lunedì, 20 febbraio 2017
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Opinioni e commenti
 

Figli, immigrati, donne,
le forze che mancano
Ugo Intini – Il Mattino
Pubblicato il 07-12-2016


censis-mattino-1Dopo che la campagna referendaria ha lacerato e paralizzato il Paese per mesi, il dibattito è inevitabilmente concentrato sugli equilibri politici sconvolti. E ancora i problemi concreti restano in secondo piano. Ma per fortuna esistono i centri studi di statistica. Due giorni dopo i risultati del referendum, l’Istat ha reso noto uno studio sul rischio povertà in Italia. Rischio che colpisce in particolar modo il Mezzogiorno, dove il 46% dei cittadini è ai confini dell’esclusione sociale, e le famiglie con tre o più figli (il 48%). E proprio alla vigilia del voto, uno tra i più gravi di questi problemi ci è stato ricordato dal Censis di Giuseppe De Rita che per il 50esimo anno consecutivo ha fotografato la realtà italiana. E’ un problema che, tra l’altro, a ben vedere, ha influenzato e influenza profondamente anche il dibattito politico. I titoli dei quotidiani lo hanno sintetizzato con efficacia. L’Italia è il Paese “dove nipoti sono più poveri dei nonni”, come ha scritto Il Mattino. Pertanto, si è creato un “muro tra le generazioni”, ha aggiunto la Repubblica. Di conseguenza, rischiamo, ai due lati del muro, non più la “lotta di classe” cara un tempo alla sinistra comunista, bensì la “lotta di classi” (classi di età), come dice il titolo del mio ultimo libro al quale infatti proprio De Rita ha scritto la prefazione.
Alla riflessione su questa fotografia scattata dal Censis, una premessa va fatta. Le lotte (tra le classi sociali come tra le classi di età) nascono sempre dalla povertà, ovvero dalla scarsità delle risorse da dividere. E i nostri media spesso sottovalutano quanto la scarsità sia ormai da oltre due decenni una triste caratteristica dell’Italia. Ha provveduto recentemente a ricordarcelo l’Economist, sottolineando che il reddito pro capite degli italiani è rimasto immutabile del 1995 a oggi: crescita zero. Mentre quello dei 28 Paesi europei è mediamente salito, nello stesso periodo, del 33 per cento. Non cresciamo (e anche questo ci ricorda L’Economist) innanzitutto per l’ovvia ragione che gli italiani in età lavorativa occupati sono percentualmente tra i meno numerosi del mondo occidentale e dell’Europa, dove soltanto la Grecia lavora meno: in Germania ad esempio, gli occupati sono il 75 per cento e in Italia soltanto il 57.
Si aggiunge che il nostro è uno dei Paesi più vecchi del mondo e che la vecchiaia non è mai stata un incentivo al consumo, agli investimenti e conseguentemente allo sviluppo. Aggrava la situazione il fatto che i giovani non soltanto sono pochi: sono anche tra i meno istruiti del mondo occidentale (e proprio i meglio preparati spesso se ne vanno all’estero).
La ricchezza degli italiani è legata alle annate, come la qualità del vino. E’ più alta per quelli che hanno lavorato e risparmiato nei tempi fortunati, quando l’Italia cresceva come oggi la Cina. E’ più bassa per i loro figli. Ancora più bassa per i nipoti. E infatti (ci dice sempre il Censis) venticinque anni fa i giovani avevano una ricchezza del 18,5% inferiore a quella dei vecchi, mentre oggi è inferiore del 41,1 per cento; venticinque anni fa’ i giovani guadagnavano il 21 per cento più di adesso.
Lo scarsità delle risorse da dividere e il muro tra le generazioni comporta conflitti (tanto laceranti quanto fuorvianti) di cui già si vedono i prodromi: anche nel sistema politico. Chi si sente escluso (in genere i giovani) combatte contro chi viene visto come privilegiato (in genere i vecchi), secondo lo schema “gente comune contro casta”. Esattamente questo è lo schema che ha determinato il successo di M5S, non a caso rappresentato (a parte il guru Grillo) da una classe dirigente di giovani. Proprio questa forma di protesta ha cercato di cavalcare anche Renzi con la scelta delle parole (“casta” e “rottamazione”), con la sottolineatura della sua stessa giovane età e con la chiamata alla ribalta di ministre “simbolo” ancor più giovani di lui.

L’insufficienza dei posti di lavoro spinge alla richiesta di “rottamazione” anche nell’attività produttiva, senza tener conto del fatto che non necessariamente un posto lasciato libero da un anziano crea un nuovo posto di lavoro per un giovane: era così nella vecchia fabbrica, ma non nella complessità dell’economia moderna.

 Per la crisi crescente della finanza pubblica, il terreno delle pensioni è diventato quello dove il conflitto di interesse tra le generazioni si fa più duro. Le pensioni dei ceti medi vengono così indicate come “d’oro”, si colpevolizzano gli anziani che percepiscono ogni anno 46 miliardi di pensioni non coperte dai contributi versati e si individua in questi 46 miliardi la cassaforte che, se aperta, potrebbe far quadrare i bilanci. Dimenticando però che la quantità di denaro sottratta annualmente in modo illegale al fisco è almeno tre volte più alta: basterebbe (se soltanto fosse ridotta a proporzioni europee anziché sudamericane) per risolvere tutti i problemi della finanza pubblica.

La rissa sul poco che c’è toglie lucidità e “vision”, impedisce di pensare in positivo e di concentrarsi sull’essenziale.
Se la vecchiaia è una delle cause principali della stagnazione, i casi sono evidentemente due. O si lancia una grande campagna per la natalità, condotta sul piano del costume e soprattutto degli investimenti pubblici a sostegno della famiglia. O si accetta un’immigrazione programmata. O si sceglie un mix di entrambe le cose.

Se la scarsa istruzione dei giovani è, con la vecchiaia, l’altro macigno che blocca lo sviluppo, se in quanto a laureati siamo al 34° e ultimo posto tra i Paesi dell’OCSE, occorre considerare come priorità assoluta un investimento straordinario sulla scuola e sull’università. Con incentivo ai meriti. E a chi sceglie studi utili alla competitività: meno giurisprudenza, ad esempio, e più discipline scientifiche. Perché i nostri laureati in queste materie sono percentualmente la metà che in Cina e agli ultimi posti nel mondo: sembra incredibile, ma nella seconda metà dell’Ottocento erano un terzo più di oggi.
L’immigrazione è un tema politicamente scivoloso? Diciamo allora la verità. L’Italia attira i disperati. In Lombardia (che pure sta meglio delle altre regioni) gli stranieri e extracomunitari laureati sono il 15,9 percento. Contro il 44,5 per cento dell’area metropolitana di Londra e il 36 percento di quella di Parigi.
Una politica sugli immigrati significa innanzitutto cercare di attrarre quelli utili (come si è sempre fatto nei Paesi organizzati). E comunque non siamo affatto travolti dei rifugiati. Proprio il Censis ci dice ancora che l’Italia è al 34º posto al mondo per il numero di quelli stabilmente accolti e che ne ospita lo 0,7% del totale. Lasciare le cose come stanno, senza immigrati e senza aumento della natalità, preparerebbe per l’Italia del 2050 uno scenario da incubo: una popolazione ridotta di dieci milioni (il che in sé non sarebbe necessariamente negativo). Ma (ed è questo l’aspetto catastrofico) dodici milioni di giovani capaci di lavorare in meno e due milioni di vecchi da assistere in più.

Il tasso di occupazione straordinariamente basso dell’Italia è dovuto soprattutto all’insufficiente lavoro femminile: che è di 23,5 punti percentuali inferiore a quello della Germania e si trova esattamente al livello del Messico. Soprattutto nel Mezzogiorno, la situazione appare disastrosa perché ad esempio ( è importante ricordarlo su queste colonne), mentre a Bologna lavora il 63,2% delle donne, a Napoli questa percentuale si riduce al 24,4%.

Il tema del Mezzogiorno e quello della condizione femminile tornano inevitabilmente e prepotentemente alla ribalta. Ma non c’è contraddizione tra l’esigenza di maggiore natalità e quella di lavoro per le donne? Niente affatto, al contrario: le donne spesso non fanno figli perché non lavorano e quindi non hanno certezze economiche. E il sottosviluppo economico provocato dal mancato lavoro femminile impedisce di trovare i mezzi per assicurare i servizi pubblici all’infanzia e alle donne stesse. E’ il classico cane che si morde la coda. In Svezia, ad esempio, il 74 per cento delle donne con due figli lavora felicemente.

Nelle sue conclusioni, il rapporto del Censis indica una delle ragioni profonde per cui i problemi veri non si affrontano e il disagio sociale si esprime in una protesta confusa, come la lotta (strisciante) tra classi di età e quella (conclamata) tra esclusi e “casta”. Si è rotta-spiega De Rita- “la cerniera tra elite e popolo”. Anche per questo, i leader politici cavalcano le paure e gli umori prevalenti per trovare voti: seguono anziché guidare gli umori del momento, non sono “pastori” ma si mescolano come pecore al gregge, consultano i sondaggi e dicono quello che la gente vuole sentirsi dire. E’ un fenomeno ormai diffuso in tutte le democrazie occidentali, che però in Italia si è sviluppato prima e in modo più acuto.

De Rita non lo scrive nel rapporto, ma spesso lo ricorda. La cerniera venuta a mancare sono innanzitutto i partiti politici, poi i sindacati e i corpi intermedi. Che sapevano riconoscere, incanalare e razionalizzare la protesta, trasformandola in istanze costruttive. Di più. Sta venendo a mancare anche (non soltanto in Italia, perché Trump insegna) la funzione della stampa, che un tempo orientava l’opinione pubblica e che viene ormai spesso surrogata da Internet, dove chiunque si può improvvisare commentatore politico. Di più ancora. Lo si dice poco, ma è forse il problema più grave e proprio il direttore de Il Mattino lo ha ricordato alla vigilia del voto referendario. L’unica democrazia al mondo che si conosca è quella rappresentativa, che comporta una delega da parte del popolo ai suoi rappresentanti. Anche questa delega viene oggi contestata. Ma- come stato scritto-si tratta di “una delega indispensabile, a dispetto di tutte le utopie disintermediatrici, che illudono le masse con la democrazia diretta della rete o della piazza e poi puntualmente deludono con altrettanti disastri politici e amministrativi”.

Ugo Intini

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