venerdì, 24 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Critica del progresso e ruolo del populismo nelle società in crisi
Pubblicato il 30-12-2016


christopher_laschÈ largamente diffusa l’idea che Cristopher Lasch, storico e sociologo statunitense, morto prematuramente nel 1994, sia stato un conservatore di sinistra. Che Lasch sia stato un conservatore solo perché ha criticato l’idea di progresso, così come questa è stata formulata dai moralisti e dagli illuministi inglesi e francesi del Settecento e difesa, nel corso del Novecento, tanto dai teorici liberali quanto da quelli della sinistra, è un’idea che può essere derivata solo da una lettura parziale della sua analisi critica, considerata troppo esposta al pericolo di derive populiste. Che poi Lasch sia stato un critico di sinistra è un fatto confermato, soprattutto alla luce della crisi globale che sta sconquassando il mondo attuale, dalle pagine profetiche contenute nel libro ”Il paradiso in terra. Il progresso e la sua critica”, uno dei suoi ultimi saggi scritto, prima della morte.
Il saggio impressiona, non solo per la precisione con cui sono stati previsti, con grande anticipo, gli effetti della Grande Depressione del 2007/2008 sulle condizioni di vita dei popoli; ma, soprattutto, per la riconduzione della critica sociale più efficace delle cause della crisi ai “movimenti populisti”, i quali si stanno sempre più affermando all’interno dei Paesi maggiormente esposti alle conseguenze negative della cri stessa. Anziché demonizzarne la presenza, come fanno gli establishment dei Paesi nei quali sta proliferando il populismo, Lasch valuta positivamente il ruolo di tali movimenti; egli rivendica per essi, non tanto la capacità di contribuire a porre rimedio ai mali che affliggono il mondo, quanto quella di “mettere alla frusta” le élite al potere, attraverso una critica radicale alle insufficienze della loro azione; critica che, a parere di Lasch, trarrebbe “gran parte delle sua ispirazione morale nel radicalismo popolare e, più in generale, in quella varietà di critiche del progresso […] portata avanti da quei moralisti la cui sensibilità è stata orientata dalla concezione del mondo dei produttori”.
L’idea di progresso – afferma Lasch – “rappresenta una versione secolarizzata della fede cristiana della provvidenza”. Grazie a questa versione, l’Occidente ha potuto immaginare la storia “come un processo generalmente in moto verso l’alto”; per gli storici del XX secolo, però, l’idea che il progresso potesse tradursi “in un qualche stato finale di perfezione terrena” è divenuta “l’idea morta tra le più morte”, ovvero l’idea che più di ogni altra “è stata spazzata via dalle esperienze del ventesimo secolo”, mentre l’avvento dei regimi totalitari giunti al potere nel corso degli anni Trenta del secolo scorso ha definitivamente screditato ogni visione utopistica del futuro. Il crollo dell’utopia ha concorso definitivamente a far riconoscere e accettare che era possibile salvare la “fede nel progresso”, solo “rinnegandone i toni perfezionistici”.
Una volta stabilite le differenze tra la visione profetica del progresso, di origine cristiana, e quella moderna, diventa possibile capire, secondo Lasch, cosa ha avuto di originale quest’ultima: “non la promessa di un’utopia secolare che avrebbe portato la storia a un lieto fine, ma la promessa di un costante miglioramento, di cui non si poteva prevedere la fine”. L’idea moderna di progresso non ha mai sostenuto la promessa di una società ideale; tuttavia, il fatto che niente fosse dato per certo ha dato origine al senso di provvisorietà, divenuto oggetto di celebrazione o di deplorazione come “intima essenza” dell’idea moderna di progresso. Si è pensato che solo la scienza fosse imperitura, e benché si accettasse popperaniamente la provvisorietà delle sue certezze, il carattere irreversibile del suo sviluppo storico ha consentito di porre rimedio al senso di disperazione cui poteva dare origine la rimozione della fede religiosa di poter raggiungere, attraverso il progresso, “uno stato finale di perfezione terrena”.
La rottura decisiva con il vecchio modo di pensare al progresso è avvenuta quando i bisogni umani, attraverso l’affermarsi della teoria economica come scienza autonoma, sono stati considerati, non più naturali, ma storici e sociali, e quindi suscettibili d’esser soddisfatti in maniera crescente attraverso una razionale organizzazione del sistema sociale. La nuova scienza economica, tuttavia, nonostante sia stata celebrata dai suoi più sensibili formalizzatori come lo strumento col quale liberare il mondo dall’indigenza e dalla povertà, il successivo sviluppo della società industriale, celebrato durante tutto il secolo XIX ed i primi lustri del XX, non ha saputo evitare che, a lungo andare, si dovessero fare i conti con la constatazione che l’abbondanza materiale, resa possibile dalla società industriale, si universalizzasse attraverso istituzioni, quali il mercato, supposte dotate di meccanismi autoregolatori. Lo sviluppo della società industriale, infatti, ha mostrato una crescente incapacità a soddisfare, già a partire dalla seconda metà del XIX secolo, la speranza che il mondo moderno potesse sottrarsi alla instabilità e alla libertà dal bisogno per tutti, diventando tale speranza largamente irragionevole.
