martedì, 21 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

“Credere, tradire, vivere”. Il rancore di Galli della Loggia per i socialisti
Pubblicato il 05-12-2016


ernesto_galli_della_loggiaIn un libro di dieci anni fa, Edmondo Berselli riferì il rancore nutrito da Galli della Loggia verso l’azionismo torinese, afflitto da pensieri ossessivi e da ubbie ostinate (Venerati maestri. Operetta immorale degli intellettuali d’Italia, Milano 2006, p. 103). Al rancore di ieri si aggiunge ora quello verso i socialisti, tacciati di aver tenuto una «rovinosa posizione politica dopo la Prima guerra mondiale» (p. 30), di aver condotto una «politica suicida» durante l’ascesa al potere del fascismo (p. 44) e di averla perpetrata negli anni della Resistenza e dell’età repubblicana per «una sorta di complesso d’inferiorità» nei confronti dei comunisti (p. 108).

Queste e altre considerazioni si trovano nel volume Credere, tradire, vivere. Un viaggio negli anni della Repubblica (il Mulino, Bologna 2016, pp. 355) di Ernesto Galli della Loggia, scrittore prolifico, già docente nell’Università di Perugia e ora commentatore politico del «Corriere della Sera». Come si enuncia nel titolo, egli ripercorre infatti la sua esperienza politica in un misto di sentimenti personali e di valutazioni storiche, non sempre esposte con serenità e obiettività. Eppure il libro è presentato il 24 ottobre scorso con una certa compiacenza sul quotidiano milanese da Aldo Grasso, che mette in rilievo il «voltagabbanismo» nella storia d’Italia come leitmotiv principale di un percorso storico che va da Camillo Benso di Cavour a Norberto Bobbio, quasi a giustificare le mutevoli scelte politiche dell’Autore.

Come viene affermato nel libro, le sue opzioni sono quelle di «un coprimario assolutamente di second’ordine» (p. 7), seppure svolgano un ruolo rilevante nell’orientamentro dell’opinione pubblica. Il viaggio prende avvio dalla sua iscrizione «al Partito socialista nel 1961 o 1962» (p. 111) in una sezione frequentata da Alberto Benzoni e da Vincenzo Visco, l’uno vicesindaco nella giunta guidata da Argan e l’altro futuro ministro delle Finanze. Dai primi anni Sessanta si dipana così un percorso politico, che si interseca con l’esperienza del Centro-sinistra, verso cui l’Autore nutre un’ostilità per un entusiasmo giovanile contrario ad ogni forma di compromesso. Egli racconta nel secondo capitolo (pp. 91-116) l’approdo al partito socialista, emblematico per comprendere le scelte di un giovane nato «in un ambiente familiare d’ispirazione liberal-conservatore» (p. 91) e formatosi in una seria scuola romana animata dalla trasmissione della lezione di Machiavelli e di altri scrittori come Leopardi, De Sanctis, Gramsci, Salvemini e Croce (p. 245).

Al filosofo di Pescasseroli dedica gran parte del primo capitolo, là dove ripercorre il suo atteggiamento pubblico verso il fascismo, che dopo le prime e incerte posizioni sfocia nel famoso manifesto degli intellettuali antifascisti pubblicato il 1° maggio 1925 sul periodico «Il Mondo». Si tratta di uno studio riempitivo, poco consono all’autobiografia dell’Autore e privo di contributi originali, nonostante la miriade di saggi pubblicati sull’argomento (Agazzi, Sbarberi, Zeppi, Zunino). Nel saggio l’Autore attribuisce a Croce un fantasioso ruolo «indiscusso […] quale guida dell’antifascismo intellettuale e politico ancora possibile all’interno del Paese» (p. 34) e, alcune pagine più avanti, come «padre indiscusso dell’opposizione al regime e alfiere della libertà» (p. 47), senza tenere presente l’omicidio di Giacomo Matteotti nel 1924 o quello di Carlo e Nello Rosselli nel 1937. Così l’autore considera il sorgere del fascismo non come una reazione alle legittime rivendicazioni dei lavoratori, ma come prodotto di una «crisi politica» determinata da «poco cultura civica», dalle «scarse tradizioni liberali» (p. 49) e aggravata dal «nullismo dei socialisti» e «dalla loro propaganda patriottica» (p. 49). Ne esce un quadro confuso in cui le «diverse anime» del socialismo, caratterizzato nel periodo postbellico dal contrasto tra massimalisti e riformisti, non trovano una sistemazione adeguata «circa la reale natura e l’autonomia consistenza del fascismo» (p. 50).

