredine per la stampa democratica come la socialista-operaista «La Plebe» o la democratica-radicale «Il Secolo». Forse a spingerlo alla sua «ideazione» fu l’avversione a Felice Cavallotti e a Filippo Turati:contro il deputato radicale scagliò l’accusa non fondatadi plagio letterario per il dramma storico I pezzenti (1871) che ebbe anche strascichi giudiziari, mentre contro il socialista milaneseespressesul «Corriere della Sera» (maggio 1878) un aspro giudizio per la poesia «Ebbrezza triste».

Degli ultimi cinque lustri del XIX secolo il volume dedica poco spazio alla storia del «Corriere», trascurando avvenimenti coevi come la morte di Giuseppe Garibaldi (1882) oppure la sommossa popolare contro il rincaro del pane, repressa da Bava Beccaris (1898). Ad eccezione di alcuni accenni presenti negli articoli di Ferruccio de Bortoli o di Sergio Romano, quel periodo storico è trascurato o ridotto ad un’agiografica interpretazione della città di Milano, che per Galli della Loggia «haun’identità più articolata, più varia, rispetto alle altre città del Nord» (p. 55). Essa si differenzia per esempio da Torino o da Genova, perché dell’una «non ha il ferrigno abito burocratico-statale» e della seconda «l’utopico avventurismo della Genova repubblicana e mazziniana» (p. 55). Il giudizio, che sembra tratto dal vocobolario leghista, è ricavato da Glauco Licatanella sua Storia del Corriere della Sera (Milano 1976, p. 41), là dove scriveche quello del giornale «non fu pertanto una opposizione campanilistica Milano-Roma, impostata come lo era stata trent’anni prima quella di Carlo Cattaneo Milano-Torino; e neppure impostata come le altre contrapposizioni (Napoli-Roma, Firenze-Roma, Torino-Roma) quali si conobbero nell’Italia cavouriana e poi in quella umbertina. L’opposizione Milano-Roma, e la qualifica di capitale morale continuamente rivendicata per Milano dal Corriere, implicano l’affermazione di una vera e propria leadership, che il giornale giustifica con tutta una serie di virtù che incidentalmente sono virtù specifiche di imprenditori industriali del Nord Italia: parsimonia, repulsione per le connivenze politiche, lavoro inteso come una missione affidata da Dio ad una élite (ed élite non soltanto in relazione alla popolazione, ma anche al territorio)».

Il lungo brano serve a Galli della Loggia per definire «l’identità milanese», l’unica in gado di far nascere «un grande quotidiano nazionale» (p. 57) grazie «all’iniziativa di un pugno di imprenditori lombardi», alla grandiosa struttura industriale (Breda, Pirelli), unita alle «più varie attività manifatturiere» e finanziarie (pp. 54 e 55). Dal volume di Licata il noto commentatore del quotidiano milanese trae solo quello che gli serve per sviluppare il suo discorso, dimenticando gli aspetti negativi presenti nella città ambrosiana. Proprio negli anni fondativi del «Corriere», Milano deteneva tre primati: quello della malavita, quello dei salari più bassi d’Europa e l’altro dei prezzi più alti. In nome della quiete pubblica e dell’ordine sociale, di cui il giornale fu (ed è) portavoce, il padronato impose salari bassie stressanti condizioni di lavoro: il cotoniere Eugenio Cantoni impose il lavoro notturno ai fanciulli e alle donne, mentre Giovanni Battista Pirelli – proprietario di quote del «Corriere» – pretese nel 1891 una riduzione della paga del 10 per cento con la minaccia di chiusura della fabbrica. Quale sia stato il ruolo di Filippo Turati in quella circostanza e in difesa dei lavoratori scesi in sciopero, non è detto dai compilatori dei saggi che ignorano ogni riferimento al socialista milanese.

