venerdì, 28 aprile 2017
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Opinioni e commenti
 

Ministero del lavoro: nuovi contratti in calo
nel terzo trimestre
Pubblicato il 22-12-2016


Previdenza

LA PENSIONE ALLUNGA LA VITA

La speranza di vita a 65 anni è più alta per chi riceve una pensione rispetto alla media generale della popolazione italiana. Vale per i dipendenti pubblici come per quelli privati, per gli autonomi come per i professionisti. E’ quanto rileva lo studio ‘La mortalità dei percettori di rendita in Italia’, realizzato dall’Ordine degli Attuari e presentato oggi a Roma. L’analisi osserva che negli ultimi dieci anni osservati fino al 2011 la speranza di vita dei pensionati sessantacinquenni è aumentata, passando mediamente nei vari settori da 17/20 anni a 18/21 anni per gli uomini e da 20/23 anni a 22/25 anni per le donne. Significa una vita media per gli uomini di 83/86 anni e di 87/90 anni per le donne. Vita media destinata ad allungarsi da qui al 2045: secondo le proiezioni dello studio degli Attuari, infatti, a quella data i pensionati uomini vivranno mediamente 88 anni e le donne arriveranno a 92: gli uni e le altre circa un anno in più rispetto alla media generale della popolazione. Per arrivare a questi numeri il team dell’Ordine degli Attuari ha preso in esame 15 milioni di dati, di cui 10 milioni riferiti alle pensioni di vecchiaia e il resto a pensioni di invalidità e superstiti. “Lo studio – ha spiegato il presidente del Consiglio Nazionale degli Attuari Giampaolo Crenca – è a disposizione del Paese, del Governo, delle autorità di vigilanza e di tutti gli operatori della previdenza”. Negli ultimi dieci anni osservati fino al 2011, guardando alle pensioni di vecchiaia, sia per gli uomini e in modo più marcato per le donne, la mortalità dei percettori di rendita è risultata inferiore rispetto a quella della popolazione generale, in particolare, con punte del 20-25%, nelle età prossime al pensionamento; la mortalità risulta più bassa se si calcola in base all’importo delle pensioni piuttosto che in base al numero. La minore mortalità rispetto alla popolazione generale ha riguardato, con intensità diverse, tutte le collettività analizzate: dipendenti privati, dipendenti pubblici, lavoratori autonomi, lavoratori del settore dello spettacolo e dello sport, avvocati, medici, ragionieri e periti commerciali, agenti e rappresentanti di commercio. Sempre con riferimento alle pensioni di vecchiaia, la speranza di vita a 65 anni negli ultimi dieci anni osservati fino al 2011 è aumentata per tutte le collettività considerate, passando mediamente da 17/20 anni a 18/21 anni per gli uomini, e da 20/23 anni a 22/25 anni per le donne. Per entrambi i sessi negli ultimi anni si osserva una lieve riduzione del ritmo di crescita. In via generale si osserva una maggiore durata residua di vita per i medici, seguiti dai dipendenti pubblici e dagli avvocati. Guardando alle pensioni di invalidità, negli ultimi dieci anni osservati fino al 2011 la mortalità sia per gli uomini che per le donne è molto più elevata di quella della popolazione generale, in particolare per le donne (anche fino a 10 volte) e nei primi due anni da quando si è colpiti dall’invalidità (anche fino a 20 volte). Guardando alle pensioni ai superstiti, negli ultimi dieci anni osservati fino al 2011 la mortalità sia per gli uomini che per le donne è più elevata di quella della popolazione generale (più marcata per i primi). Se si considerano i dipendenti privati e autonomi insieme, la durata di vita residua a 65 anni per gli uomini si attesta nel 2045 tra i 23 e i 23,5 anni (quindi tra gli 88 e gli 88,5 anni di età) leggermente superiore al dato della stima Istat sulla popolazione generale (circa 22 anni – 87 anni di età). Per le donne la durata di vita residua a 65 anni si attesta nel 2045 a poco meno di 27 anni (quindi 92 anni di età) leggermente superiore al dato della stima Istat sulla popolazione generale (26 anni – 91 anni di età). Si rileva, inoltre, sempre al 2045, una tendenza ad una maggior longevità dei lavoratori autonomi rispetto ai dipendenti privati.

