martedì, 24 gennaio 2017
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Opinioni e commenti
 

Fisco, ogni anno vanno
in fumo 37 miliardi di Euro per lavoro nero
Pubblicato il 05-12-2016


Manovra

BONUS NIDO ANCHE A BIMBI MALATI A CASA

Il bonus nido da 1.000 euro l’anno previsto dalla legge di bilancio sarà destinato, non solo ai bambini iscritti agli asili, ma anche a “forme di supporto presso la propria abitazione in favore dei bambini al di sotto dei tre anni affetti da gravi patologie croniche”. Lo prevede un emendamento alla Legge di Bilancio approvato in Commissione alla Camera.

Sul bonus nido è stata introdotta anche una norma che fissa dei paletti che limiteranno l’accesso. Non basterà aver iscritto il figlio al nido, ma servirà anche la ricevuta dei versamenti effettuati.

Tra le novità anche un emendamento che stabilisce come il Fondo di sostegno alla natalità istituito dalla legge di bilancio per garantire l’accesso al credito delle famiglie con uno o più figli sarà riservato ai nuclei con figli nati e adottati “a decorrere dal primo gennaio 2017”. Il Fondo ha una dotazione di 14 milioni nel 2017, 24 nel 2018 e 23 milioni nel 2019, 13 nel 2020 e 6 milioni l’anno dal 2021.

Per ricevere il bonus asilo nido, pari a 1.000 euro, sarà necessario presentare la documentazione relativa al pagamento della retta. E’ quanto prescrive lo stesso emendamento alla legge di bilancio, approvato dalla commissione Bilancio della Camera.

I genitori, di conseguenza, dovranno presentare all’Inps non solo la documentazione che attesta l’iscrizione del bambino ma anche la ricevuta dell’avvenuto pagamento delle rette.

Con un’altra proposta di modifica approvata si estende il buono anche ai bambini che, a causa di patologie croniche, non possono frequentare le strutture pubbliche; l’obiettivo è quello di introdurre forme di supporto presso l’abitazione. Si precisa poi che il Fondo di sostegno alla natalità spetterà a tutte le famiglie con figli che sono nati o adottati ”a decorrere dal primo gennaio 2017”.

Cassa ragionieri

I CONTRIBUTI SIVERSANO ANCHE CON F24

A partire dal 2017 anche i ragionieri commercialisti e gli esperti contabili, che esercitano attività libero professionale con continuità, potranno utilizzare il modello F24 per pagare i contributi previdenziali e assistenziali. L’Agenzia delle Entrate, infatti, ha recentemente firmato una convenzione con la Cassa Nazionale di Previdenza ed assistenza a favore dei Ragionieri e Periti Commerciali (Cnpr), che prevede la possibilità di utilizzare il modello di pagamento F24 per la riscossione dei contributi previdenziali e assistenziali. L’accordo, valido per un triennio, rientra nelle previsioni del Dm del 10 gennaio 2014, che ha riconosciuto agli enti previdenziali di categoria dei professionisti che ne fanno richiesta la possibilità di riscuotere i contributi tramite F24, e fa seguito a quelli già in vigore con altri istituti di previdenza. Dal 2017, quindi, anche gli iscritti alla Cnpr potranno, con un’unica operazione, effettuare il pagamento delle somme dovute e utilizzare eventuali crediti tributari in compensazione. L’Agenzia provvederà a breve, su richiesta dello stesso Ente, a definire i codici da indicare nel modello F24. Versamenti più agevoli, riscossione più efficiente – L’intesa prevede che l’Agenzia fornisca alla Cnpr i dati relativi alle operazioni di riscossione e riversamento dei contributi. Da una parte, dunque, i ragionieri commercialisti e gli esperti contabili iscritti alla Cassa dei Ragionieri potranno utilizzare l’agevole sistema dei versamenti unitari, dall’altra l’ente previdenziale potrà ottenere informazioni con maggiore tempestività e adottare, quindi, misure di controllo più immediate ed efficienti.