Nel suo saggio agiografico Galli della Loggia considera Albertini un «geniale giornalista-imprenditore» capace «in pochi anni» di pubblicare «un quotidiano con una tiratura abituale di circa cinquecento mila» (p. 53). Secondo studi più attendibili si deve precisare che il «Corriere della Sera» non superò nel 1906 le 150 mila copie per passare solo con l’ascesa al potere del fascismo a quella cifra. L’esaltazione acritica del «Corriere», considerato un «grande quotidiano nazionale», viene desunta anche dalla capacità di spingersi nel profondo Sud e la vigoria di denunciare la manipolazione delle elezioni ad opera dei prefetti giolittiani (p. 57).

    Nel suo saggio Ferruccio de Bertoli considera in modo erroneo il giornale particolarmente sensibile ai temi della disparità sociale (p. 43), mentre Sergio Romano analizza in modo frettoloso il suo atteggiamento sulla politica estera. Sul primo aspetto de Bortoli attribuisce addirittura a Torelli Viollier «un grande amore per la sua terra natale» per la particolare attenzione «all’arretratezza del Sud, all’esplosività politica della questione meridionale», che «si trasformerà poi negli anni albertiniani in una battaglia di civiltà e giustizia» (p. 43). In realtà, Torelli Viollierconsiderò il Meridione la palla al piede dell’Italia e professò un «antimeridionalismo alquanto sbrigativo», che – come scrive Glauco Licata nella già ricordataStoria del Corriere della Sera (Milano 1976) – «sorprende in Torelli Viollier, napoletano, eppure incapace di capire i problemi del Meridione per l’intralcio di vari pregiudizi» (p. 34). Strano che un ex direttore del «Corriere» commetta un errore così madornale, imputabile all’unica lettura dell’altra Storia di cento anni di vita italiana visti attraverso il Corriere della Sera (Milano 1978) di D. Mack Smith, da cui trae le notizie su Giuseppe Raimondi e su Giovanni Marchese, entrambi presentati come progressisti e difensori l’uno della regolamentazione legislativa delle società di mutuo soccorso e l’altro di «una perequazione fondiaria e di un alleggerimento del peso fiscale» (p. 43).

Il passaggio della direzione a Domenico Oliva accentuò la linea conservatrice del «Corriere», che definì i socialisti «orde di Attila e di Genserico», invitando l’autorità governativa a limitare la libertà di stampa con esplicito riferimento all’Avanti! (cfr. Quel che si deve fare, «Corriere della Sera», 15 maggio 1898). La successiva gestione di Luigi Albertini (direttore dal 13 luglio 1900) è presentato da Mieli come un direttore innovatore per il capovolgimento della linea di Oliva (p. 30). L’ex direttore del quotidiano milanese dimentica di sottolineare come l’ascesa imprenditoriale di Albertini fu dovuta ad una certa  spregiudicatezza e al legame parentale con il drammaturgo di successo Giuseppe Giacosa: sposò nel 1900 la figlia Piera.Il 31 gennaio dello stesso anno Giacosa – dopo la rappresentazione al teatro Manzoni del dramma Come le foglie – venne festeggiato al ristorante Savini da 120 commensali, tra  i quali il musicista Giacomo Puccini e gli scrittori  Marco Praga e Gerolamo Rovetta.

    Il sistema antigiolittiano del «Corriere della Sera»,manovrato direttamente da Albertini, fu dettato dall’avversione verso la politica economica, sindacale e militaredello statista di Dronero e dall’«acquiescenza verso i socialisti» (G. Carocci, Giolitti e l’età giolittiana, Torino, p. 123). Il giornale subìl’impronta «dittatoriale» del suo direttore con l’adesione incondizionata alla guerra di Libia (1911) e il sostegno all’ingresso dell’Italia nel Primo conflitto mondiale (1915-1918). Proprio negli anni convulsi della guerra, il giornale milanese pubblicò nel 1911 Le canzoni dellegesta d’oltremare e nel 1915 il famoso discorso di Quarto pronunciatoda Gabriele d’Annunzio. Essodiede così largo spazio al «superomismo letterario» (p. 260), dimenticando le sofferenze dei contadini-fantie improntando i suoi articoli a un registro retorico ed eroico lontano dalla «durissima realtà dalla guerra di trincea» (p. 261).