Nelle sue riflessioni storiche, l’Autore rende ancora più confuso il quadro storico del regime fascista e della mentalità lasciata in eredità nell’età repubblicana, esprimendo frettolosi giudizi su persone ed eventi ed introducendo quesiti ormai chiari per la storiografia contemporanea. Perché considerare esemplare la corrente storiografica di Emilio Gentile e non discutere le sue conclusioni volte a «dare del fascismo italiano l’immagine di un regime piena incarnazione del totalitarismo novecentesco, e quindi in tutto per tutto simile nella sostanza al nazionalsocialismo tedesco e al leninismo-stalinismo sovietico» (p. 61)?
Nel prosieguo del suo racconto autobiografico, Galli della Loggia descrive il suo percorso culturale: la laurea conseguita nel 1966 con Gian Paolo Nitti, l’attività di borsista «nei primi anni Settanta» alla Fondazione Luigi Einaudi sotto la guida di Leo Valiani, «entrambi […] soliti a dispensare il loro sapere con quella generosità calda e immediasta» dei «veri maestri» (p. 97). Proprio nell’ambiente culturale torinese matura un’acredine insolita verso gli azionisti subalpini e la loro «pubblicazione […] trasformatasi a partire dal 1961 da semplice bollettino d’associazione o quasi (“Resistenza – Notiziario Gielle” in un vero e prorio giornale d’intervento politico con il nome Resistenza. Giustizia e Libertà”» (127). Al periodico fondato nel 1947, l’Autore dedica particolare attenzione, dimenticando però che esso dedicò nel 1972 un numero speciale alla Marcia su Roma e nel 1975 con il semplice titolo di «Resistenza» diversi scritti alla memoria di Franco Antonicelli. Ma sottolinea come dalle simpatie verso «i socialisti nenniani» e i radicali si ha verso la metà degli anni Sessanta una «sterzata a sinistra» con il disappunto e il progressivo distacco di Aldo Garosci e di Andrea Casalegno. I nuovi adepti, quasi tutti di origine meridionale (Nicola Tranfaglia, Angelo d’Orsi, Giovanni De Luna), imprimono al periodico un indirizzo velleitario e confuso, che sfocia nel «più insulso estremismo» (p. 135) di fronte agli accadimenti coevi.

Trascorsa la bufera sessantottesca e tramontati gli «astratti furori goscisti», si inaugurò per l’Autore una nuova stagione culturale con la collaborazione al periodico «Mondoperaio» su cui pubblica nel gennaio 1977 un ampio saggio su Antonio Gramsci e il concetto di egemonia (p. 189). L’anno successivo entra a far parte della direzione in un percorso personale contraddittorio che lo porta a votare per il Pci, a collaborare al giornale «Paese Sera» e ad esprimere giudizi lusinghieri su Claudio Martelli e Bettino Craxi, a cui dedica un capitolo con il reboante titolo «Ascesa di un Noske italiano» (pp. 206-233).
Negli anni Ottanta Galli della Loggia dichiarò le sue simpatie verso la cultura politica anglosassone, distaccandosi dal sistema politico tradizionale, di cui non condivideva la «partitocrazia pervasiva» (p. 218). Quella scelta personale e la conseguente denuncia delle tendenze degenerative dei partiti, da cui trae ora un vanto immeritato per essere stato l’iniziatore «prima che l’argomento diventasse di moda» (p. 246), lo spinsero a rassegnare le dimissioni dalla redazione di «Mondoperaio», di cui il periodico pubblicò le sue motivazioni in un fascicolo dell’aprile 1980 (p. 230). Il distacco dalla Sinistra maturò in un ambiente pervaso dalla degenerazione del sistema politico italiano, di cui l’Autore crede di ravvisrae alcuni motivi nella bramosia di potere del Psi e nella corruttela del Pci, l’uno caratterizzato da «leggerezza morale o sete di guadagno» (p. 232) e l’altro per l’«imponente flusso finanziario dall’Unione Sovietica» (p. 237). Un leitmotiv che ritorna più volte nelle riflessioni storiche di Galli della Loggia, che sottolinea come «a partire dal 1974» il Pci si era reso «responsabile del reato di falso in bilancio, non dichiarando mai i poderosi contributi giunti al partito da fonti inconfessabili come l’Unione Sovietica». Gli strali dell’Autore si rivolgono anche contro il Pd’A, considerato – sulla base delle indicazioni fornite alcuni anni fa da Massimiliano Majnoni – beneficiario di sovvenzioni da parte della Baca Commerciale di Raffaele Mattioli.
Diventato «un cane sciolto “genericamente democratico”», Galli della Loggia cominciò a usufruire di grandi privilegi come la collaborazione ai giornali di grande tiratura (p. 247), l’insegnamento in varie università italiane, partecipe e dimentico delle varie dispute accademiche per la gestione delle cattedre universitarie. Dopo la breve esperienza del mensile «Pagina» (1984-85), promosso dall’imprenditore Franco Morganti, l’Autore considera il periodico come il baluardo della democrazia per l’accento posto posto sulla «questione morale» nella ricerca di porre un argine alla corruzione dilagante (p. 267). Riflessioni che descrivono un percorso di vita, che trasforma l’attività pubblicistica e accademica in una fonte di guadagno personale, forse con lo scopo di creare confusione culturale in una Sinistra già divisa da contrasti ideologici e politici.

Nunzio Dell’Erba

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