Dopo il primo conflitto mondiale, è stato John Maynard Keynes ad operare una rivoluzione scientifica con la quale ha colto i limiti della teoria economica tradizionale, sottolineando che a fare “girare il motore” della crescita del livello di benessere non era il risparmio, ovvero, come precedentemente si sosteneva, l’astinenza dal consumare ciò che offriva il mercato; il risparmio, secondo Keynes, “era una virtù amara, adatta solo a condizioni di scarsità. Il denaro era fatto per essere speso, non accumulato”; una critica, questa, che investiva non solo la presunta capacità del mercato di autoregolarsi, ma anche l’idea che l’ideologia liberale progressista potesse garantire all’infinito una stabile e “giusta” crescita del benessere sociale. La rivoluzione keynesiana, formulata nel periodo tra le due guerre, produrrà effetti rilevanti sul piano sociale solo nei “Trent’anni gloriosi 1945-1975” del secondo dopoguerra. Solo nella forma keynesiana, l’dea di progresso è riuscita a sopravvivere ai rigori della prima metà del ventesimo secolo, incluso quello basato sull’ipotesi, adottata all’interno dei sistemi sociali autoritari, che il progresso potesse essere realizzato anche attraverso la perfettibilità della natura umana.
La versione liberale di progresso, però, si è rivelata – afferma Lasch – “straordinariamente resistente” ai colpi che gli avvenimenti, occorsi sul piano dell’organizzazione sociale dopo il secondo conflitto mondiale, gli avevano inferto; dopo che le presunte virtù del libero mercato autoregolato, di saper garantire una stabile crescita del benessere e della giustizia sociale, erano state largamente screditate, l’idea liberale, nella sua versione neoliberista, è riuscita di nuovo ad imporsi. Oggi, a parere di Lasch, con gli eventi succedutisi a partire dal 1975, compresi quelli connessi allo scoppio della recente Grande Recessione, è diventato difficile, quasi impossibile, “imbastire una difesa davvero convincente dell’idea di progresso”.
La linea di difesa non può che essere quella di “collegare il progresso a un’espansione indefinita dei beni di consumo”; tale espansione presuppone la creazione di un mercato globale “che comprenda tutte le popolazioni del mondo precedentemente escluse da ogni ragionevole prospettiva di benessere”. Il presupposto, che all’inizio del processo di globalizzazione delle economie nazionali era assunto con tanto entusiasmo, oggi ha cessato di ispirare fiducia, per via del fatto che le economie avanzate in crisi, non solo non sono più in grado di portare a compimento progetti ambiziosi, ma neppure riecono a porre rimedio alle disuguaglianze distributive esistenti al loro interno.
Di fronte al malcontento generato dai sistemi economici in crisi, sono state ricuperate alcune tradizioni sommerse della critica sociale; dopo la riemersione dell’idea liberale di progresso, il crescente disagio sociale causato dai fallimenti delle presunte virtù del libero mercato ha spinto i teorici della politica a riscoprire – afferma Lasch – l’“umanesimo civico”, trasformandolo in “parola d’ordine di quanti criticano, da destra o da sinistra, il liberalismo come una filosofia politica sempre meno capace d’imporre agli egoismi particolari la dedizione al pubblico bene”. Secondo questi teorici della politica solo una ripresa dello “spirito civico” può consentire di affrontare i problemi che minacciano di sovvertire il mondo; per questi teorici, a parere di Lasch, la protesta sorretta dallo spirito civico che “pone l’accento sui doveri di partecipazione attiva del cittadino, è molto più adeguata ai bisogni di oggi di quanto non lo sia la filosofia liberale dell’avido individuo”.
Gli storici del movimento dei lavoratori e della cultura di classe del diciannovesimo secolo sono in disaccordo su numerosi problemi; su un punto, però, secondo Lasch, esprimono tutti “un accordo quasi universale”: quello per cui sono stati “gli artigiani qualificati, non i lavoratori dei nuovi impianti industriali, a dominare il movimento dei lavoratori nei primi decenni dell’industrializzazione”. L’assunto che siano stati gli artigiani a dominare il movimento dei lavoratori nel diciannovesimo secolo è spesso negato solo da coloro che “sperano ancora di far quadrare la nuova storia del movimento operaio con il marxismo”. Con la loro critica, gli artigiani non hanno inteso rinunciare di diventare “padroni di se stessi”; hanno inteso solo difendere il loro “stile di vita”, che veniva eroso dall’industrialismo, “grazie a qualche forma di proprietà cooperativa dei mezzi di produzione.
Il movimento degli artigiani non respingeva l’idea in sé di progresso; esso implicava però che il progresso non fosse disgiunto da “una solidarietà locale, regionale o nazionale di fronte al pericolo di un’invasione dall’esterno, che è qualcosa di assai più sostanziale – afferma Lasch – dell’ipotetica solidarietà internazionale del proletariato”. La scoperta delle origini artigiane del radicalismo critico contro gli effetti dell’avvento della società industriale, per la difesa del modo tradizionale di vivere e per l’affermazione di un forte senso d’identità locale, ha spinto molti storici, non del tutto disinteressati ideologicamente, a considerare riduttivamente la critica artigiana del diciannovesimo secolo contro l’industrialismo: “più come una forma di populismo – afferma Lasch – che come il primo passo verso il sindacalismo e il socialismo ‘maturi’”. A parere dello studioso americano, la critica artigiana ha significato qualcosa di molto preciso: soprattutto, “difesa della professionalità, opposizione a tutta la struttura della finanza strumentale alla montante società industriale e rifiuto del lavoro salariato”. Sennonché, non essendo ancora disponili le teorizzazioni che James Meade esporrà un secolo dopo in “Agatotopia”, la scoperta del fatto che un sistema di cooperative non può funzionare senza un qualche appoggio da parte dello Stato è giunto troppo tardi “per permettere agli operai e ai contadini di far causa comune“ con gli artigiani.
Il disprezzo con cui in tanti guardano al populismo del secolo scorso porta con sé l’ipotesi, anzi la presunzione, che il nostro tempo dominato dall’ideologia neoliberista disponga del “knw how” necessario per conciliare efficienza nell’uso delle risorse, giustizia sociale e libertà decisionale dei componenti il sistema sociale. Nulla però, in questi ultimi cinquant’anni, giustifica una simile ipotesi; perciò, a giudizio di Lasch, il senso della critica artigiana del diciannovesimo secolo alla società industriale merita d’”essere presa nella più attenta considerazione”; essa, la critica populista, malgrado la sua sconfitta, può in prospettiva ancora insegnare alle generazioni attuali a rendersi conto dell’urgenza di superare la situazione contemporanea e della dense nubi che oscurano il loro possibile futuro se rinunciassero a portare avanti la loro critica radicale allo status quo.
Quanto si qui esposto, commentando l’analisi di Lasch, sulle origini e sul ruolo del populismo, si adatta bene alla situazione in cui versa l’Italia. La crisi politica ed economica, infatti, da anni sta sempre più aggravando la tenuta del sistema sociale del Paese, sino a favorire la lievitazione di una crescente protesta popolare. La protesta, tuttavia, non costituisce in sé la soluzione dei mali che affliggono il Paese, ma pone delle precise richieste all’establishment che, anziché dare delle risposte credibili, sinora non ha fatto altro che demonizzare il movimento che la esprime. Il fatto che a quest’ultimo si imputi la presunta incapacità di governo non può giustificare la tendenza a trascurare il senso della protesta, accusando il movimento d’essere chiuso ad ogni tentativo di coinvolgimento nelle scelte politiche.
Un movimento di protesta non può lasciarsi coinvolgere nella responsabilità di scelte politiche ed economiche per la cura di interessi che sono estranei a coloro che vi aderiscono; soprattutto se esso non dispone dell’appoggio di “gruppi” portatori di specifiche interpretazioni della teoria economica. Indubbiamente, ciò può costituire un motivo di debolezza, che può esporre il movimento al pericolo d’essere affiancato, nell’esercizio della protesta, dal populismo di estrema destra. Si può solo osservare, tuttavia, che un populismo adatto alla situazione politica ed economica dell’Italia del ventunesimo secolo, oltre a rimarcare la sua diversità dalla nuova destra xenofoba e nazionalista, dovrà anche evidenziare di non aver niente in comune con i movimenti populisti del passato, se non l’ispirazione morale al radicalismo della loro protesta.
D’altra parte, l’establishment del Paese conosce bene il senso delle richieste del populismo progressista e riformista nazionale; in ultima istanza, che si ponga rimedio agli esiti disastrosi di una globalizzazione senza regole, che si rimuovano le disuguaglianze personali e territoriali e che il processo di integrazione europea sia portato a compimento sconfiggendo l’egemonia ordoliberista della Germania. Se non si sapranno dare risposte valide a queste richieste, si può fondatamente prevedere che il futuro non sarà benigno, né per l’establishment, né per i poteri forti che lo esprimono, né per l’intero Paese.

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