    Di fronte al successo dei socialisti nelle elezioni del 1909, del 1913 e del 1919, Albertini assunse una posizione ambigua:  da una parte difese le aspirazioni filoministeriali dei socialisti e dall’altrarespinse il loro coinvolgimento, quando si prospettò  l’occasione propizia di uningresso effettivonella compagine governativa. Così fece nel 1910, quando Giolitti offrì a Bissolati un portafoglio nel suo gabinetto; così si comportò durante la crisi del dopoguerrae l’occupazione delle fabbriche (settembre 1920), quando cercò di convincere Turati ad entrare nel governo.L’anno successivo mutò opinione e si oppose alla proposta giolittiana di accogliere i socialisti nel governo.

    Di fronte alla grave situazione postbellica, caratterizzata da tensioni sociali e dall’instabilità politica, il «Corriere» si schierò a favore della marea montante dello squadrismo mussoliniano. Albertini invocò infatti lo Stato forte non contro il dilagare della violenza fascista, ma contro le nefaste azioni dei socialisti. Il tema è trascurato nel saggio 1914-1925: Dalla grande guerra al fascismo (pp. 259-264) di Giovanni Belardelli, che attribuisce lo sviluppo del fascismo «al senso di minaccia alimentato in una parte dell’opnione pubblica dai successi del Partito socialista» (p. 262) e alla capacità di «difendere i valori nazionali derisi e minacciati dal massimalismo socialista» (p. 263). La scelta antologica degli articoli (Guerra, in «Corriere della Sera», 24 maggio 1915; Dovere patriottico, ibid., 28 ottobre 1922; U. Ojetti, Proust, ibid., 28 febbraio 1923) non aiutano a comprendere le posizioni del «Corriere».

    I fratelli Albertini (Luigi e Alberto), ormai controllari e quasi padroni dell’assetto proprietario del giornale, avevano ricevuto il 3 gennaio le quote di Pirelli, Beltrami e Frua, insieme ai fratelli Crespi. Tuttavia il problema rimaneva quello di definire una linea precisa nei confronti del fascismo, che – fino al famoso articolo Commiato scritto da Albertini e pubblicato il 28 novembre 1925 sul «Corriere» – rimase oscillante con l’unica certezza di contrastare il successo dei socialisti. Le posizioni del giornale sul fascismo, omesse anche nel saggio 1925-1939: L’Italia in camicia neradi Dario Biocca, rispecchiano quelle di Albertini, che scrisse una serie di articoli intrisi di rancore verso il socialismo. Sul «Corriere della Sera» del 1° marzo 1921 Albertini scrisse: «È ora pei capi del socialismo di riconoscere che, nella teoria e nella pratica della violenza hanno avuto essi l’iniziativa e, sino a ieri, il sopravvento; che il bilancio di una situazione non si fa sull’episodio singolo del deputato bastonato o del giornale bruciato, ma su un complesso di mesi e di anni di sopraffazioni e di eccessi d’ogni genere, predicati, commessi, difesi dal socialismo».

    Nella testionianza di Dacia Maraini, il «Corriere» diventa invece un giornale antifascista per il coraggio assunto «dopo il delitto Matteotti, coraggio che fu pagato con punizioni, continui sequestri e minacce di chiusura da parte della dirigenza fascista» (p. 185). Nondimento, dalla defenestrazione di Luigi Albertini (1925) alla direzione di Mario Borsa (direttore dal 26 aprile 1945 al 6 agosto 1946), il volume non contiene nessuna notizia sull’omicidio di Giacomo Matteotti (10 giugno 1924) o su quello dei fratelli Rosselli (9 giugno 1937), che pagarono con la vita la loro tenace opposizione al fascismo. Nel 1926 Turati, Treves e altri antifascisti furono costretti all’esilio, a differenza di Albertini, lo stesso anno si trasferì da Milano a Roma, dove acquistò la tenuta di Pietra nell’Agro che – secondo Gaspare De Caro – trasformò in un redditizio possedimento con l’aiuto del figlio Leonardo e del genero Niccolò Carandini.