Inpgi

RIFORMA VARATA DAL CDA

“Con questa ultima riforma varata dal cda di Inpgi lo scorso 28 settembre vogliamo raggiungere la sostenibilità dell’Ente che da più di 100 anni continua a stare vicino alla categoria e a esercitare questo ruolo molto importante”. Così si è recentemente espressa Mimma Iorio, direttore generale Inpgi, l’istituto nazionale di previdenza dei giornalisti, con Labitalia, a margine dell’evento ‘Il Futuro pensionistico dei giornalisti’ promosso dalla Fondazione studi dei consulenti del lavoro, e tenutosi nella sede romana dei professionisti. Secondo Iorio “la riforma verte su due aspetti fondamentali: la revisione dei criteri di accesso alla pensione, sia per quella di vecchiaia che per quella di anzianità; e poi anche il sistema di calcolo della pensione con l’introduzione del contributivo a far data dal momento in cui i ministeri ci approveranno la riforma”. “L’età per la pensione, sia di anzianità che di vecchiaia – ha spiegato Iorio – si incrementa progressivamente nel giro di tre anni, fino ad arrivare nel 2019 sia per gli uomini che per le donne a 66 anni e 7 mesi. Per quanto attiene la pensione di anzianità ci sarà un unico sistema di accesso a questa pensione e cioè con i 62 anni di età e, nel 2017, 38 anni di contributi, nel 2018 39 anni e nel 2019 40 anni di contributi”. Scelte, che, ribadisce Iorio, puntano a sostenere la categoria nel futuro. “In tutti questi anni l’Ente – ha puntualizzato – ha esercitato il suo ruolo non soltanto nell’erogare le pensioni ma anche nello stare vicino ai colleghi che si sono ritrovati a vivere delle situazioni difficili dal punto di vista lavorativo, in aziende in stato di crisi”. “Noi – ha rimarcato Iorio – li abbiamo assistiti con la cassa integrazione, della solidarietà e con una disoccupazione più vantaggiosa di quella erogata dal sistema generale”. E quindi, in conclusione Iorio assicura che “l’Ente con questa riforma non fa altro che pensare ai lavoratori che dovranno avere anche in futuro il loro diritto ad avere una pensione, contando appunto su una sostenibilità del sistema Inpgi, che in tutti questi anni ha svolto sempre una funzione fondamentale”. E l’appuntamento promosso dai consulenti del lavoro è stata anche l’occasione per discutere del futuro del sistema pensionistico nazionale e per la presentazione del libro “L’eterno duello per le pensioni- considerazioni su passato e presente”, scritto da Fabio Faretra, direttore generale dell’Enpacl, cassa di previdenza dei consulenti del lavoro. Per Faretra “il sistema pensionistico presenta una pluralità di gestioni dovuta alla stratificazione nel corso del tempo di gestioni per diverse categorie di lavoratori. E poi ci sono le casse previdenziali privatizzate dei professionisti che risentono anch’esse della crisi”. E per Enzo De Fusco, coordinatore scientifico della Fondazione studi dei consulenti del lavoro in “Italia abbiamo il sistema pensionistico più complesso che si può registrare in Europa”.

Fisco

IN FUMO 37 MLD L’ANNO PER LAVORO NERO

Gli oltre 3 milioni di lavoratori in nero presenti in Italia ‘producono’ 77,2 miliardi di euro di Pil irregolare all’anno (pari al 4,8 per cento del Pil nazionale). Questa piaga sociale ed economica sottrae alle casse dello Stato 36,9 miliardi di euro di tasse e contributi. E’ il dato che emerge dalle stime elaborate dall’Ufficio studi della Cgia, che mostrano come la Regione più ‘colpita’ è la Calabria dove l’incidenza del valore aggiunto da lavoro irregolare sul Pil è pari all’8,7 per cento. Seguono la Campania (8,4 per cento), la Sicilia (7,8 per cento), la Puglia (6,7 per cento) e l’Abruzzo (6 per cento). Le realtà meno investite da questo fenomeno, invece, sono il Trentino Alto Adige (3,6 per cento), la Valle d’Aosta (3,4 per cento) e il Veneto (3,3 per cento). I numeri, riferiti al 2014 (ultimo anno disponibile), misurano il peso economico del lavoro nero presente in Italia. Una piaga che vede coinvolti milioni e milioni di persone: lavoratori dipendenti che fanno il secondo lavoro; cassaintegrati o pensionati che arrotondano le loro magre entrate o disoccupati che in attesa di rientrare ufficialmente nel mercato del lavoro sbarcano il lunario ‘grazie’ ai proventi di una attività irregolare. Secondo i dati del ministero dell’Economia si stima che le imposte evase in Italia ammontino complessivamente a 108,7 miliardi, di cui 98,3 di mancate entrate tributarie e altri 10,4 di contributi previdenziali non versati. Nei 108,7 miliardi sono inclusi anche i 36,9 miliardi che sono riconducibili al lavoro nero. La Cgia ricorda come il valore aggiunto ‘prodotto’ dal sommerso economico nel 2014 è stato stimato dall’Istat in 194,4 miliardi di euro (che include i flussi generati dalla sotto-dichiarazione, dal lavoro irregolare e dagli affitti in nero). Tale importo sale a 211,3 miliardi se si considerano anche le attività illegali (prostituzione, traffico stupefacenti e contrabbando di sigarette). “Con la crisi – ha spiegato il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia Paolo Zabeo – l’economia da lavoro irregolare ha subito una forte impennata. Tra il 2011 e il 2014 il valore aggiunto generato da questo settore è salito dell’8,5 per cento. Purtroppo, chi in questi ultimi anni ha perso il posto di lavoro non ha avuto alternative: per mandare avanti la famiglia ha dovuto ricorrere a piccoli lavoretti o a svolgere attività lavorative completamente in nero per portare a casa qualcosa. Una situazione che coinvolge quasi 1.270.000 persone al Sud, quasi 708.000 a Nordovest, poco meno di 644.500 al Centro e poco più di 483.000 a Nordest”.

Lavoratori dipendenti

OLTRE LA META’ OPERAI

Gli operai con almeno un giorno di lavoro retribuito in ogni mese dell’anno sono stati 6,27 milioni, oltre il 52,6% dell’insieme dei lavoratori dipendenti calcolati in media annua (11,9 milioni). Lo si legge nell’Osservatorio dell’Inps sui lavoratori dipendenti del settore privato (esclusi i domestici e gli agricoli). Se si guarda invece ai dipendenti con almeno un giorno lavorativo nell’intero anno (14,45 milioni nel 2015) gli operai sono 7,9 milioni pari al 54,9% del totale. Gli impiegati sono il 37,7% del totale, gli apprendisti e i quadri rispettivamente il 3,1% mentre i dirigenti sono lo 0,8%.

Carlo Pareto

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