Lavoro

NUOVI CONTRATTI IN CALO NEL TERZO TRIMESTRE

Nuovi contratti di lavoro dipendente e parasubordinato in calo in Italia nel terzo trimestre 2016: ne sono stati attivati 2.386.169, ovvero il 5,4% in meno rispetto allo stesso periodo 2015 e le riduzioni più sostenute si sono concentrare nelle Regioni del Centro-Sud. E’ questo il quadro che emerge dalle ultime comunicazioni obbligatorie rese note dal ministero del Lavoro. In particolare scendono i contratti avviati a tempo indeterminato che si riducono di 93.533 unità, -18,7% rispetto allo stesso trimestre dello scorso anno mentre salgono le attivazioni di contratti di Collaborazione +1,7% e registrano un’impennata quelli in Apprendistato che segnano una crescita del 34% su base annua (15.635 contratti in più). “E’ il segno che gli interventi volti a rafforzare questo strumento di ingresso nel mercato del lavoro funzionano”, annota ancora il ministero del Lavoro. Rispetto al terzo trimestre del 2015 si riduce anche del 5% il numero dei nuovi contrattualizzati, un decremento, si legge ancora nel Rapporto del ministero, “tuttavia inferiore a quello registrato per i rapporti di lavoro”. Il numero medio di contratti pro-capite si attesta a 1,28 nel terzo trimestre 2016, lo stesso registrato nel corrispondente periodo del 2015. Le cessazioni, invece, sono ammontate a 2.322.957 in calo del 3,2% se confrontate con i dati del terzo trimestre 2015. La riduzione ha interessato in misura maggiore le donne per le quali il decremento in volume è stato pari a -43.654 unità (-4%) mentre le cessazioni maschili scendono di 33.276 unità (-2,5%). In termini di durata contrattuale il 30,5% dei rapporti di lavoro cessati ha avuto durata inferiore a un mese, il 17,7% durata superiore a un anno. Rispetto al corrispondente trimestre del 2015 le cessazioni dei contratti fino a un mese si sono ridotte del 5,3% così come quelle relative ai rapporti di durata compresa tra 3-12 mesi che calano del 6,8%. Per quanto attiene ai motivi di risoluzione del rapporto di lavoro, calano del 17,2% le Dimissioni e aumentano del 10,8% i Licenziamenti. La riduzione più contenuta delle cessazioni dei contratti (-3,2%), rispetto a quella delle attivazioni (-5,4%), mantiene positivo il saldo delle posizioni di lavoro.

Arrivano le tredicesime

33 MLN NELLE TASCHE DEGLI ITALIANI

Tempo di tredicesime per gli italiani. Entro la fine di questo mese, infatti, oltre 33 milioni di persone nel nostro Paese riceveranno la sospirata tredicesima mensilità. In totale, quest’anno, saranno erogati circa 42,8 miliardi di euro, cifra in leggera crescita (+0,6%) rispetto allo scorso anno grazie all’aumento degli occupati. Di questi, 7,6 miliardi saranno usati per acquistare regali natalizi, contribuendo per la metà della spesa complessiva, stimata in 15 miliardi di euro, per i doni. E’ quanto emerge dalle elaborazioni dell’ufficio economico Confesercenti sulla base dei dati Istat e sull’indagine Confesercenti-Swg. A fare la parte del leone, infatti, saranno le spese per la casa e per la famiglia: questa voce assorbirà il 36% delle tredicesime, per un totale di 15,5 miliardi, con un aumento di 760 milioni (il 5,2% in più) sullo scorso anno. Oltre 10,3 miliardi di euro, invece, verranno utilizzati per saldare conti in sospeso e mutuo: una cifra elevata (si tratta del 22% del totale), ma in diminuzione del 14,7% (circa 1,7 miliardi in meno) sull’anno scorso, su cui probabilmente ha inciso l’eliminazione della Tasi sulle prime case. Risorse aggiuntive che gli italiani utilizzeranno, però, più per fare le formiche che le cicale: la quota destinata al risparmio e agli investimenti sale infatti del 13,2% a 9,3 miliardi di euro, oltre un miliardo in più del 2015.

Banche

RALLENTA CORSA SOFFERENZE E RIPARTONO I PRESTITI ALLE IMPRESE

Rallenta la corsa delle sofferenze, mentre crescono i prestiti e tornano a salire i tassi sui mutui. Frena anche la crescita dei depositi e continua il calo della raccolta obbligazionaria. E’ quanto emerge dal Supplemento al Bollettino statistico ‘Moneta e banche’ di Bankitalia.

Sofferenze. A ottobre il tasso di crescita sui dodici mesi delle sofferenze è stato pari a -1,0 per cento (-1,7 per cento a settembre). Correggendo tale tasso di crescita per tener conto delle cartolarizzazioni e degli altri crediti ceduti e cancellati dai bilanci bancari, analogamente a quanto si fa per i prestiti, il tasso di crescita sui dodici mesi delle sofferenze è stato a ottobre dell’11,7 per cento (12,1 per cento nel mese precedente).

Prestiti. Ad ottobre i prestiti al settore privato, corretti per tener conto delle cartolarizzazioni e degli altri crediti ceduti e cancellati dai bilanci bancari, hanno registrato una crescita su base annua dell’1,0 per cento (0,9 per cento a settembre). I prestiti alle famiglie sono cresciuti a ottobre dell’1,6 per cento sui dodici mesi, come nel mese precedente; quelli alle società non finanziarie sono cresciuti su base annua dello 0,5 per cento (-0,2 per cento nel mese precedente).

Raccolta. A ottobre il tasso di crescita sui dodici mesi dei depositi del settore privato è stato pari al 3,2 per cento (3,6 per cento a settembre). La raccolta obbligazionaria, incluse le obbligazioni detenute dal sistema bancario, è diminuita del 9,0 per cento su base annua (-10,1 per cento nel mese precedente).

Mutui. Ad ottobre i tassi d’interesse sui finanziamenti erogati nel mese alle famiglie per l’acquisto di abitazioni, comprensivi delle spese accessorie, sono stati pari al 2,34 per cento (2,33 nel mese precedente); quelli sulle nuove erogazioni di credito al consumo all’8,08 per cento (8,12 nel mese precedente). I tassi d’interesse sui nuovi prestiti alle società non finanziarie di importo fino a 1 milione di euro sono risultati pari al 2,31 per cento (2,26 nel mese precedente); quelli sui nuovi prestiti di importo superiore a tale soglia all’1,08 per cento (1,02 per cento a settembre). I tassi passivi sul complesso dei depositi in essere sono stati pari allo 0,41 per cento (0,42 nel mese precedente).

Carlo Pareto

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