Del nefasto periodo dominato da Mussolini fino alla Repubblica sociale italiana e alla caduta del fascismo, il volume analizza il passaggio della direzione da Ermanno Amicucci (6 ottobre 1943 – 25 aprile 1945) a quella di Mario Borsa (26 aprile 1945 – 6 agosto 1946), l’uno fedele al regime e l’altro ai restaurati valori di libertà. Durante la direzione Amicucci, il giornale rimase il più «autorevole» organo di stampa della Rsi per la collaborazione di Benito Mussolini, autore di una serie di articoli sulla politica internazionale, poi riuniti nel pamphlet Storia di un anno. La direzione di Mario Borsa (direttore dal 26 aprile 1945) inaugurò una fase nuova per il sostegno alla Repubblica nel referendum del 2 giugno 1946, nonostante le direttive contrarie dei proprietari Crespi. Gli anni successivi furono improntati alla difesa del Patto atlantico e della politica europea di Alcide De Gasperi su una linea moderata e centrista, di cui il «Corriere» si fece portavoce nella sottomissione alla Confindustria e contrario alla politica d’intervento statale di Amintore Fanfani e dell’Eni di Enrico Mattei: una posizione conservatrice che fu adottata durante la direzione di Mario Missiroli (direttore dal 15 settembre 1952 al 14 ottobre 1961). Ignaro delle profonde trasformazioni in atto nel Paese, il quotidiano milanese subì un declino a cui pose rimedio la direzione di Alfio Russo (rimase in carica al 10 febbraio 1968), nonostante la tenace avversione ai governi di Centro-sinistra.

    Gli anni compresi tra il 1969 e il 1994, analizzati nei saggi di Pierluigi Battista e di Angelo Panebianco, sorvolano sull’atteggiamento del «Corriere» riguardo agli eventi principali di quel periodo storico: la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969, il referendum sul divorzio del 12 maggio 1974, il rapimento di Aldo Moro del 16 maggio 1978, la carneficina di Bologna del 2 agosto 1980, il referendum sulla scala mobile del 9 giugno 1985, la presidenza laica di Giovanni Spadolini (28 giugno 1981 – 1° dicembre 1982, quella di Bettino Craxi (4 agosto 1983 – 17 aprile 1987) o l’irruzione nel 1994 sulla scena politica di Silvio Berlusconi e il suo lungo dominio governativo.

    Eppure quel periodo aprì la stagione del terrorismo e della cosiddetta «strategia della tensione», di cui il «Corriere» avallò la tesi della strage da parte degli anarchici. Esso non pubblicò la notizia sul negoziante di Padova, che identificò le borse utilizzate per l’attentato come prova verso la «pista nera». Nulla è detto sul disastro ferroviario del luglio 1970 nella zona di Gioia Tauro, su cui vengono date dal quotidiano due versioni contrastanti, l’una accidentale e l’altra dolosa. In entrambi i casi (strage di Piazza Fontana e disastro di Gioia Tauro) le cesure del «Corriere» furono il risultato di pressioni governative e non da un intervento della P2, su cui si ha un cenno di Ferruccio de Bortoli con una difesa della direzione di Franco Di Bella (30 ottobre 1977 – 19 giugno 1981), affiliato alla loggia e committente della famosa intervista di Maurizo Costanzo a Licio Gelli. Il silenzio sul rapporto tra Pier Paolo Pasolini e Piero Ottone (direttore dal 15 marzo 1972), riluttante a pubblicare ilfamoso scritto Io so sui presunti crimini del governo italiano; l’accordo tra la proprietà e la Montedison (vicino alla Dc e quindi al governo); l’acquisto nel 1974 da parte del gruppo Rizzoli; l’influenza della P2 sul giornale, l’ostilità nei confronti del Psi durante le direzioni di Ottone e di Alberto Cavallari (quest’ultima dal 20 giugno 1981 al 19 giugno 1984) sono trascurati nei saggi di Battista, di Panebianco e di Dario Di Vico, che nelle poche pagine dedicate agli anni 1994-2016 tiene scarsamente presente le proposte analitiche del  «Corriere».

Nunzio Dell’Erba

bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Grillo Inps ISIS ISTAT italia italicum lavoro Lega M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato socialisti Spagna UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento