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Opinioni e commenti
 

Dalla Parks al divorzio: 1° dicembre dei diritti civili
Pubblicato il 01-12-2016


**ADVANCE FOR THURSDAY, FEB. 12** In this Feb. 22, 1956 file photo, Rosa Parks, whose refusal to move to the back of a bus touched off the Montgomery bus boycott and the beginning of the civil rights movement, is fingerprinted by police Lt. D.H. Lackey in Montgomery, Ala. She was among some 100 people charged with violating segregation laws. (AP Photo/Gene Herrick, file)

(AP Photo/Gene Herrick, file)

Il primo dicembre è una data significativa nella lunga battaglia per i diritti civili. A distanza di quindici anni, in due continenti diversi, sono accaduti due avvenimenti slegati l’uno dall’altro, ma che segnano entrambi una vittoria per l’espansione dei diritti della persona.

Sessantuno anni fa, a Montgomery, in Alabama, una donna era seduta su un autobus. Aveva quarantadue anni, stava tornando dal lavoro e le dolevano i piedi. Rosa Parks, considerata la madre del Movimento per i Diritti Civili, quel giorno compì un gesto rivoluzionario nella sua semplicità che le costò l’arresto.

La donna aveva la pelle scura, perciò la legge dell’Alabama le imponeva di alzarsi e di cedere ai “bianchi” il suo posto a sedere nell’autobus affollato. Rosa era salita sul mezzo pubblico prima prima dell’uomo che lo reclamava in virtù di una norma razzista. Aveva lavorato e non riusciva a reggersi in piedi ma quel suo rifiuto corrispondeva a una violazione della legge

Quel primo dicembre del 1955 (soprattutto quel che ne seguì) rappresentò un passo importante nella lotta per i diritti civili. Fece da detonatore a un malessere che stava prendendo emergendo pubblicamente sotto forma di resistenza alla segregazione razziale, a una legislazione che imponeva una disparità di diritti e di trattamenti tra bianchi e neri. Già l’anno prima la Corte Suprema aveva chiuso il caso Brown vs Board of Education, dichiarando incostituzionale le norme che discriminavano nelle scuole pubbliche gli studenti in base al colore della pelle. Inoltre,i membri della NAACP (National Association for the Advancement of Colored People) avevano cominciato a organizzare forme non violente di protesta.

Rosa Parks era un’attivista e con il suo rifiuto diede vita alla scintilla che fece scoppiare l’incendio. Il presidente Obama, immortalato anni dopo in una fotografia seduto proprio nello stesso posto su quell’autobus, ha ricordato il diniego di Rosa Parks come “il più semplice dei gesti, ma la sua grazia e dignità nel rifiuto di tollerare l’ingiustizia, ha contribuito a innescare la scintilla per il Movimento dei diritti civili, che si è diffuso per tutta l’America”.

Il suo arresto, infatti, spinse numerosi afroamericani a boicottare gli autobus di Montgomery, chiedendo un trattamento eguale per tutti i passeggeri, cosa che ottennero nel novembre del 1956.

Il leader della resistenza era un personaggio già noto: Marthin Luther King. Ispirato dalle idee della non violenza di Gandhi, diede vita a una battaglia che avrebbe cambiato i valori americani e il senso stesso della parola libertà. Tutti sono liberi, tutti possono sentirsi cittadini. Idee rese celebri con il discorso pronunciato durante la marcia di Washington del 1963 sintetizzato in poche parole ripetute per affermare il concetto di una liberazione negata ma impossibile da negare per sempre: “I have a dream…”.

La presidenza Johnson lavorò (forse al di là delle stesse intenzioni presidenziali) a un allargamento effettivo dei diritti, lanciando un programma di riforme rivolte ai più deboli della società. Con il Voting Right Act (favorito da un’altra famosa marcia, quella di Selma) stabiliva che il diritto di voto non poteva essere limitato, comportando un aumento della partecipazione elettorale dei neri. Introdusse il principio dell’Affirmative Action, per cui le minoranze deboli sarebbero dovute essere difese negli impieghi e nelle scuole. Il problema vero però era il razzismo, alimentato dalle pessime condizioni di vita e l’alto livello di criminalità presenti nei ghetti. Inoltre, la condizione di emarginazione socio-economica favorì l’espansione di idee più radicali che, sulle ali dell’orgoglio nero, portò alla nascita nel 1966 del Black Panther Party, la cui immagine pubblica di maggiore potenza mediatica è forse ancora oggi il pugno guantato di nero alzato sul podio olimpico messicano dai duecentisti Tommie Smith e John Carlos. La battaglia per la liberazione dei neri assumeva forme diverse e anche differenti leader: da un lato Martin Luther King, dall’altro Malcom X.

Alla “liberazione” formale prodotta da quelle battaglie non ha, però, corrisposto una “liberazione” sostanziale: alla parità dei diritti non ha corrisposto la parità di opportunità e di condizioni economiche. Il malessere ha continuato a serpeggiare e, per uno strano paradosso, è esploso proprio in questi ultimi anni, sotto una presidenza che anche da un punto di vista pubblico avrebbe dovuto rappresentare il momento culminante della lunga marcia dei neri d’America. La questione razziale, invece, è tornata prepotentemente alla ribalta disintegrando un bel po’ di ipocrisie che si dicono e si leggono a proposito della terra dei pari, del sogno americano, della democrazia che a tutti garantisce una occasione. Non è, evidentemente, così.

I malesseri, faticosamente repressi, sono tornati a galla con violenza nel 2014, quando un agente della polizia ha ucciso un ragazzo di colore disarmato. E ancora, nel marzo 2015 in Southh Carolina, quando un uomo di colore di 50 anni è stato ucciso dall’agente Slager durante una lite per una infrazione al codice della strada.

Sempre il primo dicembre, ma nel 1970, venne votata in Italia la legge sul divorzio. In un paese fortemente condizionato dalla cultura cattolica e da una norma costituzionale che assegna una sorta di primato religioso smentendo, nei fatti, altre norme presenti nella stessa Carta in cui si fa riferimento alla completa libertà anche sul versante spirituale, in parlamento venne approvata l’introduzione dell’istituto del divorzio con molti anni di ritardo rispetto ai molti paesi occidentali avanzati.

Il “finché morte non vi separi” appariva sempre di più una regola teorica ma di impossibile realizzazione nella pratica perché i sentimenti sfuggono a logiche restrittive di governo seppur imposte da una autorità superiore e soprannaturale. La libertà personale veniva da quel vincolo (spesso rotto nei fatti ma non nell’ufficialità burocratica) profondamente lesa.

Quando nel 1954 il deputato socialista Luigi Renato Sansone chiese di discutere l’introduzione del cosiddetto “Piccolo divorzio”, ovvero il divorzio che riguardava situazioni estreme, come il tentativo del coniuge di ammazzare il partner o di uno dei due dato da tempo per disperso o in carcere, la proposta non fu neanche discussa. Altre proposte di legge si sovrapposero (compresa quella di Giuliana Nenni) ma senza risultati tangibili: la cappa politica del centrismo era troppo spessa e il Concilio Vaticano Secondo insieme al suo animatore, Giovanni XXIII, ancora troppo lontano. Poi, però, quando i tempi mutarono con l’entrata dei socialisti nell’area di governo, la questione tornò di attualità. Con maggior vigore e con un seguito popolare crescente.

Nel 1965 il Partito Radicale diede vita a intense campagne di sensibilizzazione, e soprattutto nel 1969 si organizzarono numerose manifestazioni in merito. Ma fu un socialista, Loris Fortuna insieme a un liberale, Antonio Baslini, a consegnare al Parlamento le “armi” per abbattere un divieto così anti-storico da avere caratteri innaturali. E così il primo dicembre 1970 venne approvata la legge sulla “disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio”. Un traguardo importantissimo, confermato dal referendum abrogativo del 1974, dove il 59.3 % votò per il mantenimento della legge in vigore. Una pesante sconfitta per la Democrazia Cristiana e per Amintore Fanfani che avevano scelto di farsi trascinare in una anacronistica battaglia dalle frange più oltranziste ma evidentemente ormai minoritarie nel Paese.

Giulia Clarizia

Blog Fondazione Nenni

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